venerdì 11 gennaio 2008

Metodologia e dintorni / 2

Anche La mia destra coglie a pretesto l'ormai famoso post di Carlo Lottieri per incalzare gli Austriaci sul terreno metodologico. Vale la pena di dissipare alcuni equivoci.

Il nostro amico pare, infatti, dare credito alla teoria che vede negli economisti austriaci dei poeti mancati che non sanno le tabelline. Non è davvero così: Murray Rothbard, per esempio, aveva brillantemente ottenuto la sua laurea alla Columbia University in matematica.

Come prezzare un'azione, si chiede La mia destra, sulla base del"paradigma tradizionale austriaco", e cioè "rifiutando sia l'uso della matematica sia l'uso dell'econometria tanto nella ricerca economica quanto nella sua applicazione pratica"?

In realtà, quello dipinto non è affatto il paradigma austriaco. Si pensi soltanto all'enfasi posta da un autore come Mises sul tema del calcolo economico. Quello che gli austriaci fanno è piuttosto distinguere nettamente tra teoria e pratica - tra teoria e storia, per ricorrere alle categorie misesiane.

Se la teoria consente "pattern predictions", e mai previsioni quantitative, è invece ben plausibile che la pratica imprenditoriale richieda l'utilizzo di strumenti matematici e l'elaborazione di dati numerici. Ma - sebbene vi siano certo delle relazioni - questo sforzo intellettuale non rientra nell'ambito della teoria economica. Così come di un cuoco che sperimenti tecniche di cottura innovative non diremmo che sta avanzando la scholarship dei chimici.

Pare dunque necessario chiarirsi le idee sui limiti della disciplina. Non è un caso che gli esempi suggeriti da Lamiadestra non riguardino nodi teorici della scienza economica, ma piuttosto problemi di politica economica o d'economia aziendale o ancora di finanza (sì, sono effettivamente due cose diverse: perché non dovrebbe valere come risposta?). Nessuna contraddizione esiste, insomma, tra l'epistemologia austriaca e l'agire concreto degli operatori del mercato.

La contraddizione esiste, evidentemente, con la pretesa che i modelli econometrici rivestano alcuna utilità per la speculazione teorica. Gli argomenti contrari sono invero tutt'altro che autoevidenti. Che la tendenza verso una matematizzazione ed un formalismo sempre più esasperati sia una evoluzione nel segno della scientificità è, ad esempio, una credenza confortante quanto apodittica dell'economia mainstream.

Evidentemente, l'approccio austriaco ha le proprie controindicazioni, ad esempio in termini di sociologia della scienza. Ma rigettarne frettolosamente le elaborazioni in virtù di un'opzione positivistica sulle cui premesse e conseguenze non si è riflettuto a sufficienza è un errore che potrebbe essere pagato a caro prezzo.

PS Una nota di colore. Thomas Carlyle diede dell'economia la definizione di "dismal science", che Lmd richiama nella sua conclusione, non in virtù dell'oggetto prosaico della disciplina, ma perché essa non era in grado di fornire fondamenta razionali al suo suprematismo razziale. Penso si possa convenire che la "scienza triste" non è così triste, dunque. Ma che per la generazione di Freakonomics l'economia sia poco più che statistica applicata... questo, un po' triste, ci sembra davvero.

5 commenti:

Broncobilly ha detto...

Giustamente viene fatto presente che l' Economista (austriaco) non ha ricette da passare allo speculatore di borsa. Lui si ferma prima rispetto alla specificazione dei valori. I valori sono radicalmente soggettivi ed escono solo a posteriori sulla base dei comportamenti. Ma lo speculatore deve agire in anticipo.


Nulla da dire quindi sulle questioni poste da Lamiadestra "...esempi che non riguardano la scienza economica, ma piuttosto problemi di politica economica o d'economia aziendale o ancora di finanza...".

Quindi l' Economista (austriaco) non avrebbe nulla da dire nemmeno in materia di POLITICA ECONOMICA?

