domenica 9 settembre 2007

Il liberismo è di destra o di sinistra?

Il nuovo libro di Francesco Giavazzi ed Alberto Alesina, Il liberismo è di sinistra, non piace granché ai liberisti di destra. Per tutti, si veda quanto scrive un bravo giornalista liberista e di destra come Nicola Porro, convinto addirittura che "Giavazzi e Alesina abbiano lo stesso pusher di Veltroni". La polemica è continuata su diversi dei blog di Tocqueville, ed ho già scritto altrove (per inciso: su un quotidiano inequivocabilmente "di destra") del perché mi pare una polemica fuori luogo.
Credo però che sarebbe utile parlare un pochettino anche di cosa c'è del libro - che pure va preso per quello che è, ovvero una raccolta di editoriali.
Sperando di dare un piccolo contributo, posto qui una recensione uscita venerdì su Libero mercato:
Ma "il liberismo è di sinistra"? Il nuovo libro di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi esce disgraziatamente con due anni di ritardo. Ormai la coalizione al governo è quel che è: e si ha gioco facile nel prevedere che quella dei due economisti resterà una "predica inutile", genere letterario peraltro frequentatissimo dai liberisti. I due scrivono per giornali concorrenti articoli convergenti: in questo libro li saldano assieme, sottolineando come la concorrenza produca effetti vantaggiosi anche per i più poveri. Gli argomenti di Giavazzi e Alesina sono sostanzialmente di due tipi.
In primo luogo, essi ricordano che barriere alla competizione risultano in prezzi più alti. Prezzi più alti sono per loro stessa natura ostacoli più ardui per chi ha meno– ed è eticamente complicato giustificare un costo maggiorato per tutti, se avvantaggia soltanto una corporazione numericamente esigua. Verissimo, anche se bisognerebbe evitare l'equivalenza liberalizzazioni/prezzi più contenuti. Deregolamentando prezzi amministrati, o privatizzando un monopolista sussidiato dallo Stato, i prezzi nel breve periodo possono salire: i benefici della liberalizzazione vanno visti nel tempo.
In seconda battuta, Giavazzi ed Alesina assumono che uno degli obiettivi della "sinistra" sia un'elevata mobilità sociale. Per questo occorre raschiar via gli interessi stratificati delle lobby, che limitano la libertà d'ingresso sul mercato di nuovi competitori. In questo, sindacati e ordini professionali si assomigliano. E nonostante il potere di veto dei sindacati e quello dei farmacisti abbiano un peso specifico evidentemente diverso, è difficile dare torto ad Alesina e Giavazzi: si tratta dello stesso fenomeno, che si palesa con diversa violenza.
La parte più preziosa di questo saggio a quattro mani è sicuramente quella sul mercato del lavoro. Lì Alesina e Giavazzi sono al loro meglio. Ricordano che "negli anni cinquanta e sessanta, quando l'Europa aveva un mercato del lavoro meno regolamentato, forse ancor meno di quello americano, la disoccupazione era più bassa che negli Stati Uniti". La disoccupazione, al contrario, ha cominciato a crescere quando anche la regolazione si è complicata. Ci sono buoni argomenti di equità per aumentare la flessibilità in entrata e in uscita. Quest'ultima è altrettanto importante della prima, perché immunizzare i lavoratori dalla principale sanzione di mercato (il licenziamento) fa lievitare i costi per le aziende, incluso il costo di provare a crescere fornendo più occupazione.
La concorrenza fa bene ai lavoratori, ricordano Alesina e Giavazzi, perché rimuove le rendite facendo scendere i costi per i consumatori: e consumatori siamo tutti (le stesse imprese sono sempre produttrici di qualcosa, e consumatrici di qualcos'altro).
Però focalizzando l’attenzione sullo spendere poco, si rischia di perdere di vista un fatto fondamentale: cioè che il libero scambio è già cosa che va a vantaggio di tutti. Quando acquistiamo un software della Microsoft, noi non pensiamo di stare contribuendo ad allargare le diseguaglianze, separandoci da del denaro a vantaggio di Bill Gates. Ma abbiamo e sfruttiamo una libertà di scelta. Avere di più di questa libertà, è un valore indipendentemente dalla ricchezza e dal reddito di ciascuno di noi.
Dove la predica di Alesina e Giavazzi rischia davvero l’inutilità, è sul terreno della pratica politica. I due condannano la sinistra che "difende il privilegio" – in nome però di un'idea della sinistra quasi romantica, una sorta di club dei paladini dei deboli. Uno sguardo disincatato alla democrazia suggerisce un po' più di scetticismo. Destra e sinistra vivono del consenso che riescono ad aggregare. Gli interessi di chi vive di rendita sono concentrati e ben rappresentati. Quelli dei consumatori sono dispersi. Per un notaio o un farmacista difendere il proprio "privilegio" è soggettivamente questione molto importante. Rimuovere quel privilegio è un interesse più sbiadito, spesso nemmeno avvertito, dal consumatore. Come fare allora a preparare la strada a queste riforme? La risposta banale e ambiziosa assieme è che occorre cambiare la nostra idea di società. L'utilità di Alesina e Giavazzi, in questo processo, è fuori discussione – quella del concetto di "sinistra" (o di "destra") no.

