giovedì 3 gennaio 2008

Caro amico, ma se non ti scrivo ... come fanno le Poste a guadagnare così tanto?

Questa è la domanda che si pongono tutti i lettori dell'intervista odierna dell'AD di Poste Italiane al Financial Times: come è possibile che l'azienda italiana abbia un EBIT in percentuale dei ricavi al 16% contro il 13% dell' olandese TNT e appena il 5% della tedesca DPWN (ex Deutsche Bundespost) se gli italiani non scrivono e non ricevono corrispondenze (solo 100 pezzi all'anno pro capite, poco più di un terzo della media europea), mentre le altre due aziende sono colossi mondiali del recapito, della logistica e dell'express?
La risposta è desumibile esaminando la composizione dei ricavi nell'ultimo bilancio aziendale: nel 2006 i 17,1 miliardi di ricavi complessivi del gruppo Poste Italiane sono pervenuti per 7 miliardi dai servizi assicurativi e per 4,4 miliardi dai servizi di bancoposta, solo per 5,4 miliardi dai tradizionali servizi di recapito postale. Poste Italiane è per oltre due terzi dei ricavi azienda di servizi bancari/assicurativi e per meno di un terzo azienda di recapito, caso assolutamente unico nel panorama europeo. Il processo di risanamento economico-finanziario (per un esame più dettagliato rimando a IBL Focus 68) è consistito nel trasformare un’inefficiente azienda postale che non sapeva recapitare la posta in una bancassicurazione che accetta, al margine, di recapitare anche la posta. Ma in questo modo la core mission dell'azienda è stata messa da parte.
Ovviamento non vi sarebbe nulla di male se fossimo in un contesto di libero mercato: se Alitalia valute le sue rotte intercontinentali da Malpensa deficitarie non si vede perchè si dovrebbe trattenerla, se Poste ritiene economicamente penalizzante l'attività del recapito non si vede perchè dovrebbe essere impedita dal perseguire la sua nuova vocazione finanziaria. A condizione tuttavia che vi sia libertà di accesso al mercato postale e che gli operatori che desiderano operarvi possano davvero farlo.
Tutto questo non è invece possibile (nel 1999, recependo la direttiva comunitaria che avviava la liberalizzazione del mercato, in Italia .... è stato ampliato il monopolio in favore dell'azienda pubblica): oggi Poste Italiane è monopolista di diritto in meno di metà del mercato postale e monopolista di fatto nella rimanente parte (IBL BP 42). Infatti: (a) il recapito di giornali e riviste è liberalizzato ma gli editori godono tuttora (per legge) di forti sconti solo se si avvalgono dell'azienda pubblica (IBL OP 47); (b) gli operatori postali privati che sino al 1999 erano titolari di concessione realizzano la maggior parte dei ricavi da contratti con Poste Italiane ed è pertanto dubbio, come messo in evidenza dall'antitrust, che siano lasciati liberi di comportarsi da competitors nella rimanente attività.
E' un vero peccato che l'adesione dell'Italia all'U.E. ci abbia obbligati a liberalizzare il trasporto aereo: con un monopolio di Alitalia sui cieli italiani e un regolatore ministeriale compiacente che avesse abolito la classe economy in favore della business (equivalente aereo del nostro francobollo prioritario 'unificato') oggi l'ing. Prato avrebbe potuto dare una brillante intervista al Financial Times sulla redditività di Alitalia e, chissà, forse domani trattare con Sarkozy ... l'acquisto di Air France.

1 commento:

Carlo ha detto...

Tutto tragicamente vero, ahinoi. Ma in questa situazione cosa è realistico cercare di ottenere?
Mentre ho qualche difficoltà a credere che nell'immediato sia possibile creare consenso intorno ad un'ipotesi di privatizzazione di Poste Italiane, e nemmeno al progetto (sacrosanto) di cancellare gli aiuti all'editoria, forse si potrebbe almeno provare a suggerire che gli editori possano ottenere i loro sconti rivolgendosi a qualunque impresa di recapito (proprio come suggerito nell'OP IBL n.47).
In tal modo si aprirebbero spazi per soggetti postali privati e ne trarrebbe beneficio l'intero settore. Poste Italiane vedrebbe assottigliarsi i profitti e anche questo mi pare si possa considerare un obiettivo importante.
In fondo, l'esperienza di Alitalia pare dirci che è più facile privatizzare un'impresa che lavora male e produce evidenti passivi invece che una che lavora egualmente molto male, ma può vantare - e non importa se a nostre spese! - bilanci in piena salute.