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mercoledì 31 dicembre 2008

Viva il Papa Re

Il Vaticano non recepirà più le leggi italiane, perché sono troppe, mutevoli e contraddittorie. Santo liberismo!

mercoledì 19 marzo 2008

Tremonti-Brambilla: red passion

Su una cosa l'onnipresente Tremonti ha ragione: gli argomenti da lui sollevati in questa campagna elettorale denotano una visione globale (absit iniuria verbis) assai chiara, che può essere contrastata solo con un'analoga visione contraria. Ora sappiamo che ben difficilmente tale visione potrà germinare entro i confini del PdL.

Accantonati i dissapori dei mesi scorsi, a tre settimane dal voto la rossa pasionaria berlusconiana si schiera senza riserve col ministro dell'economia in pectore. Niente autarchia, per carità, ma dazi a profusione sì.

Un protezionismo all'americana, c'istruisce la regina dei Circoli, perché anche nel paradiso dei liberisti si mettono dei "paletti a una politica di dumping, che rischia di distruggere l'intrinseco valore di ogni mercato". D'altronde, lo stesso Tremonti aveva auspicato nei giorni scorsi che la sua medesima patente di protezionista venisse assegnata anche ad Obama e McCain*.

Sia come sia, se è vero che per un lungo momento Tremonti e la Brambilla erano parsi i più autorevoli candidati alla successione del Cavaliere, e soprattutto che quest'ultima era sembrata - nella sua superficiale gaiezza - l'unico antidoto ai deliri del Nostradamus della Valtellina, la consumazione di quest'unione incestuosa promette di recare conseguenze funeste qunto persistenti per l'elaborazione del centrodestra italiano nei prossimi anni.

Laddove Tremonti aveva concesso, con le sue sortite, uno spazio enorme di dissenso, la Brambilla ha preferito affiancare un proprio protezionismo casereccio all'antiliberalismo intellettualistico ed inarrivabile dell'altro. Con il risultato di sigillare il posizionamento della compagine berlusconiana sull'unico tema ideale emerso nello scontro elettorale. Posizionamento che i pochi liberali superstiti del PdL hanno dato prova di non voler o saper contestare.

Ora, la buona notizia è che le aspirazioni tremonto-brambillesche faranno certo fatica a superare il vaglio di Bruxelles, e la loro traduzione concreta sarà dunque verosimilmente disinnescata in massima parte. Ma quanto a lungo questa zavorra ideologica condizionerà la cultura politica italiana è una domanda la cui risposta fa davvero paura.

* Ben strano, va detto, è il ragionamento alla base di questo argomento: gli Usa sono liberisti, gli Usa applicano misure protezioniste, ergo le misure protezioniste sono compatibili col liberismo; come a dire: Eliot Spitzer è un uomo dalla moralità specchiata, Eliot Spitzer va a puttane, ergo andare a puttane è attività di alto valore etico. Forse - in entrambi i casi - la premessa maggiore andrebbe vagliata con cura più intensa.

mercoledì 6 febbraio 2008

Disciplinati dal potere...

Il 4 Febbraio Mario Monti è stato ospite di Otto e Mezzo, dove si è discusso della crisi politica italiana e della crisi economica legata ai mutui subprime. La trasmissione può essere vista qui.

Monti ha affermato (al 12° minuto della registrazione):

"Io sono considerato abbastanza favorevole al mercato, ma, in una società, il mercato richiede un forte potere pubblico che lo disciplini. Un aspetto del forte potere pubblico è la capacità del potere pubblico di resistere alle pressione delle diverse lobby, confederazioni e quant'altro. Ora, qual è la origine della incapacità di resistere a queste pressioni? E' la mancanza, tra le parti politiche contrapposte, di un minimo di patto sul fatto che non devono giocare l'una contro l'altra per agevolare la prevalenza delle lobby."

Il che si potrebbe riassumere dicendo che un forte potere pubblico è necessario per impedire al potere pubblico stesso di elargire privilegi legali a vantaggio di determinati gruppi di pressione. Sono il solo a pensare che questo sia, quanto meno, wishful thinking?

Prima, si crea un potere in grado di privilegiare chiunque; un potere quasi illimitato, in grado di mobilitare gran parte delle risorse di un'intera nazione. Poi, si spera che i politici abbiano la buona educazione di non usare tale enorme potere in maniera "iniqua".

Non sarebbe molto più semplice, se non addirittura più coerente, limitare il potere pubblico, togliendo alla classe politica la possibilità stessa di elargire benefici ad alcuni a danno del resto della società? Eliminata la possibilità di vivere a spese degli altri, le pressioni lobbystiche sul potere pubblico perderanno la loro ragion d'essere.