9 commenti:

Riccardo ha detto...

Si anche io la penso così. Quando la si butta in politica lo scontro diventa surreale. Secondo me la politica di per sè già non può avere dei tratti liberali perchè la politica delle scelte contrasta con l'interesse di almeno un individuo privandolo delle libertà.
Il terreno è quindi arduo.
Giavazzi e Alesina evidentemente lavorano per logorare il massimalismo e la conservazione all'interno del centro-sinistra.
Mi chiedo: la Legge Biagi, la post riforma pensioni Maroni, la riforma Costituzionale ( per altro rivalutata)sono cosi antiliberali?
Modello nordico più mobilità più occupazione è l'unico possibile?
Secondo me è un disegno politico strategico quindi non ci si può stupire più di tanto se economisti la buttano in politica
Un saluto

Cheshire ha detto...
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Marcoaurelio ha detto...

Provo a formulare uno statement provocatorio su cui mi paicerebbe confrontarmi

Se una società non può garantire un lavoro fisso a tutti quelli che meriterebbero un posto fisso, allora è bene che nessuno abbia un posto fisso. Ovvero, aboliamo il posto fisso (anche di chi ha diritti acquisiti).

E' un discorso di sinistra? (Uguaglianza sostanziale)

E' un discorso liberale? (premierebbe senza barriere il merito individuale)

John Christian Falkenberg ha detto...

Io sono felice che socialisti e comunisti si convertano al liberismo. Quello che mi irrita è che,una volta convertiti, pretendano di sostenere di avere inventato il concetto, che lo hanno sempre sposato e che invece gli altri non vi avevano mai capito nulla.
Lo abbiamo visto accadere con la democrazia parlamentare, il liberalismo e persino l'anticomunismo (wolter insegna), senza neppure il minimo accenno di vergogna o di autocritica. 1984 incontra Pinocchio e i marrani.

John Christian Falkenberg ha detto...

Senza contare il finto lapsus di Giavazzi: la distinzione fra liberismo e liberalismo identifica un problema serio.
O Giavazzi non pensa che il liberalismo sia inscindibile dalla libertà economica, oppure pensa che la sinistra non potrà essere liberale, ma possa essere convinta a ridurre l'ingerenza dello Stato in economia, probabilmente per sostituirla con l'ingerenza delle Coop e delle banche amiche.

Republican ha detto...

Il problema è che Giavazzi sa tutto benissimo..Sa come il suo datore di lavoro al Corriere che lavorare per logorare i fianchi dello schieramento è la cosa migliore da fare. La sinistra radicale e il neo centrismo sono attaccati da PD, da Giavazzi, dalle banche, dalle COOP.
L'unica difesa che hanno è Grillo.
Pazzesco

John Christian Falkenberg ha detto...

Auguro ogni successo a Giavazzi ed Alesina nel logorare ai fianchi la sinistra radicale e nel rendere il liberalismo un caposaldo della sinistra, anche perché, nel merito, i loro editoriali colpiscono nel segno. Non so se lo otterranno, lusingando i tic della sinistra, tic che rinforzano la presa socialista su quell'area politica.
E' quest'ultimo aspetto che ha causato, IMHO, la reazione della blogosfera destra: chi limita il territorio sono proprio Giavazzi ed Alesina, che per rendere digeribile il liberalismo in campo economico cercano di caratterizzare ildibattito in modo tale da escludere, implicitamente, l'idea di una destra liberale - equesto nonpuò che provocare reazioni vigorose dagli esclusi.

Riccardo ha detto...

La colpa è anche dei giornali di destra però.Mi pare che loro facciano il loro lavoro. Corriere e Repubblica quello hanno come obbiettivo e quello si contendono come proposte.
Il problema è che Libero e Il Giornale non hanno la stessa capacità e gli stessi mezzi degli altri.
Libero fa scoop solo quando cade nella demagogia e nel populismo. Il giornale solo quando fa attacchi personali.
Mi pare che la colpa sia della Destra più che di Giavazzi. I Vassallo,gli Andreatta,i Giavazzi, i Sartori, Bill Elmott e tutta la carovana le idee le mettono ( a disposizione di una parte).
Evidentemente o gli intellettuali sono restii a mettersi in gioco o la politica di qua non si sta evolvendo se non nella critica pur giusta a un Governo con le stampelle

ciao

Ismael ha detto...

Mi sorprende che Alberto Mingardi affronti l'annosa questione Destra/Sinistra ignorando il quid "culturale" del liberismo in relazione ad essa.
Io, nel mio minuscolo, ci ho provato oggi.
Un caro saluto.