sabato 12 aprile 2008

Authority che passione

Primo dei miei interventi "paleo" fuori dal coro (ma non troppo, spero).
Liberalizzare liberalizzare ... si ok però, mi sono sempre chiesto tra me e me, non sarà che cadiamo dalla padella alla brace? Voglio dire, una volta "liberalizzato" un dato mercato, andrà esso "regolato" a suon di Authority, come da declinazione vigente del liberismo de'noantri? Eh si mi vien detto, altrimenti chi difende il Consumatore ... Da che cosa? Dal Mercato stesso?

Insomma, il mio problema è che ho sempre nutrito una sana diffidenza delle Agenzie para (o pseudo) governative: mi hanno sempre dato l'impressione di essere la prova dell'esistenza tra noi di un alieno chiamato "liberismo di sinistra" alla Giavazzi. Solo che, non essendo uno studioso, ho sempre abbozzato: ci sarà sicuramente qualcosa che mi sfugge..
Invece trovo che non da oggi qualcun altro si poneva le mie stesse domande e si dava risposte dal mio punto di vista sconsolantemente veritiere.
In Antitrust and Monopoly: Anatomy of a Policy Failure, Dominick Armentano esaminava nell'ormai lontano 1997 ben 55 casi di imposizioni del mitico, divinizzato, paradigmatico antitrust americano.
La conclusione è che in ogni singolo caso esaminato, le aziende accusate di monopolismo nella realtà stavano abbassando i prezzi, espandendo la produzione, stavano portando innovazione e in generale la loro azione era positiva per le tasche e le opzioni dei consumatori.
Senza contare che in molti casi dette sentenze causarono direttamente la chiusura o il ridimensionamento di realtà importanti e innovative, come nel caso Pan American.
La General Motors stessa, tra il 1937 e il 1956 temeva così tanto l'Antitrust che si diede la regola di non superare mai, per nessun motivo, il 45% di mercato in qualche segmento delle sue vendite.
In sostanza, Armentano dimostrava che un anti trust efficiente e interventista nella realtà aiuta le aziende meno efficienti e competitive di un dato mercato, a scapito delle più innovative.
Chissà se al celebrato Mario Monti, uno dei migliori interpreti del liberismo "Authoritario" à la Bruxelles, non staranno fischiando le orecchie ...

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Concordo assolutamente. Mi limito a far notare che è improbabile che la classe politica liberalizzi qualcosa, al massimo privatizzerà per dare agli amici... pensare che si spogli del potere volontariamente non ha senso. Quindi dietro ogni "liberalizzazione" c'è un trucco... come dietro la merendina... :-)

LF

Ceruleo ha detto...

