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domenica 30 marzo 2008

Io sono qui, ma non voto l'Udc

Anche per me un verdetto abbastanza sconfortante, come per lo sciccoso, LibertyFirst e Giovanni Boggero. Per chi ha messo il naso fuori dall'uovo essenzialmente ai tempi di Manipulite (per carità di Dio, con tutti i loro limiti, i loro abusi, e il pressapochismo demente da Comitato di salute pubblica in versione Bagaglino) e della Lega prima maniera (idem come sopra), il solo pensarsi vicini all'Udc è roba da smettere di rimandare il suicidio.

Poi uno legge una dichiarazione come questa di Berlusconi (doveva essere la nostra Thatcher, ora è "il nuovo Fanfani"), e capisce che tanto moriremo democristiani comunque vada.

giovedì 27 marzo 2008

Indovina l'intruso

Sarei io, apparentemente. Tutto sommato, un esperimento divertente ed istruttivo. Dove si collocano gli altri blogger di Liberalizzazioni?

domenica 16 marzo 2008

Vi sono rimedi alla razionale inefficienza della P.A. italiana?

Nel capitolo sulla P.A. del Manuale delle riforme dell'IBL ho sostenuto che l'inefficienza del nostro settore pubblico (consistente nel produrre meno e peggio di ciò che sarebbe possibile sulla base delle risorse impiegate e dei costi sostenuti) non è un fenomeno irrazionale, un errore gestionale, bensì la conseguenza sistematica del controllo che la politica/i partiti hanno sulla pubblica amministrazione.
Mentre le imprese private operanti sui mercati hanno necessità di comportarsi in maniera efficiente, di minimizzare i costi di produzione per poter remunerare attraverso il profitto i loro azionisti, le organizzazioni pubbliche sono obbligate dai politici che le controllano a sovradimensionare i fattori produttivi impiegati per permettere un uso discrezionale di quelli acquisiti in eccesso rispetto alle esigenze degli effettivi livelli produttivi (l'esempio più ovvio è l'assunzione di nullafacenti con tessera di partito). Pertanto, mentre nelle imprese è l'efficienza costo la fonte della remunerazione di chi le controlla, nelle organizzazioni pubbliche è l'inefficienza.
Se le organizzazioni pubbliche fossero efficienti, esse avvantaggerebbero i loro proprietari (i cittadini contribuenti) attraverso una minore pressione fiscale. I cittadini, tuttavia, non controllano le organizzazioni mentre coloro che lo fanno, i politici, non dispongono di diritti proprietari in grado di permettere una distribuzione ex post di dividendi; pertanto se desiderano 'remunerarsi' debbono farlo sottraendo o distogliendo risorse durante la gestione.
La causa appena indicata dell'inefficienza del settore pubblico implica un rimedio preciso: separare nettamente il ruolo della politica (che è quello di gestire il trade off tra i possibili obiettivi delle politiche pubbliche, di scegliere tra un menu di soluzioni realizzabili) e quello dell'amministrazione (che è di usare efficacemente le risorse a disposizione per realizzare le soluzioni che la politica ha scelto). Si può spiegare meglio con una metafora: il ruolo della politica è esattamente quello di un capocomitiva ad una gita, indicare la meta desiderata dai gitanti; il ruolo del capo dell'amministrazione è esattamente quello dell'autista dell'autobus. Se il capocomitiva si mette alla guida del pullman o pretende di scegliere un autista senza patente solo perchè gli è fedele, simpatico o pensa che gli permetterà tutte le soste e le deviazioni desiderate, gli esiti prevedibili sono disastrosi.
La separazione netta tra politica e amministrazione, congiunta ad una impermeabilizzazione dell'amministrazione alle pressioni illegittime della politica, è realizzabile attraverso tre provvedimenti:
1) Deministerializzare la spesa pubblica, togliendo il portafoglio a tutti i Ministeri. I Ministeri dovrebbero essere costituiti solo da: il gabinetto del Ministro, l'ufficio legislativo e un ufficio studi. I Ministeri avrebbero il compito esclusivo di proporre/definire le regole e proporre al Governo/Parlamento il budget per ogni specifica politica.
2) Il budget verrebbe invece affidato ad apposite agenzie di spesa, guidate da dirigenti di carriera, e caratterizzate da unicità di obiettivi (ad esempio, nel caso dell'Università, ad un'Agenzia per l'istruzione universitaria col compito di assegnare borse agli studenti per permetterne l'iscrizione ad Atenei estromessi dal recinto delle amministrazioni pubbliche, pur se organizzati sotto forme ancora pubblicistiche).
3) E' necessario attivare un'adeguata 'scuola guida' per gli autisti delle amministrazioni pubbliche.
Questa proposta riscuoterà ovviamente unanimità di dissensi tra le nostre forze politiche, tuttavia dovrebbe essere chiaro ai partiti che un settore pubblico efficiente è una condizione irrinunciabile per consentire al paese risultati adeguati nella competizione internazionale. Per rendere efficiente il settore pubblico è tuttavia necessario che siano dei 'tecnici' a guidare l'autobus, ovviamente verso le destinazioni che i politici avranno scelto in rappresentanza dei cittadini.
Se i partiti desiderano effettivamente far fare all'Italia qualche passo in avanti dovrebbero accettare di fare qualche passo indietro.

