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giovedì 16 ottobre 2008

Rivelazioni

Conti dormienti, delusione ricavi: al ministero arriveranno meno di 2 miliardi
Bottino magro per il ministero dell'Economia [...]
Ecco, "bottino" è la parola giusta.

Cattivo Cav.

Premessa: il mondo sta arrancando a causa di una crisi di fiducia, che blocca il mercato del credito. Svolgimento: i mercati finanziari mondiali, compreso quello italiano, scontano un difetto di capitalizzazione. Conseguenza: è oggi essenziale utilizzare tutti gli strumenti che possano aiutare ad attirare capitali. Seconda premessa: i fondi hedge e i private equity stanno performando relativamente bene. Principalmente questo è spiegabile col fatto che il ricorso alla leva, da parte di queste realtà, è relativamente moderato. Svolgimento: il mestiere di questi soggetti è portare capitale fresco nelle imprese in difficoltà, ristrutturarle e renderle efficienti, per poi realizzarne il pieno valore. Conseguenza: tra gli strumenti di cui sopra, fondi hedge e private equity possono, in modo diverso, figurare, a buon diritto. Se tutto questo è vero, e lo è (come ha scritto anche Andrea), allora mi chiedo cosa gli sia passato per la testa, al Cav., quando ha deciso di scendere in campo contro il "rischio" di scalate ad aziende italiane che, a suo avviso, sono "sottovalutate". Abbiamo oppure no bisogno di capitali? Ed è innegabile oppure no che pecunia non olet, vale a dire che un euro di un fondo sovrano vale tanto quanto un euro di chiunque altro? Naturalmente, anche l'euro di fondi hedge e private equity vale un euro. Cosa di cui non sembra essersi reso conto il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, che ha definito questi soggetti "demenziali" e "fuori da tutti gli schemi del capitalismo classico" (qui la risposta degli interessati). Immediata e più che meritata la sberla del Financial Times. Ora mi domando e dico: vogliamo prenderla sul serio o no, questa benedetta crisi? E, se sì, la vogliamo smettere, per una volta, di lanciare slogan e propaganda populista, e tentiamo di capire cosa è andato storto e per colpa di chi? Una cosa è certa: hedge fund, private equity e fondi sovrani non hanno colpe (o meriti, se è per questo) particolari. Quindi lasciateli stare.

Leggi "Bravo Cav." su www.RealismoEnergetico.org

mercoledì 30 luglio 2008

+++ Doha Rip

Questa volta il crollo è davvero sonoro. Ma il Doha Round non è fallito ieri, con la sospensione delle trattative dovuta - questa volta - alla resistenza di Cina e India. L'inizio della fine era stato al ministeriale di Cancun, nel 2003; i negoziati multilaterali erano entrati in coma nel 2005, a Hong Kong. Il resto, speranze e timori inclusi, è stato inutile tentativo di scongiurare l'inevitabile. Ci troviamo, oggi, in un mondo più tremontiano. Con tutti i suoi limiti, la Wto era riuscita a incarnare la tensione (contraddittoria quanto si vuole) verso la globalizzazione. Adesso siamo, davvero, al riflusso, al momento in cui le rugginose organizzazioni internazionali prendono atto di un cambiamento dell'opinione pubblica. L'arrocco di Pechino sulle clausole di salvaguardia può essere la causa materiale del fallimento: ma esso è stato causato anzitutto dal fastidio con cui gli Stati Uniti e soprattutto l'Europa (che ha responsabilità ancora maggiori) hanno vissuto i negoziati. Certo, nel frattempo sono stati conclusi tanti bilaterali, e altri verranno. Però il quadro multilaterale forniva una cornice infinitamente più efficace e positiva. In un certo senso, oggi torniamo al 1994. Con la differenza che allora le speranze le avevamo davanti agli occhi, adesso le abbiamo dietro la schiena.