Sono molto d'accordo sia con il post che con il commento di LF, ma vorrei osservare che è un ragionamento che, se pushed too far, può avere esiti paradossali.
Se uno stesse alla lettera del post di LF, la conclusione sarebbe che è impossibile fare alcunché. La classe politica "liberalizza" solo a vantaggio delle sue constituencies/clientele, e vs le clientele degli altri (sinistra farmacisti e bottegai / destra, se in Italia esistesse, mercato del lavoro-università). Le privatizzazioni sono passaggi di mano ad amici degli amici (Telecom e il nocciolino duro agli agnelli). Quindi ci teniamo lo statalismo così com'è?
La realtà è più complessa anche della public choice, per cui spesso e volentieri accadono le cose più varie. Per esempio: (a) c'è qualche politico in buona fede; (b) c'è qualche buon consigliere del principe; (c) c'è pressione da parte dell'opinione pubblica; (d) momenti disperati richiedono misure disperate; (e) l'incompetenza della classe politica è tale che fanno qualcosa di buono senza accorgersene; (f) vi sono pressioni di mercato tali da rendere unfeasible gli incumbent pubblici così come sono; (g) il vincolo esterno ogni tanto produce benefici, etc etc.
Quindi, se l'improbabilità degli atti in buona fede della classe politica è da prendere come caveat, benissimo. "Watch out". Ma non precludiamo alla Provvidenza le molte vie che puo' prendere, specie quelle in cui va a finire che possiamo perfino darle una mano...
Sul punto del post, invece, la lettura austriaca delle autorità di regolazione (Antitrust e gli altri per somiglianza) andrebbe secondo me compenetrata con la teoria della regolazione alla Posner/Stigler. Alla fine Posner ha un punto molto persuasivo: la creazione di enti regolatori apparentemente esterni alla politica è sostanzialmente "voluta" da imprese e politici al tempo stesso. Dai politici, per una questione di "ignoranza selettiva". Dalle imprese, perché se uno deve avere un regolatore, tanto vale che ce l'abbia vicino (e possa dunque influenzarlo, parlarci, etc etc).
Sono d'accordo che le decisioni dei regolatori antitrust finiscono per essere sostanzialmente sballate. Ma l'esistenza di quelle autorità forse fa parte di un processo di "avvicinamento al mercato" delle funzioni di regolazione (non ancora "assorbite" nel mercato, certo), nel quale la percezione delle imprese è di guadagnarci. Non solo per rent seeking, ma anche perché si trovano ad avere una camera di compensazione meno inaccessibile di un ente invece prettamente ed esclusivamente politico.
Poi, certo, la neutralità è un'illusione, l'indipendenza pure, eccetera eccetera eccetera, ma dobbiamo anche tenere presente la "razionalità" delle istituzioni che critichiamo.

Anonimo ha detto...

Mi piace il commento ma è meglio che espando il mio punto.

Storicamente l'unica ondata di liberalizzazioni che conosco è stata quella di Reagan e Thatcher. La mia intepretazione di quegli anni è cinica (e.g. Reagan ha solo salvato il potere politico USA dal declino, con l'aggiunta di gravi distorsioni macroeconomiche). Casi minori di riforme in situazioni di crisi possono essere l'eliminazione craxiana della scala mobile o alcune politiche dell'attuale governo tedesco...

Non c'è dubbio che ogni tanto capita un politico che capisce ad esempio che tenere l'inflazione e la disoccupazione sopra il 10% con politiche monetarie e sindacali assurde è pericoloso.

Però:

(a) politici in buona fede sono impotenti perchè isolati; (b) idem per i tecnocrati; (c) l'opinione pubblica non sa valutare le politiche e le scelte politiche sono emotive; (d) le soluzioni disperate sono in genere peggiori dei problemi disperati.

Concordo invece su (f), (g), che hanno sicuramente un ruolo, essenzialmente quello di limitare il potere politico. Non so se (e) abbia mai giocato un ruolo ma è una possibilità...

Il massimo che ci si può aspettare dalla politica è che si affronti un problema solo a patto che ciò non comporti alcuna limitazione per il potere politico.

In Italia non riusciamo a fare neanche questo, e già sarebbe tanto riuscirci... ma nessuno dei candidati ne ha voglia...

E' quando un grave problema richiede un cambiamento contrario agli interessi della "classe politica" che non c'è soluzione politica: finchè si tratta di scegliere come usare il potere, forse si può risolvere il problema organizzanodsi politicamente; quando il problema è se usarlo, si verrà sistematicamente traditi dai propri rappresentanti, che non hanno interesse a rispondere "no".

Siccome il liberalismo è la dottrina della limitazione del potere e non una dottrina sull'uso di questo, possiamo dire che la democrazia rappresentativa ha un fortissimo bias illiberale embedded nel processo decisionale.

Purtroppo temo che la soluzione a molti problemi (moneta, sindacati, liberalizzazioni...) richieda un passo indietro del potere politico, e questa è la classe di problemi che la democrazia rappresentativa non può risolvere... un problema di estensione e non di uso del potere.

L'alternativa è aspettare la crisi, il momento in cui i demagoghi la fanno da padrone... e questo è peggio sia della padella che della brace.

LF
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