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martedì 3 febbraio 2009

mercoledì 19 marzo 2008

Tremonti-Brambilla: red passion

Su una cosa l'onnipresente Tremonti ha ragione: gli argomenti da lui sollevati in questa campagna elettorale denotano una visione globale (absit iniuria verbis) assai chiara, che può essere contrastata solo con un'analoga visione contraria. Ora sappiamo che ben difficilmente tale visione potrà germinare entro i confini del PdL.

Accantonati i dissapori dei mesi scorsi, a tre settimane dal voto la rossa pasionaria berlusconiana si schiera senza riserve col ministro dell'economia in pectore. Niente autarchia, per carità, ma dazi a profusione sì.

Un protezionismo all'americana, c'istruisce la regina dei Circoli, perché anche nel paradiso dei liberisti si mettono dei "paletti a una politica di dumping, che rischia di distruggere l'intrinseco valore di ogni mercato". D'altronde, lo stesso Tremonti aveva auspicato nei giorni scorsi che la sua medesima patente di protezionista venisse assegnata anche ad Obama e McCain*.

Sia come sia, se è vero che per un lungo momento Tremonti e la Brambilla erano parsi i più autorevoli candidati alla successione del Cavaliere, e soprattutto che quest'ultima era sembrata - nella sua superficiale gaiezza - l'unico antidoto ai deliri del Nostradamus della Valtellina, la consumazione di quest'unione incestuosa promette di recare conseguenze funeste qunto persistenti per l'elaborazione del centrodestra italiano nei prossimi anni.

Laddove Tremonti aveva concesso, con le sue sortite, uno spazio enorme di dissenso, la Brambilla ha preferito affiancare un proprio protezionismo casereccio all'antiliberalismo intellettualistico ed inarrivabile dell'altro. Con il risultato di sigillare il posizionamento della compagine berlusconiana sull'unico tema ideale emerso nello scontro elettorale. Posizionamento che i pochi liberali superstiti del PdL hanno dato prova di non voler o saper contestare.

Ora, la buona notizia è che le aspirazioni tremonto-brambillesche faranno certo fatica a superare il vaglio di Bruxelles, e la loro traduzione concreta sarà dunque verosimilmente disinnescata in massima parte. Ma quanto a lungo questa zavorra ideologica condizionerà la cultura politica italiana è una domanda la cui risposta fa davvero paura.

* Ben strano, va detto, è il ragionamento alla base di questo argomento: gli Usa sono liberisti, gli Usa applicano misure protezioniste, ergo le misure protezioniste sono compatibili col liberismo; come a dire: Eliot Spitzer è un uomo dalla moralità specchiata, Eliot Spitzer va a puttane, ergo andare a puttane è attività di alto valore etico. Forse - in entrambi i casi - la premessa maggiore andrebbe vagliata con cura più intensa.

martedì 18 marzo 2008

La globalizzazione del tremontismo

In attesa che le auspicate misure protezionistiche vengano applicate anche alle recensioni, al professor Tremonti non resta che importare da Oltreoceano questa critica mercatista alla sua ultima fatica.

giovedì 6 marzo 2008

Chi vuole i dazi?

La proposta di introdurre i dazi sulle importazioni dall'Asia è entrata in maniera decisa tra i temi della campagna elettorale (sia italiana sia americana). Ma davvero i dazi avrebbero effetti positivi per gli italiani? Per analizzarne gli effetti, è opportuno discutere alcuni punti.

1. Dazi e concorrenza illegale
Viene spesso citata, come giustificazione per l'introduzione di dazi sulle importazioni, il fatto che i Paesi emergenti praticano forme di concorrenza "illegali". Prima ancora di discutere sul fatto che fenomeni come il dumping siano davvero forme di concorrenza sleale o meno, c'è da sottolineare il fatto che, se veramente si è a conoscenza di pratiche illegali, o di infrazioni ai codici di commercio internazionali, esistono apposite istituzioni cui denunciare tali pratiche: l'adozione unilaterale di dazi non è certo la risposta corretta.

2. I dazi e la teoria economica
La politica dei dazi riflette una visione dell'economia e del commercio internazionale più vicina al mercantilismo tipica dei secoli passati che non alla moderna teoria economica. In maniera sommaria, secondo la teoria mercantilista il benessere di una nazione dipende dalla costante presenza di un surplus commerciale, e attribuisce quindi al governo il compito di agevolare le esportazioni e frenare le importazioni. In quest'ottica, l'uso dei dazi sarebbe giustificato. Due sono però gli errori che i mercantilisti non seppero cogliere: il primo, che ciò che guida il commercio internazionale non sono i vantaggi assoluti nella produzione, bensì i vantaggi comparati; il secondo, che un continuo e costante surplus commerciale è impossibile, in quanto un surplus inevitabilmente genera un apprezzamento della valuta che, nel lungo periodo, invertirebbe i flussi commerciali, frenando le esportazioni ed incentivando le importazioni.
Secondo la moderna teoria economica, invece, il commercio internazionale consente la specializzazione delle economie sulla base dei vantaggi comparati, in modo da aumentare l'efficienza del sistema economico nel suo complesso: ogni Paese produce ciò che, rispetto agli altri, è in grado di produrre in maniera più efficiente, scambiando poi quei beni con quelli prodotti dagli altri Paesi. In quest'ottica, il commercio internazionale non è più un gioco a somma zero, come era invece nella visione mercantilista, dove il guadagno di uno è la perdita dell'altro, bensì un gioco in cui entrambe le parti coinvolte guadagnano, grazie ai benefici della specializzazione.

3. Effetti dei dazi sui prezzi.
In tempi in cui si dibatte continuamente dei problemi legati all'inflazione, è doveroso sottolineare quale sia l'effetto dei dazi sui prezzi per i consumatori. Inevitabilmente, l'introduzione dei dazi farebbe aumentare i prezzi: poiché la logica dei dazi è quella di disincentivare le importazioni aumentandone il costo, l'effetto inflattivo sui prezzi è una conseguenza ovvia.

4. Effetto dei dazi sul sistema produttivo
L'introduzione dei dazi ha l'ovvio ed immediato effetto di generare, ceteris paribus, un vantaggio in termini di minori costi per i produttori nazionali. Ma questo significa assicurare alle imprese nazionali il mantenimento di un margine di inefficienza nella produzione, in termini di maggiori costi, senza che questo abbia effetto sulla loro capacità di competere con le imprese straniere. Ciò significa, in altri termini, tutelare e difendere imprese che, in un libero mercato, sarebbero costrette a ristrutturarsi o a chiudere; più a lungo sono mantenuti i dazi, più viene ritardato l'aggiustamento del sistema. In questo modo si ottiene anche il poco nobile risultato di mantenere i lavoratori legati a posti di lavoro destinati comunque a scomparire, creando l'illusione di una inesistente sicurezza, ritardandone la riqualificazione ed il reinserimento nel mondo del lavoro in posizioni con migliori prospettive. In buona sostanza, si chiede ai cittadini di pagare una tassa a favore di imprenditori che non sono in grado di reggere la competizione straniera. È una sorta di remunerazione forzata del marchio made in Italy che altrimenti gli italiani non sarebbero evidentemente disposti a pagare.

5. Effetto dei dazi sulla qualità delle importazioni
I dazi possono avere effetti perversi sulla qualità delle merci importate. Supponiamo (come spesso avviene con alcuni Paesi emergenti) che da un Paese arrivino merci del tutto identiche nell'aspetto e nelle funzioni, ma prodotte a volte con materie prime di qualità, ed altre con materie prime scadenti, se non illegali (pensiamo, ad esempio, ai giocattoli con le vernici al piombo), con ovvi effetti sulla qualità complessiva del prodotto finale. È evidente che questo secondo tipo di merci viene prodotto solo se l'uso di materie prime scadenti o illegali consente un risparmio di costi: in caso contrario, la loro produzione non sarebbe economicamente comprensibile.
Come detto, i dazi hanno l'effetto di aumentare il prezzo delle merci importate, e di conseguenza spingono il produttore estero a cercare di tagliare i costi in modo da poter ridurre il proprio prezzo e mantenere la competitività della propria merce sul mercato internazionale. Questo può produrre il paradossale effetto di incentivare i produttori stranieri ad utilizzare materiali scadenti (se non illegali) in modo da ridurre i propri costi di produzione al fine di contrastare i dazi e difendere le proprie vendite sui mercati esteri. Ovvero, l'introduzione dei dazi stimola il ricorso a quelle formule illegali di concorrenza che si dice di voler combattere.

Da ultimo, anche l'evidenza empirica, come documentato ad esempio in questo articolo sul numero di dicembre 2007 dell'American Economic Review (ma di citazioni se ne potrebbero fare a decine), non sembra troppo tenera con le politiche protezioniste.