PS Giuste osservazioni di Paul Krugman.

mercoledì 23 luglio 2008

Anticipazioni (onerose) dal piano Alitalia

Repubblica di oggi dedica ampio spazio ad alcune anticipazioni dal piano Alitalia, in corso di elaborazione da parte di Intesa. Per Repubblica il piano sarebbe in dirittura d'arrivo e potrebbe essere presentato ad Alitalia e al Ministro del Tesoro ai primi di agosto. Ecco quanto emerge, in sintesi, dalle notizie odierne:
  1. La Stampa riferisce che, secondo Intesa, alle condizioni attuali del mercato, della legislazione e dell'azienda nessun investitore è disponibile a entrare nel capitale. Non ci si poteva attendere nulla di diverso: tre mesi fa il pretendente era uno solo ed è stato cacciato in malo modo; da allora il prezzo del petrolio è schizzato alle stelle e Alitalia ha perso (in aprile e maggio) un milione e ottomila passeggeri, corrispondenti ad un -24% rispetto allo stesso bimestre del 2007. La quota di mercato di Alitalia, calcolata sui passeggeri, è stata in maggio, secondo le stime CRIET-Università Bicocca, solo del 17,3%, il suo minimo storico (era attorno al 23,7% nel IV trimestre 2007).
  2. Cosa si può fare allora? Dato che le condizioni del mercato non le può modificare, per fortuna, né Sant'Intesa né San Tremonti, l'obiettivo è, secondo Repubblica, di agire sul fronte della legislazione e su quello del perimetro aziendale. Nel primo caso si tratterebbe di adattare ad hoc la legge Marzano: "I tecnici legislativi dei ministeri interessati ... pensano a una norma che renda più celere il ricorso all'amministrazione straordinaria evitando il rischio che i debiti (Alitalia ne è oberata) possano trasferirsi sui nuovi soci, compromettendo il progetto di rilancio. Sarà questo un passaggio-chiave perché il successivo commissario nominato dal governo possa cedere ai potenziali offerenti la nuova compagnia". Nel secondo caso si tratta di ritagliare tra gli asset di Alitalia quelli utili alla costruzione di una new company (in particolare marchio, rotte e clientela) che sarà offerta alla cordata di nuovi azionisti. La parte residuale, bad company (con debiti, esuberi e attività in perdita) rimarrà a carico, in un modo o nell'altro del contribuente (liquidazione e/o mantenimento di servizi non profittevoli nell'orbita delle partecipazioni statali).
  3. Esuberi: le cifre, ragionevoli, che circolano oscillano tra le 4 e le 7 mila unità, due-tre volte gli esuberi del piano Air France, ma Bonanni ha già detto che con 4 mila i sindacati si possono comunque sedere al tavolo delle trattative. Perchè questa diversità di giudizio rispetto all'alzata di scudi sindacale su Air France? E' semplice: nel nuovo progetto verrebbero attivati adeguati ammortizzatori sociali, sempre con oneri a carico del contribuente, al momento non esistenti per il settore; inoltre i sindacati, tradizionali detentori della golden share sull'azienda, continuerebbero a svolgere un ruolo di primo piano, il contrario di quanto si sarebbe verificato con la vendita ad Air France.
  4. New company: la new company è in realtà Airone, adeguatamente rafforzata con gli asset utili di Alitalia, in particolare marchio, slot aeroportuali e clientela. La clientela, in particolare, sommata a quella di Airone, garantisce alla new company un quasi monopolio sulle più frequentate rotte nazionali. In sostanza l'operazione di alta sartoria aziendale affidata da San Tremonti a Sant'Intesa consiste nel ritagliare un vestito che renda attraente Airone con i pochi pezzi buoni rimasti ad Alitalia. Anche qui non ci si poteva attendere nulla di diverso, dato il rapporto che lega da tempo Intesa con Airone e l'italica indifferenza ai conflitti d'interesse.
  5. Capitali freschi: considerato che il commissario di Alitalia e Toto conferiranno beni patrimoniali in natura, di soldi freschi per ora se ne intravvedono davvero pochi. Secondo i dati di Repubblica la colletta tra i 'capitalisti' tricolori porterebbe a circa 700 milioni di euro, ben poco rispetto alle esigenze di rilancio di Alitalia e comunque una frazione dell'impegno finanziario contenuto nella proposta di fine marzo scorso di Air France.
  6. Successo dell'operazione: molto incerto se si considera che il secondo trimestre di Alitalia è andato particolarmente male. Infatti, mentre dal lato dei costi gli eventuali risparmi derivanti dalla contrazione dell'offerta di Alitalia a partire dall'avvio dell'orario estivo dovrebbero essere stati interamente annullati dai rincari del combustibile, sul fronte dei ricavi occorre considerare la riduzione della domanda il cui ordine di grandezza è attorno al 20%. Su base trimestrale si tratta di circa 200 milioni di euro di ricavi in meno che si dovrebbero essere interamente riverberati sul risultato ante imposte. Nel II trimestre 2007 esso è stato negativo per circa 70 milioni di euro; nel II trimestre 2008 dubito che possa essere più contenuto di 270-300 milioni di euro. A tale cifra occorre aggiungere il risultato negativo ante imposte del I trimestre, pari a 214 milioni; si arriva in conseguenza, nella migliore delle ipotesi, a 500 milioni di perdita per il I semestre (ma potrebbero essere anche 550) con una probabilità di 900 milioni, un miliardo di perdita a fine 2008 in assenza di significativi interventi di ristrutturazione, dei quali non si vede avvisaglia, e di una ripresa del traffico passeggeri, anch'essa improbabile se si considera che l'intero mercato italiano del trasporto aereo si sta fermando (il tasso di crescita su 12 mesi è in riduzione da diversi mesi e in giugno si è attestato al +0,7%, contro circa un +6% per il resto dell'Europa).

