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domenica 25 gennaio 2009

Quel che è mio è mio...

Potrebbe essere un po' fuori tema parlare qui del recente sgombero del centro sociale Cox 18, meglio noto come "il Conchetta". Dopo tutto, più che di liberalizzazioni, si tratta di una liberazione.

Ma è interessante prendere atto di un paio di reazioni degli sfrattati. Marysa Moroni, figlia di Primo, ha espresso preoccupazione per la sorte dell'archivio del padre, «proprietà privata mia e di mia madre». I più arditi tra gli occupanti, invece, chiedono addirittura - in spregio del buon senso, oltreché del codice - il riconoscimento dell'avvenuta usucapione dello stabile.

C'è veramente molto di surreale nel bispensiero di questi signori, che esigono la tutela dell'istituto borghese per eccellenza, il diritto di proprietà, non soltanto dopo averne postulato per decenni l'abolizione, ma dopo averlo bellamente calpestato con l'occupazione.

Coloro che urlano, come fanno alcuni energumeni armati di kefiah su Facebook, «riappropriamoci dei nostri spazi, dei nostri diritti, perchè noi non vogliamo una Milano fatta solo di palazzi grigi e di locali costosi!» dovrebbero spiegare (a) cosa facevano quando alle elementari si spiegavano gli aggettivi possessivi, e (b) se abbiano mai pensato all'innovativa soluzione di affittare uno spazio, anziché requisirlo con la forza.

Purtroppo, è sempre valido l'antico adagio: «quel che è mio è mio...».

giovedì 16 ottobre 2008

Rivelazioni

Conti dormienti, delusione ricavi: al ministero arriveranno meno di 2 miliardi
Bottino magro per il ministero dell'Economia [...]
Ecco, "bottino" è la parola giusta.

martedì 29 aprile 2008

Certe cose non hanno prezzo...

... ma l'acqua non è una di queste. Assegnare diritti di proprietà commerciabili alle risorse idriche è l'unico modo per riconoscere il valore reale di beni così importanti ed assicurarne usi al contempo efficienti e sostenibili. Un'ipotesi futurista? Nient'affatto. Peter Brabeck-Letmathe, chairman e chief executive di Nestlé, e membro fondatore del World Economic Forum, spiega che in Oman lo fanno da 4500 anni: