Cogliendo la palla al balzo, lanciata stamane da Alberto Mingardi con il suo post, mi prendo la libertà di esternare alcune riflessioni sul tema del rating.
Partiamo dal titolo: sinceramente non l'ho ancora capito. Di definizioni sul ruolo delle agenzie ne esistono molteplici, di fatti che provino la corrispondenza tra quanto sta scritto sulla carta e quanto succede nella pratica un po' meno. In linea di principio, le agenzie di rating dovrebbero assolvere un compito essenziale per il mantenimento in forze dei mercati: raccogliere, elaborare e diffondere l'informazione attinente lo stato di salute di tutti quei soggetti (imprese, Paesi, regioni economiche, ecc.) che si rivolgono ai mercati dei capitali per raccogliere fondi. Ossia, abbattere, o quanto meno assottigliare, lo strato di asimmetria informativa che separa l'offerta dalla domanda di capitali. Questo, ovviamente, con l'intenzione di rendere più efficiente l'allocazione delle risorse finanziarie. Da ciò discendono le due ipotesi fondamentali che motivano l'esistenza delle agenzie di rating. Esse riguardano l'incompletezza dell'informazione che circola per i mercati e la limitatezza della capacità di calcolo degli investitori. Quindi, si assume che ogni soggetto non abbia i mezzi per compiere decisioni d'investimento pienamente consapevoli. Ed ecco che, per metterci una pezza, vengono introdotte le agenzie: entità quasi soprannaturali, composte dai migliori specialisti del campo, i quali dovrebbero garantire una superiore capacità di elaborazione, ed ai quali è fornita una privileggiata linea d'accesso all'informazione. Stupendo. Ma, cosa significa?
Significa che ogni pinco pallino, come il sottoscritto, ripone totale fiducia in tali strutture e segue religiosamente ogni indicazione da queste elargita; nella sincera convinzione che loro siano davvero i più belli ed aitanti. Ovviamente, qualsiasi intuizione o studio che io possa avere o elaborare, non sarà mai tanto dettagliato o ben curato come quelli delle task forces di esperti delle big-3. Se dicono A va tutto bene, se dicono C siamo alla frutta. Tu mi dici oggi come stanno le imprese X e Y, io decido se prestare i miei soldi all'una o all'altra. Ancora, cosa significa?
Significa, secondo il mio modestissimo parere, due cose. Ciò che dicono guida ed indirizza gli investitori nelle proprie decisioni allocative. Ed inoltre, che l'interesse riposto nel giudizio di solvibilità delle agenzie riguarda il futuro.
Qui si innesta il fatto interessante che, al sottoscritto, ha fatto perdere la bussola. Da molti anni ormai, un gruppo di noti economisti - tra cui Goldstein, Kaminsky e Reinhart - compie studi per tentare di valutare l'effettivo potere previsionale del rating, in particolare nelle evenienze di crisi. Il risultato: il credit-rating fallisce sistematicamente nella previsione di situazioni di crisi, siano esse bancarie o valutarie. Esistono casi nei quali le agenzie di rating hanno saputo precedere i mercati, ma siamo assolutamente lontani dalla sistematicità della cosa. Secondo la Reinhart il problema principale va ricercato nell'errato gruppo di indici preso dalle agenzie come riferimento, troppo peso viene assegnato ad indici che, a loro volta, esprimono una bassa capacità di previsione.
Quindi le agenzie di rating sembrano essere soggette agli stessi limiti informativi e di calcolo di noi poveri mortali, anzi, nella stragrande maggioranza dei casi è proprio il mercato (e mi concederei un come quasi sempre) a precederle, privandole di quella funzione che, a mio avviso, ne motiverebbe l'esistenza. Dunque, qual è il ruolo delle agenzie?
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giovedì 6 settembre 2007
Più mercato. Anche per le agenzie di rating
Se della delirante intervista di Giulio Tremonti al bravissimo Aldo Cazzullo abbiamo già detto, correttezza imporrebbe di segnalare che l'intervista di Tremonti al "Sole 24 Ore", pubblicata domenica scorsa, era assai meno delirante. Cioè, la materia prima del delirio era la medesima, ma in presenza di un cuoco più attento a dosare il lievito, perlomeno non è strabordata dal recipiente.
Soprattutto, pur concionando di critica al mercatismo, di storia che non è finita, di brusco risveglio, eccetera (del resto sempre di Tremonti si tratta), GT in quell'occasione ha dato uno spunto originale. Per le agenzie di rating, ha detto l'antimercatista, ci vorrebbe più mercato.
Lo spunto è ripreso ed ampliato da questo interessante articolo di Benedetto Della Vedova e Piercamillo Falasca per Libero mercato.
Questo il nocciolo dell'articolo:
Soprattutto, pur concionando di critica al mercatismo, di storia che non è finita, di brusco risveglio, eccetera (del resto sempre di Tremonti si tratta), GT in quell'occasione ha dato uno spunto originale. Per le agenzie di rating, ha detto l'antimercatista, ci vorrebbe più mercato.
Lo spunto è ripreso ed ampliato da questo interessante articolo di Benedetto Della Vedova e Piercamillo Falasca per Libero mercato.
Questo il nocciolo dell'articolo:
Ciò detto, un problema esiste. Il settore del rating è fortemente oligopolistico, da decenni limitato a soli tre operatori a causa delle severe barriere all’ingresso poste dalla SEC americana (i mercati europei hanno di fatto un ruolo marginale). Qualche giorno fa Giulio Tremonti ha parlato di anomalia istituzionale. In effetti, è quanto meno discutibile che uno dei meccanismi vitali di controllo del mercato sia affidato ad un oligopolio. La mancanza di concorrenza non aiuta la qualità del settore e lo sviluppo di metodi di valutazione innovativi e trasparenti. Probabilmente (e nell’interesse delle stesse agenzie), il sistema finanziario necessita di un mercato del rating più ampio, aperto ad una varietà di agenzie specializzate in ambiti peculiari (i derivati dei subprime, ad esempio), per tipologia di strumento o per area geografica.
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