Previsione: una volta resi noti i dati di bilancio del primo semestre è probabile che molti degli ipotetici partecipanti alla cordata tricolore ritirino rapidamente la loro disponibilità, impedendo all'accoppiata S. Intesa-S. Tremonti di fare l'atteso miracolo.

Commento-domanda finale: l'ultimo treno transitato alla Magliana era Air France; perché lo si è lasciato scappare?

lunedì 7 luglio 2008

Dalla finanza creativa alla regolamentazione creativa

L'ultima trovata del più illustre economista italiano (absit iniuria verbis) promette di debellare il flagello della speculazione... attraverso l'antitrust. (Il che, per inciso, la dice lunga anche sul livello della competition policy nell'Unione.) Vi pare possibile che Tremonti non abbia ancora pensato ad attivare i Ghostbusters? Nel frattempo, c'è persino qualche pretenzioso economista amateur che s'azzarda a dargli consigli...

(Disclaimer: post sarcastico.)

venerdì 20 giugno 2008

Lasciamo lavorare il manovratore

E' vero, c'è la Robin Hood tax - sulla quale, nonostante Massimiliano Trovato oramai scriva le battute a Tremonti, come Istituto abbiamo espresso pareri critici perché informati (per un altro parere critico, informato e per nulla antipazzante verso il Pdl, si veda qui). E' vero, c'è un aumento della tassazione su banche ed imprese che equivale ad una "tassa sulla borsa" - e che sembra presupporre, perlomeno nella vulgata, che tasse più alte le paghi il management e non gli azionisti (colpiremo i banchieri!), una corbelleria. Sul Foglio di oggi, Michele Boldrin parla di "peronismo economico". Utile e condivisibile commento sulla mentalità sottesa a questi provvedimenti: qui. C'è la faccenda - su cui i critici tacciono, e gli ammiratori suonano le campane - della "mancia" a Telecom per la banda larga.
Tutto vero. Ma se effettivamente, oltre a misure sacrosante (e rivoluzionarie) sul lavoro e sulla pa, si liberalizzassero servizi pubblici locali e servizi postali, non vivremmo in un'Italia migliore?
Non voglio dire che il gioco valga la candela, temo che se la situazione politica s'incrina della manovra resterà il peggio e si arenerà il meglio, non sono entusiasta del fatto che la centralità assunta da Tremonti in questa fase finalmente ci consenta di poter prevedere chi sarebbe primo ministro, se domani a Berlusconi ci venisse uno sciopone. Però forse, oltre a un po' di paura, qualche speranza possiamo concedercela, no?

martedì 3 giugno 2008

Alitalia: prestiti e la conferma del teorema

Le dichiarazioni di Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, “l’Europa vuole più mercato, e più mercato di cosi” in concomitanza del decreto “SalvAlitalia” e del relativo prestito sembrano non eccessivamente calibrate.
In primo luogo, vi sono dei seri dubbi che l’Europa voglia più mercato, come dimostra la proposta molto timida sul Doha Round in campo commerciale e agricolo o la vittoria delle lobbies contro un’apertura del mercato nel settore del trasporto pubblico locale. In alcuni settori l’Europa ha voluto più mercato, ma non sempre è stato così.
Secondariamente un prestito che entra nel patrimonio netto dell’azienda e che difficilmente sarà restituito ai contribuenti nega la seconda parte della frase del ministro “più mercato di cosi”.

La natura del finanziamento è la parte di maggiore interesse di questo ennesimo salvataggio di Stato. Secondo la relazione tecnica al decreto legge i due terzi del finanziamento sono presi dal fondo per la competitività e lo sviluppo.
Un prestito ponte che finanzia un’azienda che di sviluppo del mercato non ha mai sentito parlare negli ultimi 15 anni e che si prefigura come norma chiaramente anti-competitiva è finanziato in questa maniera; in effetti tra gli obiettivi della direzione generale che gestisce questo fondo è presente quello di “amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi”.
Il governo ammette che Alitalia deve essere gestita in amministrazione straordinaria; speriamo dunque che la compagnia venga commissariata.