mercoledì 12 marzo 2008

Perché l’Italia non funziona. Ovvero i sette mali del paese e la loro unica causa.

I partner europei, i commentatori internazionali, gli stranieri interessati all’Italia si stanno convincendo il paese non funziona, che è un membro incomprensibile e inaffidabile dell’Unione Europea e della comunità internazionale. Anche noi italiani stiamo ormai pensando che vi sia qualcosa di grave, che non ha equivalenti negli altri stati democratici e non affligge solo lo politica, ma non riusciamo a comprenderne le ragioni. Per trovare una risposta bisogna invece fare un salto all’indietro di un secolo e mezzo e domandarci cosa intendeva il primo ministro Cavour quando disse “L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani”. Centocinquant’anni dopo, infatti, gli italiani, se li intendiamo come soggetti capaci di partecipare, rispettando regole, a giochi cooperativi reciprocamente vantaggiosi, non ci sono ancora.
Il nostro problema, che si trasforma in dramma del paese intero, è l’impossibilità non solo della solidarietà tra estranei (utilizzo il titolo di un noto libro di J. Habermas), che presuppone unilateralità e un minimo di altruismo, ma soprattutto della cooperazione tra estranei, che è invece bilaterale/multilaterale e reciprocamente vantaggiosa. Noi italiani cooperiamo solo con chi conosciamo, con chi è omogeneo e coerente con le nostre caratteristiche e idee. In questo caso garantiamo di solito lealtà e, se più potente di noi, persino fedeltà acritica; chi non conosciamo e non è omogeneo rispetto a noi, invece, non è un possibile partner cooperativo ma solo qualcuno che può darci delle fregature o che è normale bidonare.
L’incapacità a cooperare tra estranei è la causa di sette fenomeni negativi, classificabili come mali dell’Italia:
1. la limitatezza della scala cooperativa: se cooperiamo solo con chi conosciamo e di cui ci fidiamo la scala della cooperazione non può che essere molto ridotta (da qui il successo dell’istituzione famiglia, la diffusione della piccola impresa, il proliferare storico dei micro partiti e, sull’altro versante, l’insufficiente presenza e insufficiente performance di tutto ciò che normalmente dovrebbe esser grande, dall’impresa privata operante in settori ad elevate economie (di scala o d’altro tipo) alle organizzazioni pubbliche;
2. la svalutazione delle regole e del loro ruolo: è la cooperazione tra estranei ad aver bisogno di regole mentre la cooperazione tra affini può essere gestita attraverso accordi volta per volta;
3. la diffusione capillare della raccomandazione: essa è infatti l’indispensabile strumento passepartout attraverso il quale un soggetto può passare dalla condizione di estraneo alla condizione di beneficiario di uno schema di cooperazione;
4. il quarto fenomeno è il riflesso del terzo e consiste nella svalutazione del criterio del merito: un estraneo bravo non potrà mai essere preferito ad un mediocre ma fedele appartenente al gruppo;
5. l’immobilismo sociale: per effetto della svalutazione del criterio del merito l’ascesa sociale attraverso l’impegno individuale è problematica o impossibile e allo stesso modo la discesa sociale in caso di demerito;
6. la gerontocrazia: i giovani talenti individuali, per loro natura non organizzati, sono stoppati dagli anziani, non perché anziani ma perchè già membri di schemi di cooperazione chiusi e coesi (questo vale particolarmente nel settore pubblico e nei settori produttivi non esposti alla concorrenza).
7. una grave sottoperformance/inefficienza delle organizzazioni che si traduce in sottoperformance del sistema paese: qualsiasi produzione pubblica in Italia ha costi unitari superiori di almeno il 50% rispetto al banchmark internazionale; il nostro paese, inoltre, ha il debito pubblico più elevato d’Europa, in assoluto e in rapporto al Pil, la crescita economica più ridotta, una strisciante infelicità dei cittadini e una crescente difficoltà per moltissime famiglie ad arrivare a fine mese con le spese.
Si diceva una volta dei cittadini d’oltre Manica: un inglese, un gentleman; due inglesi, un club; tre inglesi, una colonia. Dovremmo invece dire di noi stessi: un italiano, un genio; due italiani, un conflitto; tre italiani, un fallimento. Figuriamoci se gli italiani in gioco sono una decina (i partiti della disciolta maggioranza), una trentina (i ministri del governo uscente), un centinaio (i suoi membri complessivi) o un migliaio (i nostri parlamentari), estranei tra di loro, per formazione, ideologia, interessi e del tutto incapaci a cooperare. Il caos era destinato a crescere in maniera esponenziale, esattamente ciò che è avvenuto e che i media hanno potuto riprodurre a beneficio dell’opinione pubblica mondiale.
Gli italiani non ci sono ancora, ma in questo modo prima o poi l’Italia (così come ora l’Alitalia) rischierà di non esserci più. Bisognerebbe dunque ripartire dalla mission incompiuta del conte Cavour e nel (ri)provare a fare gli italiani, mission (forse) impossibile ma inevitabile se non si vuole che il paese prosegua nella sua deriva.

