giovedì 23 agosto 2007

Un buon motivo per ternerci Prodi (forse, l'unico)

Giulio Tremonti non delude mai. Ogni volta che c’è domanda per una posizione populista espressa con finto intellettualismo, lui arriva. E’ il caso dell' intervista ad Aldo Cazzullo, nella quale l’ex ministro dell’economia annuncia assieme una rivolta fiscale “gandhiana”, e la crisi del paradigma “mercatista”.
Sul piano generale, quale sia la contraddizione di Tremonti è evidente. Lui è per tasse basse e dazi alti. Ma se il paradigma “mercatista” è davvero alla frutta, e se “il governo dell’Europa deve passare dall’inerzia all’iniziativa economica come nel New Deal di Roosevelt”, allora non c’è ragione di abbassare le tasse (fra parentesi, Roosevelt la pensava al contrario di Tremonti: semmai egli era per dazi bassi, ancorché a giorni alterni, e per tasse alte). Quando lo Stato deve intervenire massicciamente nell’economia, servono risorse importanti. E quelle risorse si possono reperire soltanto con una fiscalità elevata, che naturalmente deve concentrarsi laddove ci sono redditi più ingenti.
Annuncia Tremonti:
Agosto 2007: tempus revolutum. La crisi finanziaria è un tornante intorno a cui svolta un pezzo della nostra vita. Porterà conseguenze non solo economiche, anche politiche, anche "spirituali". Segna la fine di molte equazioni. Che la patria sia uguale al mondo, che l'euro contenga l'Europa; che il mercato sia tutto, che il denaro sia gratis; che i consumi siano la sublimazione dell'esistenza, che i desideri contino come i bisogni. Il vuoto lasciato alla finanza sarà colmato dal ritorno dei valori. I bisogni vengono prima dei desideri, Caino è diverso da Abele, la vita non è solo il pil e non è solo la scienza, il '68 non è il futuro ma il passato, il governo dell'Europa deve passare dall'inerzia all'iniziativa economica come nel New Deal di Roosevelt

E ancora:
La politica futura, il futuro della politica non è nel materiale. Gli interessi urlati, gli egoismi esibiti cederanno il passo al ritorno dei valori.

Cosa vuol dire? Francamente non ne ho idea. Detto senza ironia: mi piacerebbe avere le risorse intellettuali, per capire. In primo luogo, mi viene difficile comprendere la pretesa antinomia fra valori e globalizzazione, tenuto conto che uno degli a priori della globalizzazione è un certo universalismo: tutti gli uomini “sono creati uguali”, e da questa creazione su base di eguaglianza discende anche che si scambia con tutti loro, anziché ridurli in catene o farli salire su un vagone piombato (Carlo Lottieri ha scritto un meraviglioso saggio sullo “scambio miracolo profano”, che mi sento sempre di raccomandare).
Sembra dunque che per Tremonti i valori siano sempre, comunque ed inevitabilmente quelli di un particolarismo egoistico (“la patria non sia eguale al mondo” – addio Sondrio bella?), sostanzialmente gretto. Peccato che il resto del mondo la pensi, per quanto con un'amplissima differenza di sfumature, in modo diametralmente opposto: i “valori” misurano semmai l’incontro con l’altro, non la chiusura in noi stessi.

Una delle affermazioni di Tremonti è condivisibile:
L'intensità della crisi finanziaria in atto non è ancora ben stimata. E' probabilmente ancora sottostimata. In ogni caso, è una crisi che non avrà effetti limitati alla finanza ma estesi all'economia e a tanti altri elementi del nostro vivere.

Questo è molto probabile, ma ha davvero poco a che vedere con
la fine dell'"età dell'oro", la fine dell'ultima ideologia del '900, insieme pagana e postmoderna. Finisce l'idea del mondo a sviluppo continuo, della finanza come propellente universale di un motore che, superando il passato e il presente con tutti i loro limiti e con tutte le loro complessità, superando la storia, è finalmente capace di spingere l'umanità verso un futuro "nuovo", sempre più facile, sempre più gratuito. La crisi del 2007 rovescia questi termini, frena la fuga nel futuro, segna il ritorno della storia. Il ritorno nella storia.