Intesa San Paolo è diventata oggi 3 Giugno ufficialmente advisor per la privatizzazione di Alitalia; sicuramente è il player vincente del fallimento della seconda fase di privatizzazione. La banca da investitore di rischio al fianco di Airone diventa l’advisor della terza fase della vendita di Alitalia.

I sindacati si dicono soddisfatti di questa nuova fase di privatizzazione e delle decisioni prese dal Governo.

Teorema
Se i due attori, sindacati e Governo, si trovano d’accordo sulla gestione di un’azienda pubblica, il terzo (il contribuente) non gode affatto.

Ferrovie dello Stato (42 miliardi di Euro circa di contributi e perdite dal 1998 al 2006), Alitalia (3 miliardi in nove anni), il trasporto pubblico locale (costi 2,5 volte quelli inglesi) e Poste Italiane (al netto dei sussidi) ne sono la dimostrazione.

sabato 10 maggio 2008

Anche le banche piangano

Alitalia italiana, banche e petrolieri pagheranno il conto. Il buon giorno si vede dal mattino.

venerdì 11 aprile 2008

Mercato postale: la ricetta è liberalizzare

Uno dei rari motivi per rimpiangere il governo Prodi è la posizione costruttiva e di buon senso che il ministro Gentiloni andava maturando sul mercato postale. E' certamente auspicabile che il prossimo Ministro delle Comunicazioni non arretri rispetto alle determinazioni del predecessore in materia, ed anzi cominci a tramutarle in azione concreta.

Rimane, però, lecito dubitare che ciò possa avvenire qualora le urne incoronino - come pare inevitabile -un partito per il quale i 14.000 dipendenti di Poste Italiane rappresentano tradizionalmente un bacino elettorale amico ed il cui ministro dell'economia in pectore mira ad ambientare nell'azienda le sue più turpi perversioni stataliste.

E' questo scenario a rendere ancor più prezioso l'interessantissimo convegno ospitato dal CRIET (con la puntuale supervisione di Ugo Arrigo) lo scorso 7 aprile. Le conclusioni dei relatori convergono sulla necessità di aprire il settore, privatizzando il privatizzabile e rimuovendo tutti gli ostacoli normativi che impediscono lo sviluppo di una competizione effettiva. Non possiamo definirla una sorpresa per i lettori di Liberalizzazioni. Ma si trattà di ovvietà che è drammaticamente necessario ribadire.

mercoledì 19 marzo 2008

Tremonti-Brambilla: red passion

Su una cosa l'onnipresente Tremonti ha ragione: gli argomenti da lui sollevati in questa campagna elettorale denotano una visione globale (absit iniuria verbis) assai chiara, che può essere contrastata solo con un'analoga visione contraria. Ora sappiamo che ben difficilmente tale visione potrà germinare entro i confini del PdL.

Accantonati i dissapori dei mesi scorsi, a tre settimane dal voto la rossa pasionaria berlusconiana si schiera senza riserve col ministro dell'economia in pectore. Niente autarchia, per carità, ma dazi a profusione sì.

Un protezionismo all'americana, c'istruisce la regina dei Circoli, perché anche nel paradiso dei liberisti si mettono dei "paletti a una politica di dumping, che rischia di distruggere l'intrinseco valore di ogni mercato". D'altronde, lo stesso Tremonti aveva auspicato nei giorni scorsi che la sua medesima patente di protezionista venisse assegnata anche ad Obama e McCain*.

Sia come sia, se è vero che per un lungo momento Tremonti e la Brambilla erano parsi i più autorevoli candidati alla successione del Cavaliere, e soprattutto che quest'ultima era sembrata - nella sua superficiale gaiezza - l'unico antidoto ai deliri del Nostradamus della Valtellina, la consumazione di quest'unione incestuosa promette di recare conseguenze funeste qunto persistenti per l'elaborazione del centrodestra italiano nei prossimi anni.

Laddove Tremonti aveva concesso, con le sue sortite, uno spazio enorme di dissenso, la Brambilla ha preferito affiancare un proprio protezionismo casereccio all'antiliberalismo intellettualistico ed inarrivabile dell'altro. Con il risultato di sigillare il posizionamento della compagine berlusconiana sull'unico tema ideale emerso nello scontro elettorale. Posizionamento che i pochi liberali superstiti del PdL hanno dato prova di non voler o saper contestare.