lunedì 10 marzo 2008

Un manuale per le riforme

La campagna elettorale entra nel vivo con la presentazione delle candidature. E c'è da sperare che - esaurite le schermaglie per un posto al sole nelle liste - si apra lo spazio per una riflessione ragionata sui temi.

È con questo spirito che l’Istituto Bruno Leoni ha presentato all’opinione pubblica, nei giorni scorsi, il proprio Manuale delle riforme per la XVI legislatura, un volume destinato a costituire - nelle nostre intenzioni - una sorta di programma chiavi in mano disponibile a chiunque voglia farlo proprio.

Un elenco, cioè, di soluzioni abbastanza efficaci da risultare politicamente appetibili, ma anche sufficientemente incisive da permettere - se attuate - quel cambio di rotta di cui il paese ha un così palese bisogno.

Il Manuale affronta i più rilevanti temi di politica economica con cui il prossimo governo si dovrà confrontare: dal destino del patrimonio pubblico alle improrogabili riforme fiscali, dall'esecuzione di un disegno organico di liberalizzazioni ai problemi più urgenti del lavoro, dagli enigmi legati alla crescita del Mezzogiorno agli accorgimenti indispensabili per agevolare l'innovazione e l'imprenditoria.

Si tratta, insomma, di un tentativo di enucleare tutte quelle misure volte, come abbiamo voluto ricordare sin dal titolo, a liberare l'Italia dalle innumerevoli zavorre che ne frenano lo sviluppo. Abbiamo pensato di riassumere le proposte più ficcanti in un elenco di dodici punti:

  1. Abolire la legge Finanziaria
  2. Semplificare il fisco
  3. Una no tax region al Sud
  4. Legge Biagi nella PA
  5. Un testo unico sul lavoro
  6. Abolizione dell’Inail
  7. No al valore legale del titolo di studio
  8. Finanziamento dell’educazione
  9. Concorrenza nella sanità
  10. Privatizzazioni
  11. Liberalizzare i servizi pubblici locali
  12. Certezza dell’autorizzazione

Alla stesura del Manuale hanno collaborato esperti del livello di Ugo Arrigo e Giuliano Cazzola, Giuseppe De Filippi e Giampaolo Galli, Giuseppe Pennisi e Michele Tiraboschi.

Le prime reazioni sono certamente incoraggianti. Non osiamo pensare che il nostro programma verrà immediatamente tradotto in azione politica, e forse questa non è neppure la sua funzione essenziale: viceversa, se esso continuera a fungere - prima e dopo il voto - da pungolo per una discussione informata, avrà svolto un ruolo davvero necessario.