Non avrebbe proprio nessuna critica da avanzare al governante che arrischia una sua politica economica, così come uscirebbe dalle sue competenze dando una dritta allo speculatore?

Broncobilly

Anonimo ha detto...

La critica si può fare di qualsiasi cosa, anche di come gli agricoltori coltivano le patate. Ma non è certo lo scopo della teoria economica.

L'Economia Austriaca è piena di risultati negativi: ad esempio, il socialismo non può coordinarsi e quindi sfruttare le potenzialità economiche della produzione capitalista.

In linea di principio sono possibili anche risultati più specifici, ma in genere l'economista deve supporre di avere una quantità di informazione non realistica per dare consigli di questo tipo. L'informazione locale (hayekiana) e la complessità produttiva (misesiana) limitano molto questa possibilità.

Comunque, bisognerebbe separare nettamente le due cose: la teoria e i consigli politici, altrimenti non si esce dalla mentalità che l'Economia Austriaca è una sorta di strumento ideologico (non nel senso di Phastidio, ma nel senso della Wertfreiheit)... ripulire questa confusione, che ha le sue origini in Rothbard, è un must.

Che poi la welfare economics non sia migliore nel suo insistere solo su aggregati di "utilità" (la cui costruzione già presuppone un giudizio di valore), è un'altra faccenda. Il fatto che tutti abbiano travi negli occhi non è una grande consolazione.

LF
2909.splinder.com

PS E' interessante il fatto che occuparsi di politica economica sia considerato un qualcosa di più nobile di un MBA. Ciò tradisce l'origine socialista e interventista della professione economica. :-D

Broncobilly ha detto...

Non capisco come riesci a conciliare queste due affermazioni che mi sembrano emergere da quanto scrivi.

1) L’ Economia Austriaca illustra i limiti dell’ organizzazione socialista.

2) L’ Economista è un teorico e la teoria va ben distinta dai consigli pratici.

***

Secondo 1) l’ “austriaco” dovrebbe condannare una politica economica imperniata sui principi del socialismo. Per esempio, una socializzazione dei servizi sanitari.

Ma, secondo 2), cio’ travalica le sue competenze.

Altro esempio, secondo 2) non avrebbe senso per l’ austriaco criticare come lo speculatore opera le sue scelte. La cosa non è di sua competenza.

Secondo 1) l’ “austriaco” sarebbe autorizzato a criticare lo speculatore allorchè non organizzi la sua azienda lasciando che al suo interno si creino forme di ordine spontaneo che facciano emergere la decisione d’ investimento che l’ azienda dovrà adottare.

Bronko

Anonimo ha detto...

Non capisco cosa c'è di complicato.

Se dico che col socialismo moriamo di fame, l'enunciato è X => Y, può essere vero o falso.

Bisogna decidere se vale la pena perseguire il socialismo E la fame: è in questa decisione che entrano giudizi di valore.

Prima di questa conoscenza, si sarebbe potuto pensare che si poteva perseguire il socialismo senza perseguire la fame.

Le conoscenze mezzi-fini sono wertfrei, sono proposizioni a cui può essere associato l'attributo "vero/falso".

broncobilly ha detto...

La decisione sui valori è già stata presa: il politico vuole arricchire il suo paese, lo speculatore vuole arricchire la sua impresa.

Quindi le questioni sui valori da perseguire sono out una volta per tutte, cerchiamo di non tirarle in ballo ancora.

Resta la ricetta da consigliare al politico e allo speculatore per perseguire i loro obiettivi.

Come mai l' approccio austriaco fornisce una ricetta (liberale) per il politico ma non dice nulla a chi deve organizzare un impresa?

Eppure si tratta di due "organizzatori"! uno viene lasciato libero di agire, per l' altro invece esiste una ricetta pre-ordinata.

Cercando di rispondere a questa domanda, di sanare questa contraddizione, viene fuori la natura felicemente ideologica dell' impostazione austriaca.

Lo stesso concetto è meglio illustrato qui: http://broncobilli.blogspot.com/2008/01/come-convertire-l-economista-austriaco.html