Ora, la buona notizia è che le aspirazioni tremonto-brambillesche faranno certo fatica a superare il vaglio di Bruxelles, e la loro traduzione concreta sarà dunque verosimilmente disinnescata in massima parte. Ma quanto a lungo questa zavorra ideologica condizionerà la cultura politica italiana è una domanda la cui risposta fa davvero paura.

* Ben strano, va detto, è il ragionamento alla base di questo argomento: gli Usa sono liberisti, gli Usa applicano misure protezioniste, ergo le misure protezioniste sono compatibili col liberismo; come a dire: Eliot Spitzer è un uomo dalla moralità specchiata, Eliot Spitzer va a puttane, ergo andare a puttane è attività di alto valore etico. Forse - in entrambi i casi - la premessa maggiore andrebbe vagliata con cura più intensa.

martedì 18 marzo 2008

La globalizzazione del tremontismo

In attesa che le auspicate misure protezionistiche vengano applicate anche alle recensioni, al professor Tremonti non resta che importare da Oltreoceano questa critica mercatista alla sua ultima fatica.

sabato 1 marzo 2008

L'Italia un Paese normale?

Massimiliano Trovato ha già segnalato l'intervista di ieri di Pierferdinando Casini. Si perdoni un aneddoto. Una volta, alcuni anni fa, a Venezia per un convegno di "Liberal", dopo averlo ascoltato un amico inglese mi disse: non la pensa come noi, ma mi piacerebbe la pensasse come noi. Si riferiva allo "charme" del buon Pier, alla sua capacità di venditore della politica.
C'è un'altra lettura, oltre a quella che l'Italia stia diventando un "Paese normale": potrebbe essere che quando uno è alla disperazione, come l'Udc/Rosabianca, tenta persino la più disperata delle carte, cioè prendere voti facendo il liberista. Di per sé, la tendenza di queste elezioni pare essere: "todos liberales", tranne la sinistra arcobaleno e Tremonti.
Dopo Casini, e paradossalmente usando Casini come "benchmark" di liberismo, il Sole oggi interpella Lanzillotta e Alemanno. Quello che dice la Lanzillotta non è sorprendente: quello che dice Alemanno sì. Da quando la destra sociale è diventata "privatizzatrice"? O il "lanzilottismo" di Alemanno si può comprendere e leggere soprattutto in funzione anti-leghista (per la Lega, Roma è -ogni tanto- ladrona, ma le municipalizzate mai)?
Credo che Massimiliano abbia fondate speranze su un punto. C'è più "normalità" oggi in Italia di quanto ve ne sia stata negli ultimi anni. Il dramma però è che si tratta di una "normalità" dalla quale il programma della probabile prossima coalizione di governo è meno contagiato di altri.
Nel manifesto del Pdl, ci sono "cosette" buone. Ma sono cosette: e anche gli amici che hanno dato fiato alle trombe, esaltandone il liberismo, si sono fermati sui dettagli per non vedere il quadro nel suo complesso (vedi l'ottimo Della Vedova qui). In realtà, le "cosette" buone (e per fortuna la parte sul lavoro è resuscita, dopo essere stata stralciata nella versione circolata su Libero!) non compensano tre "cosone" preoccupanti: (1) la voglia di "protezione" cui il programma cerca tremontianamente di dare espressione; (2) l'analisi di fondo: stiamo entrando in tempi straordinari che esigono uno straordinario intervento pubblico (banca del Sud, distribuzione di pani e pesci da parte dei comuni, 'piano Fanfani' per una nuova edilizia pubblica); (3) l'assordante silenzio sui grandi nodi della spesa, a cominciare dalla sanità.
Eppure ci sono tanti, nella Cdl, da Sacconi a Della Vedova, da Capezzone a Baldassarri, da Berlusconi che con toni liberisti ha "venduto" alla stampa il programma colbertista, fino persino a un ex statalista a cinque stelle come Alemanno, che non solo pensano, ma parlano pure, in questi giorni di campagna elettorale, usando sfumature molto diverse.
Vincerà la carta del programma, o lo spirito degli uomini di buona volontà? Probabilmente dipenderà semplicemente (e tragicamente) dalle circostanze: chi farà il ministro di che cosa; quanti saranno i punti di distacco fra Pd e Pdl; quanto piglia la Lega; etc.
Uno sguardo al programma del Pd, altrettanto raccogliticcio e goffamente polifonico (una legge sulla concorrenza all'anno! corporate social responsibility nelle imprese! flessibilità "ma anche" sicurezza! più imprenditorialità nella sanità pubblica "ma anche" meno sanità privata! liberalizzazioni nell'energia "ma anche" rottamare il petrolio!), non dà molte speranze in più (nonostante vi sia molta meno paura della globalizzazione, da quelle parti). Siamo in una fase di transizione e delicatissima. Che vi sia nella cultura di mercato qualcosa da imparare, è opinione condivisa da tutti tranne che da un paio di ex ministri dell'economia. Ma il fatto che non si sia ancora appreso come esprimersi e pensare in termini di cultura di mercato, dimostra una volta di più quanto disperato bisogno abbia questo Paese di quella grande opera di "incivilimento" culturale nella quale le persone che animano questo blog si ritrovano spesso troppo sole.