Il testo integrale di “Liberare l’Italia. Manuale delle riforme per la XVI legislatura” è liberamente scaricabile dal sito dell'Istituto Bruno Leoni.

sabato 1 marzo 2008

L'Italia un Paese normale?

Massimiliano Trovato ha già segnalato l'intervista di ieri di Pierferdinando Casini. Si perdoni un aneddoto. Una volta, alcuni anni fa, a Venezia per un convegno di "Liberal", dopo averlo ascoltato un amico inglese mi disse: non la pensa come noi, ma mi piacerebbe la pensasse come noi. Si riferiva allo "charme" del buon Pier, alla sua capacità di venditore della politica.
C'è un'altra lettura, oltre a quella che l'Italia stia diventando un "Paese normale": potrebbe essere che quando uno è alla disperazione, come l'Udc/Rosabianca, tenta persino la più disperata delle carte, cioè prendere voti facendo il liberista. Di per sé, la tendenza di queste elezioni pare essere: "todos liberales", tranne la sinistra arcobaleno e Tremonti.
Dopo Casini, e paradossalmente usando Casini come "benchmark" di liberismo, il Sole oggi interpella Lanzillotta e Alemanno. Quello che dice la Lanzillotta non è sorprendente: quello che dice Alemanno sì. Da quando la destra sociale è diventata "privatizzatrice"? O il "lanzilottismo" di Alemanno si può comprendere e leggere soprattutto in funzione anti-leghista (per la Lega, Roma è -ogni tanto- ladrona, ma le municipalizzate mai)?
Credo che Massimiliano abbia fondate speranze su un punto. C'è più "normalità" oggi in Italia di quanto ve ne sia stata negli ultimi anni. Il dramma però è che si tratta di una "normalità" dalla quale il programma della probabile prossima coalizione di governo è meno contagiato di altri.
Nel manifesto del Pdl, ci sono "cosette" buone. Ma sono cosette: e anche gli amici che hanno dato fiato alle trombe, esaltandone il liberismo, si sono fermati sui dettagli per non vedere il quadro nel suo complesso (vedi l'ottimo Della Vedova qui). In realtà, le "cosette" buone (e per fortuna la parte sul lavoro è resuscita, dopo essere stata stralciata nella versione circolata su Libero!) non compensano tre "cosone" preoccupanti: (1) la voglia di "protezione" cui il programma cerca tremontianamente di dare espressione; (2) l'analisi di fondo: stiamo entrando in tempi straordinari che esigono uno straordinario intervento pubblico (banca del Sud, distribuzione di pani e pesci da parte dei comuni, 'piano Fanfani' per una nuova edilizia pubblica); (3) l'assordante silenzio sui grandi nodi della spesa, a cominciare dalla sanità.
Eppure ci sono tanti, nella Cdl, da Sacconi a Della Vedova, da Capezzone a Baldassarri, da Berlusconi che con toni liberisti ha "venduto" alla stampa il programma colbertista, fino persino a un ex statalista a cinque stelle come Alemanno, che non solo pensano, ma parlano pure, in questi giorni di campagna elettorale, usando sfumature molto diverse.
Vincerà la carta del programma, o lo spirito degli uomini di buona volontà? Probabilmente dipenderà semplicemente (e tragicamente) dalle circostanze: chi farà il ministro di che cosa; quanti saranno i punti di distacco fra Pd e Pdl; quanto piglia la Lega; etc.
Uno sguardo al programma del Pd, altrettanto raccogliticcio e goffamente polifonico (una legge sulla concorrenza all'anno! corporate social responsibility nelle imprese! flessibilità "ma anche" sicurezza! più imprenditorialità nella sanità pubblica "ma anche" meno sanità privata! liberalizzazioni nell'energia "ma anche" rottamare il petrolio!), non dà molte speranze in più (nonostante vi sia molta meno paura della globalizzazione, da quelle parti). Siamo in una fase di transizione e delicatissima. Che vi sia nella cultura di mercato qualcosa da imparare, è opinione condivisa da tutti tranne che da un paio di ex ministri dell'economia. Ma il fatto che non si sia ancora appreso come esprimersi e pensare in termini di cultura di mercato, dimostra una volta di più quanto disperato bisogno abbia questo Paese di quella grande opera di "incivilimento" culturale nella quale le persone che animano questo blog si ritrovano spesso troppo sole.