Cerchiamo di andare oltre il gusto della buona punteggiatura ed il fraseggio raffinato. Cosa dice Tremonti? Niente. Che cosa significa parlare della “finanza come propellente universale di un motore che supera il passato e il presente”? Chiedetelo al gestore di un hedge fund. La finanza è semplicemente parte dell’economia, in nulla meno nobile dell’economia cosiddetta “reale”. E’ fatta da persone che hanno capitali, e persone che investono questi capitali. Né gli uni né gli altri vogliono “superare la storia”: vogliono semplicemente fare profitti. Per fare profitti, ci sono modi leciti e illeciti, modi saggi e modi poco saggi, modi innovativi e modi parassitari.
Un mondo nel quale è stato reso possibile, a coloro che investono capitali, di farlo a trecento sessanta gradi, ha creato le condizioni per una crescita senza precedenti nella storia dell’umanità: lo hanno ricordato bene sia Francesco Giavazzi e Alberto Giovannini, che Franco Debenedetti.
Ci sputiamo sopra? Immagino che nel mondo dei “valori” la crescita non sia importante, anzi magari la “de-crescita” è un male necessario: la ricchezza crea tentazioni ed attrae immigrati (gli immigrati rubano, puzzano, si sposano le nostre figlie, eccetera).

Continua Tremonti:
L'impressione è che sia giunta a termine una fantastica catena di sant'Antonio. Ha ceduto l'anello dei mutui facili americani. Ma ci sono altri anelli deboli. E il più debole sono gli hedge fund, le "banche irregolari" che nell'ultimo decennio si sono sviluppate fuori da ogni giurisdizione. Una data-chiave sarà la fine del mese, quando gli hedge fund dovranno fare i loro rendiconti e dire quanto valgono e quanto hanno perso. Questa crisi evidenzia in realtà le criticità che ho cercato di esporre per tanti anni, in Italia all'estero, sul Corriere e al G-7 e G-8: le riflessioni sui limiti del mercatismo, sui rischi fatali, le polemiche sul protezionismo e sul colbertismo, e anche sui limiti della "vigilanza", a partire dal caso Parmalat e dal rischio di una sua replica su scala mondiale. Allora la mia era vox clamantis in deserto.

Gli hedge fund dovranno fare i loro rendiconti e dire quanto valgono e quanto hanno perso: qualcuno perderà molti soldi, qualcun altro (verosimilmente) sfrutterà quest’opportunità per fare ancora più soldi. Il mercato è così. Le crisi lo disciplinano: non stanno “fallendo” le istituzioni del mercato, al contrario le istituzioni del mercato stanno lavorando!
E’ il mercato – sono gli investitori – a disciplinare pratiche non profittevoli o illegittime. Di che cosa stiamo parlando, allora?
E che cosa c’entrano il protezionismo ed il colbertismo? Che cosa c’entrano le magliette e le scarpe cinesi, alle quali il Tremonti ministro aveva dichiarato guerra? E, ancora, che cosa c’entra la possibilità che un’azienda italiana possa trovare capitali altrove e recuperare efficienza in virtù del management migliore “imposto” da investitori di mercato, interessati alla performance e non al controllo?
Se guardiamo all’Asia, vediamo che lì le ripercussioni della crisi sono – e probabilmente saranno – davvero modeste. Da che cosa ci voleva proteggere, il ministro Tremonti?

Ad Aldo Cazzullo, il vicepresidente di Forza Italia spiega di avere compreso come anche il resto del mondo avesse cominciato a condividere i suoi timori, in un’occasione molto particolare:
Downing Street, cena offerta da Gordon Brown in onore di Alan Greenspan. Si parla del passaggio di consegne, e Greenspan racconta la storia delle tre buste chiuse che il dimissionario lascia all'erede. Prima crisi; il successore apre la prima busta e trova scritto: "Dai la colpa a me". Seconda crisi, seconda busta: "Dai la colpa alla politica". Terza crisi, terza busta: "Prepara tre buste". In quel momento mi è parso che qualcuno avesse capito qualcosa.