giovedì 6 settembre 2007

Più mercato. Anche per le agenzie di rating

Se della delirante intervista di Giulio Tremonti al bravissimo Aldo Cazzullo abbiamo già detto, correttezza imporrebbe di segnalare che l'intervista di Tremonti al "Sole 24 Ore", pubblicata domenica scorsa, era assai meno delirante. Cioè, la materia prima del delirio era la medesima, ma in presenza di un cuoco più attento a dosare il lievito, perlomeno non è strabordata dal recipiente.
Soprattutto, pur concionando di critica al mercatismo, di storia che non è finita, di brusco risveglio, eccetera (del resto sempre di Tremonti si tratta), GT in quell'occasione ha dato uno spunto originale. Per le agenzie di rating, ha detto l'antimercatista, ci vorrebbe più mercato.
Lo spunto è ripreso ed ampliato da questo interessante articolo di Benedetto Della Vedova e Piercamillo Falasca per Libero mercato.
Questo il nocciolo dell'articolo:
Ciò detto, un problema esiste. Il settore del rating è fortemente oligopolistico, da decenni limitato a soli tre operatori a causa delle severe barriere all’ingresso poste dalla SEC americana (i mercati europei hanno di fatto un ruolo marginale). Qualche giorno fa Giulio Tremonti ha parlato di anomalia istituzionale. In effetti, è quanto meno discutibile che uno dei meccanismi vitali di controllo del mercato sia affidato ad un oligopolio. La mancanza di concorrenza non aiuta la qualità del settore e lo sviluppo di metodi di valutazione innovativi e trasparenti. Probabilmente (e nell’interesse delle stesse agenzie), il sistema finanziario necessita di un mercato del rating più ampio, aperto ad una varietà di agenzie specializzate in ambiti peculiari (i derivati dei subprime, ad esempio), per tipologia di strumento o per area geografica.

giovedì 23 agosto 2007

Un buon motivo per ternerci Prodi (forse, l'unico)

Giulio Tremonti non delude mai. Ogni volta che c’è domanda per una posizione populista espressa con finto intellettualismo, lui arriva. E’ il caso dell' intervista ad Aldo Cazzullo, nella quale l’ex ministro dell’economia annuncia assieme una rivolta fiscale “gandhiana”, e la crisi del paradigma “mercatista”.
Sul piano generale, quale sia la contraddizione di Tremonti è evidente. Lui è per tasse basse e dazi alti. Ma se il paradigma “mercatista” è davvero alla frutta, e se “il governo dell’Europa deve passare dall’inerzia all’iniziativa economica come nel New Deal di Roosevelt”, allora non c’è ragione di abbassare le tasse (fra parentesi, Roosevelt la pensava al contrario di Tremonti: semmai egli era per dazi bassi, ancorché a giorni alterni, e per tasse alte). Quando lo Stato deve intervenire massicciamente nell’economia, servono risorse importanti. E quelle risorse si possono reperire soltanto con una fiscalità elevata, che naturalmente deve concentrarsi laddove ci sono redditi più ingenti.
Annuncia Tremonti:
Agosto 2007: tempus revolutum. La crisi finanziaria è un tornante intorno a cui svolta un pezzo della nostra vita. Porterà conseguenze non solo economiche, anche politiche, anche "spirituali". Segna la fine di molte equazioni. Che la patria sia uguale al mondo, che l'euro contenga l'Europa; che il mercato sia tutto, che il denaro sia gratis; che i consumi siano la sublimazione dell'esistenza, che i desideri contino come i bisogni. Il vuoto lasciato alla finanza sarà colmato dal ritorno dei valori. I bisogni vengono prima dei desideri, Caino è diverso da Abele, la vita non è solo il pil e non è solo la scienza, il '68 non è il futuro ma il passato, il governo dell'Europa deve passare dall'inerzia all'iniziativa economica come nel New Deal di Roosevelt

E ancora:
La politica futura, il futuro della politica non è nel materiale. Gli interessi urlati, gli egoismi esibiti cederanno il passo al ritorno dei valori.