Se qualcuno ritiene corretta e valida la proposta di introduzione dei dazi sulle importazione, vorrei sentire quale giustificazione intende addurre a propria difesa. Onestamente, pare difficile trovarne.

martedì 18 dicembre 2007

Il protezionismo selettivo di Sarkozy

Il sospetto che Nicolas Sarkozy non fosse precisamente un redivivo Bastiat ci era venuto e l'avevamo esternato, ad esempio, qui e qui. Ma diamo ad Asterix quel che è di Asterix: sull'importazione di gnocca dall'Italia un occhio è disposto a chiuderlo, il galletto...

venerdì 24 agosto 2007

Citazione del giorno

Alitalia l'abbiamo difesa così bene che scomparirà come impresa italiana.
A forza di tutelare, tutelare, tutelare, l'impresa non ha avuto la capacità di stare in piedi.

Alessandro Profumo

ps: per i dettagli, vedete questo e questo Focus di Andrea Giuricin.

mercoledì 25 luglio 2007

Una golden share europea? / 2

Il commissario europeo al Commercio Peter Mandelson torna sulla proposta di una golden share europea in un lungo dialogo con Giuseppe Sarcina sul Corriere. Il suo tentativo è quello di coniugare la difesa delle regole del mercato con la pragmatica accettazione dell'influenza franco-tedesca sulle decisioni di Bruxelles. "Il nostro punto di partenza - dice Mandelson - è che dobbiamo mantenere la libera circolazione dei capitali in Europa e a livello internazionale". In presenza di investimenti pubblici stranieri, per esempio attraverso i fondi sovrani, il discrimine, per Mandelson, deve essere la loro natura: si tratta di operazioni commerciali o politiche?

Mandelson fa alcuni esempi: l'ingresso della China Development Bank nella Barclays apparterrebbe alla prima categoria. (Sarebbe ingeneroso pensare che Mandelson si lasci influenzare dal fatto che i cinesi, con la loro mossa, rafforzano l'offensiva del gruppo inglese su AbnAmro, contrastata da un terzetto composto da Royal Bank of Scotland, Santander e Fortis). Più delicati, secondo Mandelson, potrebbero essere i casi delle reti elettrica e del gas o del colosso Eads (da cui nasce tutta la saga: la golden share europea è la risposta di Bruxelles alle ansie nazionalistiche di Merkel e Sarkozy). Perché mai? Nel caso delle reti, ciò che veramente conta è il principio della separazione proprietaria rispetto a chi opera nella produzione o vendita di elettricità e gas; il loro azionariato è irrilevante. Per quel che riguarda Eads, poi, non si capisce davvero dove stia il problema.

La sensazione, insomma, è che il povero Mandelson sia costretto all'ennesima mediazione con se stesso. Una tesi avvalorata dalle dichiarazioni di Alistair Darling, neocancelliere dello scacchiere, che - in una sorta di attacco preventivo alla linea Merkel-Sarkozy - ha precisato che il Regno Unito continuerà ad accogliere di buon grado qualunque investimento da parte di chiunque voglia esportare capitali sui suoi mercati. Darling ha colto la natura protezionistica della golden share, sia essa nazionale o europea, e ha rispedito il progetto al mittente. Fortunatamente, una posizione critica è quella assunta anche da Emma Bonino, che ha interpretato la convinzione che la libertà di mercato sia un valore non negoziabile.

lunedì 23 luglio 2007

Una golden share europea?

Il commissario europeo al Commercio Peter Mandelson ha ceduto alle richieste di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy e ha aperto la porta a una "golden share" europea. Il cancelliere tedesco e il presidente francese avevano fatto la voce grossa contro la pretesa della Commissione di creare un autentico mercato interno, impuntandosi in particolare sull'intransigenza di Bruxelles di fronte al ricorso, da parte degli Stati membri, a golden share et similia per impedire opa straniere. Quello di Mandelson è quindi un tentativo disperato: piuttosto che lasciare le manovre difensive ai singoli paesi terrorizzati dal "rischio" di cedere attività strategiche a imprese straniere, magari a controllo pubblico - è il suo ragionamento - meglio creare un regime europeo della golden share. Nel breve termine può anche essere una mossa sensata, e di sicuro darà qualche grana a Merkel e Sarkozy. Del resto, la Commissione è generalmente più orientata alle liberalizzazioni di quanto non lo siano gli Stati membri, anche se Neelie Kroes qualche volta pare muoversi più da terminator del mercato che da sincera supporter della concorrenza. Ma se il principio dovesse passare, nel medio o lungo termine potrebbe essere foriero di problemi molto grossi, perché estenderebbe il protezionismo a tutta Europa in tutti i settori, mentre oggi (con l'eccezione forse della Francia, che protezionista lo è su tutto) ciascun paese è protezionista in alcuni settori ma liberista in altri.