A parte che l’aneddoto lascia il tempo che trova (come sempre gli aneddoti: servono solo a certi politici per chiarire a tutti che non si limitano a frequentare Umberto Bossi e le feste della Lega), Greenspan in quell'occasione veniva salutato come banchiere centrale. Il “maestro” ha ricoperto un ruolo di primissimo piano, nel gestire le crisi del recente passato, e forse anche nel contribuire a quella di oggi. Ma da quando le responsabilità (ed, eventualmente, gli errori) di un regolatore, diventano un argomento contro i mercati che egli regola?

Prosegue l’intervista:
La finanza fine a se stessa ha deresponsabilizzato. Mi indebito, e per uno che si indebita c'è uno che presta; tanto a entrambi la finanza consente di scaricare su altri le responsabilità.

Troppo comodo. Non è la finanza “fine a se stessa” che deresponsabilizza. Si può sostenere che vivere facendo tanti debiti non sia un modo “sano”. Si può anche sostenere che alcuni strumenti – il credito al consumo, per esempio – siano in un certo qual senso diseducativi: consentono alle persone di consumare “al di sopra delle proprie possibilità”. E siccome la vita magari non è più tanto short ma può sempre rivelarsi brutish and nasty, inevitabilmente si producono aggiustamenti poco gradevoli.
Ciò detto, la colpa è degli strumenti con cui uno si indebita troppo, o di colui che si indebita troppo? La responsabilità è sempre di altri – del mercato, della cultura, della società dell’abbondanza e dell’apparenza… - o non è piuttosto di individui in carne ed ossa che, come da sempre avviene ad individui in carne ed ossa, sbagliano e talvolta fanno il passo più lungo della gamba?

Mi piacerebbe sapere quale sia la risposta “della visione politica e spirituale”. Ma ancora di più mi piacerebbe sapere cosa ci sia di spirituale in quest’affermazione:
Già nel 2004, semestre italiano, avevo proposto di replicare il piano Delors: investimenti pubblici finanziati con eurobond.

Precisa Tremonti: “la reazione mercatista fu dire no alla produzione di nuovo debito”. Raramente capita di trovare nella stessa intervista, a quattro righe di distanza, una severa critica all’indebitamento privato, e poi una grande nostalgia per l’indebitamento pubblico. Evidentemente l'intervistato presta attenzione soprattutto agli aggettivi.

In conclusione. Volete un buon motivo per sopportare, stringendo i denti e tutto il resto, il governo Prodi, e quasi quasi per sperare in elezioni a fine legislatura? Non è facile trovarne uno, ma nondimeno uno c’è: prima si vota, più alta è la probabilità che questa calamità naturale sia di nuovo ministro dell’economia.

7 commenti:

Republican ha detto...

A volte mi chiedo ancora come un Governo che si professava paladino della libertà e degli interessi dei singoli, possa aver messo come Ministro dell'Economia Giulio Tremonti.
Vabbè ricordiamo però che costui è un avvocato tributario.
Qualche controsenso magari è giustificato no?
Il motto è "Dire tutto per non dire niente".

Habemus Tremonti

Anonimo ha detto...

Nessuno dimentichi che il ministro Tremonti non ha mosso nemmeno un dito per semplificare il sistema tributario, per elaborare un codice fiscale organico, per superare la illegale perpetua legiferazione di emergenza, per ridurre le 'cento tasse' a otto, come aveva brillantemente scritto in un libro bianco che ormai, col passare dei lustri, è diventato grigio, o nero. Come diceva Totò: "Ma mi faccia il piacere!" Senza dimenticare, di Totò, il resto: "E poi dicono che uno si butta a sinistra!"

Alessandro Iaria ha detto...

Sono di fronte al monitor ad applaudire come un bambino. Era ora che qualcuno dicesse le cose come stanno, un grazie a Mingardi. E` davvero imbarazzante questa rincorsa di idiozie che ci porta, appunto, a preferire l`uno dopo aver ascoltato l`altro. Ora torno a rileggere il post perche' e' favoloso.

Ismael ha detto...