Cosa vuol dire? Francamente non ne ho idea. Detto senza ironia: mi piacerebbe avere le risorse intellettuali, per capire. In primo luogo, mi viene difficile comprendere la pretesa antinomia fra valori e globalizzazione, tenuto conto che uno degli a priori della globalizzazione è un certo universalismo: tutti gli uomini “sono creati uguali”, e da questa creazione su base di eguaglianza discende anche che si scambia con tutti loro, anziché ridurli in catene o farli salire su un vagone piombato (Carlo Lottieri ha scritto un meraviglioso saggio sullo “scambio miracolo profano”, che mi sento sempre di raccomandare).
Sembra dunque che per Tremonti i valori siano sempre, comunque ed inevitabilmente quelli di un particolarismo egoistico (“la patria non sia eguale al mondo” – addio Sondrio bella?), sostanzialmente gretto. Peccato che il resto del mondo la pensi, per quanto con un'amplissima differenza di sfumature, in modo diametralmente opposto: i “valori” misurano semmai l’incontro con l’altro, non la chiusura in noi stessi.

Una delle affermazioni di Tremonti è condivisibile:
L'intensità della crisi finanziaria in atto non è ancora ben stimata. E' probabilmente ancora sottostimata. In ogni caso, è una crisi che non avrà effetti limitati alla finanza ma estesi all'economia e a tanti altri elementi del nostro vivere.

Questo è molto probabile, ma ha davvero poco a che vedere con
la fine dell'"età dell'oro", la fine dell'ultima ideologia del '900, insieme pagana e postmoderna. Finisce l'idea del mondo a sviluppo continuo, della finanza come propellente universale di un motore che, superando il passato e il presente con tutti i loro limiti e con tutte le loro complessità, superando la storia, è finalmente capace di spingere l'umanità verso un futuro "nuovo", sempre più facile, sempre più gratuito. La crisi del 2007 rovescia questi termini, frena la fuga nel futuro, segna il ritorno della storia. Il ritorno nella storia.

Cerchiamo di andare oltre il gusto della buona punteggiatura ed il fraseggio raffinato. Cosa dice Tremonti? Niente. Che cosa significa parlare della “finanza come propellente universale di un motore che supera il passato e il presente”? Chiedetelo al gestore di un hedge fund. La finanza è semplicemente parte dell’economia, in nulla meno nobile dell’economia cosiddetta “reale”. E’ fatta da persone che hanno capitali, e persone che investono questi capitali. Né gli uni né gli altri vogliono “superare la storia”: vogliono semplicemente fare profitti. Per fare profitti, ci sono modi leciti e illeciti, modi saggi e modi poco saggi, modi innovativi e modi parassitari.
Un mondo nel quale è stato reso possibile, a coloro che investono capitali, di farlo a trecento sessanta gradi, ha creato le condizioni per una crescita senza precedenti nella storia dell’umanità: lo hanno ricordato bene sia Francesco Giavazzi e Alberto Giovannini, che Franco Debenedetti.
Ci sputiamo sopra? Immagino che nel mondo dei “valori” la crescita non sia importante, anzi magari la “de-crescita” è un male necessario: la ricchezza crea tentazioni ed attrae immigrati (gli immigrati rubano, puzzano, si sposano le nostre figlie, eccetera).

Continua Tremonti:
L'impressione è che sia giunta a termine una fantastica catena di sant'Antonio. Ha ceduto l'anello dei mutui facili americani. Ma ci sono altri anelli deboli. E il più debole sono gli hedge fund, le "banche irregolari" che nell'ultimo decennio si sono sviluppate fuori da ogni giurisdizione. Una data-chiave sarà la fine del mese, quando gli hedge fund dovranno fare i loro rendiconti e dire quanto valgono e quanto hanno perso. Questa crisi evidenzia in realtà le criticità che ho cercato di esporre per tanti anni, in Italia all'estero, sul Corriere e al G-7 e G-8: le riflessioni sui limiti del mercatismo, sui rischi fatali, le polemiche sul protezionismo e sul colbertismo, e anche sui limiti della "vigilanza", a partire dal caso Parmalat e dal rischio di una sua replica su scala mondiale. Allora la mia era vox clamantis in deserto.

Gli hedge fund dovranno fare i loro rendiconti e dire quanto valgono e quanto hanno perso: qualcuno perderà molti soldi, qualcun altro (verosimilmente) sfrutterà quest’opportunità per fare ancora più soldi. Il mercato è così. Le crisi lo disciplinano: non stanno “fallendo” le istituzioni del mercato, al contrario le istituzioni del mercato stanno lavorando!
E’ il mercato – sono gli investitori – a disciplinare pratiche non profittevoli o illegittime. Di che cosa stiamo parlando, allora?
E che cosa c’entrano il protezionismo ed il colbertismo? Che cosa c’entrano le magliette e le scarpe cinesi, alle quali il Tremonti ministro aveva dichiarato guerra? E, ancora, che cosa c’entra la possibilità che un’azienda italiana possa trovare capitali altrove e recuperare efficienza in virtù del management migliore “imposto” da investitori di mercato, interessati alla performance e non al controllo?
Se guardiamo all’Asia, vediamo che lì le ripercussioni della crisi sono – e probabilmente saranno – davvero modeste. Da che cosa ci voleva proteggere, il ministro Tremonti?

Ad Aldo Cazzullo, il vicepresidente di Forza Italia spiega di avere compreso come anche il resto del mondo avesse cominciato a condividere i suoi timori, in un’occasione molto particolare:
Downing Street, cena offerta da Gordon Brown in onore di Alan Greenspan. Si parla del passaggio di consegne, e Greenspan racconta la storia delle tre buste chiuse che il dimissionario lascia all'erede. Prima crisi; il successore apre la prima busta e trova scritto: "Dai la colpa a me". Seconda crisi, seconda busta: "Dai la colpa alla politica". Terza crisi, terza busta: "Prepara tre buste". In quel momento mi è parso che qualcuno avesse capito qualcosa.

A parte che l’aneddoto lascia il tempo che trova (come sempre gli aneddoti: servono solo a certi politici per chiarire a tutti che non si limitano a frequentare Umberto Bossi e le feste della Lega), Greenspan in quell'occasione veniva salutato come banchiere centrale. Il “maestro” ha ricoperto un ruolo di primissimo piano, nel gestire le crisi del recente passato, e forse anche nel contribuire a quella di oggi. Ma da quando le responsabilità (ed, eventualmente, gli errori) di un regolatore, diventano un argomento contro i mercati che egli regola?

Prosegue l’intervista:
La finanza fine a se stessa ha deresponsabilizzato. Mi indebito, e per uno che si indebita c'è uno che presta; tanto a entrambi la finanza consente di scaricare su altri le responsabilità.

Troppo comodo. Non è la finanza “fine a se stessa” che deresponsabilizza. Si può sostenere che vivere facendo tanti debiti non sia un modo “sano”. Si può anche sostenere che alcuni strumenti – il credito al consumo, per esempio – siano in un certo qual senso diseducativi: consentono alle persone di consumare “al di sopra delle proprie possibilità”. E siccome la vita magari non è più tanto short ma può sempre rivelarsi brutish and nasty, inevitabilmente si producono aggiustamenti poco gradevoli.
Ciò detto, la colpa è degli strumenti con cui uno si indebita troppo, o di colui che si indebita troppo? La responsabilità è sempre di altri – del mercato, della cultura, della società dell’abbondanza e dell’apparenza… - o non è piuttosto di individui in carne ed ossa che, come da sempre avviene ad individui in carne ed ossa, sbagliano e talvolta fanno il passo più lungo della gamba?

Mi piacerebbe sapere quale sia la risposta “della visione politica e spirituale”. Ma ancora di più mi piacerebbe sapere cosa ci sia di spirituale in quest’affermazione:
Già nel 2004, semestre italiano, avevo proposto di replicare il piano Delors: investimenti pubblici finanziati con eurobond.

Precisa Tremonti: “la reazione mercatista fu dire no alla produzione di nuovo debito”. Raramente capita di trovare nella stessa intervista, a quattro righe di distanza, una severa critica all’indebitamento privato, e poi una grande nostalgia per l’indebitamento pubblico. Evidentemente l'intervistato presta attenzione soprattutto agli aggettivi.

In conclusione. Volete un buon motivo per sopportare, stringendo i denti e tutto il resto, il governo Prodi, e quasi quasi per sperare in elezioni a fine legislatura? Non è facile trovarne uno, ma nondimeno uno c’è: prima si vota, più alta è la probabilità che questa calamità naturale sia di nuovo ministro dell’economia.