Questo miscuglio di tradizionalismo spicciolo e di fascinazione per il New Deal rivela tutti i limiti dell'elaborazione culturale in seno alla destra italiana.
Anche Tremonti cade vittima dell'equivoco che ha reso "mercatista" (fuori tempo massimo) certa sinistra liberal-radicale, cioè il ritenere che una politica "liberista" incoraggi la fatuità, il "consumismo" o la disgregazione sociale. A parte il fatto che, anche se così fosse, non sarebbe comunque ammissibile sacrificare la libertà al bene, è vero l'esatto contrario. Come l'esperienza reaganiana dimostra, il capitalismo fa da ideale ambiente economico all'etica della responsabilità personale e dell'oculatezza che il Giulio tanto rimpiange.
Per il futuro, sosteniano Antonio Martino ministro dell'economia. Il peggio che può capitarci è un brusco risveglio.

Luca Zampetti ha detto...

Come si fa a liberalizzare in un mercato dove i politici sono abituati a essere boiardi e gli imprenditori ad essere inefficienti?

Esistono terzi, ovvero i Cittadini. Da questi sono state prese le risorse fiscali per creare tutte le cattedrali nel deserto e tutti i rottami economico-finanziari della Prima Repubblika.

Quando si dissolve una società, qualora resti del capitale o degli attivi da dividere, li si paga ai soci. Qui, fuori che i rottami, ci sono solo debiti da dividere e nessuno sa come fare.

I Cittadini sono i "soci" dello Stato, essi SONO lo stato.

Che cosa impedisce di attuare le privatizzazioni sotto forma di distribuzioni a titolo gratuito, magari come lotterie, tra cittadini (italiani, non extra-comunitari), che corrispondono a certi criteri di reddito e/o patrimonio, ovvero che non hanno un reddito/patrimonio?

Che differenza fa per un Tronchetti-Provera, un Colaninno ecc. ecc. rastrellare azioni da un club di azionisti poveri invece che dal Ministero del "Tesoro"?

Nulla, assolutamente nulla.

L'unico motivo che viene addotto da sedicenti politici, sedicenti imprenditori e da sedicenti esperti, è che esistano dei "proprietari naturali", che sono gli unici in grado di "gestire" certi oggetti. Ora, si dimostra facilmente che tutti i "proprietari naturali" selezionati dalla politica, si sono dimostrati incapaci di farlo. Anzi, hanno fatto piu´ danni all´economia e alla societa´ italiana.

Agli stranieri non si può o non si vuole riconoscere il titolo di "proprietari naturali" (vedi Abertis, non solo i candidati per rilevare TIM).

Allora come privatizzare?

Non resta che distribuire a titolo gratuito trai poveri. I quali ovviamente non se ne fanno nulla delle azioni di Alitalia, Autostrade e/o di Telecom o di Montedison o delle AEM ecc., ma le possono vendere al migliore offerente.

Se ci sono dei manager italiani veramente capaci di gestire questi "cosi", essi verranno nominati da chi rastrellerà la maggioranza delle azioni di certe "società". Se non ce ne sono in Italia, verranno da dove devono venire.

Purchè siano veramente "capaci" di dare agli utenti quel che loro spetta. Questo è tutto quel che conta.

I 500 mio. necessari per pagare le spese di un IPO alle banche, decadono.

L'ingiustizia sociale di privatizzare ai soliti furbetti del quartierino gia´ arci-noti ciò che è stato finanziato con le risorse fiscali dei cittadini contribuenti, sparisce.

Chi vuole, paga.

Eccheccevò?

Pace e bene a tutti
"I Love you All": The Ultimate Boris Becker

Luca Zampetti

John Christian Falkenberg ha detto...

Tremonti fa il paio con il genio ministeriale tedesco che ha definito i fondi di private equity "locuste". Si tratta di un atteggiamento luddita: si accusa l'innovazione finanziaria pur di non guardare in faccia la realtà, la propria inefficienza e la propria ingenuità

John Christian Falkenberg ha detto...

Questo, ovviamente, non significa che mi tengo volentieri Prodi. Significa che vorrei un Ministro delle Finanze di centrodestra, invece che un socialista allievo di Franco Reviglio.