PS E che dire dell'affermazione di Ferrara "Nè Berlusconi governerà in deficit, in modo liberista sfrenato"? Molti liberali ritengono che l'abbassamento delle tasse sia la principale battaglia del liberalismo, ma perchè preferire il deficit pubblico, o l'emissione di moneta, o la concessione di licenze? Minimizzare la quantità di risorse controllate dallo stato mi sembra un obiettivo coerentemente liberale; spostare da un gruppo sociale all'altro, in questo caso dai contribuenti attuali ai contribuenti futuri, i costi della politica no: è, del resto, proprio quello che fanno le lobby. Se uno dei più brillanti intellettuali italiani crede che il liberismo consista nell'irresponsabilità fiscale, i liberali hanno un serio problema di immagine.

lunedì 7 gennaio 2008

"Le vie del Signore sono infinite". Bankitalia vs. taxation

In questi giorni la stampa italiana ha dato giustamente molto rilievo ai risultati di uno studio realizzato da Lorenzo Forni, Libero Monteforte e Luca Sessa (ricercatori della Banca d’Italia) sugli effetti sull’economia della zona-euro di un’eventuale riduzione delle imposte. E finalmente è stata richiamata l’attenzione, con tutto il prestigio degli autori di tale ricerca, sulla necessità di ridurre la pressione fiscale.

Osservata con sguardo “laico” (e l’aggettivo è qui impiegato in una delle sue accezioni più arcaiche: come sinonimo di “ignorante”, e nel caso specifico sta ad indicare chi non è economista e meno che mai a proprio agio di fronte alla macroeconomia), la ricerca appare basata su premesse metodologiche lontane da quanti si collocano nella tradizione liberale classica e specialmente da quanti sono di scuola “austriaca”. Il punto di partenza – per esplicita ammissione degli autori – è un “modello di equilibrio generale dinamico stocastico”: un modello, quindi, assai astratto e lontano dalla realtà.

Sia chiaro: ogni riflessione sui fenomeni sociali – a partire dalle analisi storiche, che fatalmente utilizzano nozioni come “Stato”, “esercito”, “classe”, “interessi”, e così via – implica una qualche modellistica e quindi anche un processo di astrazione, che allontana dai fatti così come essi sono. Ma una delle difficoltà maggiori di ogni ricerca consiste proprio nel tradurre le “generalità” utilizzate in strumenti utili a capire e interpretare i fenomeni effettivi.

Nel caso specifico, si tratta di capire quanto sia efficace alla comprensione della realtà un quadro teorico che esplicitamente utilizza un modello d’equilibrio di ascendenza walrasiana (quanto l’economia reale ovviamente non è mai in equilibrio) e che per di più fa riferimento a metodi di inferenza bayesiani, e cioè puramente probabilistici (che quindi prescindono dagli attori concreti, dalle loro decisioni effettive, dalle loro reali preferenze, ecc.).

Sviluppando modelli neo-keynesiani, i tre ricercatori di Bankitalia sono giunti comunque alla conclusione che una riduzione delle imposte sul lavoro avrebbe effetti positivi per l’economia. “Ovviamente” (almeno all’interno di certi paradigmi), per arrivare a tale conclusione essi devono in qualche modo mostrare che il taglio delle tasse – in altre parole, la trasformazione delle imposte in salario – non comporterebbe una riduzione dei consumi, ma invece un suo rilancio.

Ecco cosa riporta Il Sole 24 Ore a tale riguardo:


Nel lavoro dei tre studiosi vengono stimati gli effetti macroeconomici della politica fiscale nel breve-medio periodo. In questo senso la conclusione è chiarissima: «Riduzioni delle imposte sul lavoro e sul consumo pari all’1% del Pil inducono un’espansione del prodotto e dei consumi compresa tra lo 0,3% e lo 0,4%». Nell’insieme - aggiungono gli economisti di via Nazionale - «gli effetti espansivi sul prodotto di riduzioni delle aliquote fiscali risultano essere assai più persistenti rispetto a quelli di aumenti di spesa».

«La riduzione delle tasse sul lavoro - emerge ancora dallo studio - favorisce anche gli investimenti, mentre il calo delle imposte sul consumo induce un aumento dei consumi stessi a scapito dell’accumulazione del capitale». Per quanto riguarda la tassazione sui redditi da capitale, poi, «una sua riduzione favorisce l’investimento e il prodotto nel lungo periodo e riduce i consumi privati nel breve; in particolare, un calo delle relative imposte pari all’1% del Pil induce nel primo anno un aumento del prodotto dello 0,4%; tale aumento permane ancora dopo tre anni. Nell’insieme, gli effetti espansivi sul prodotto di riduzioni delle aliquote fiscali risultano essere assai più persistenti rispetto a quelli di aumenti di spesa».


Per quanti si collocano in una prospettiva "liberista", quello che gli operai faranno – nel 2008 – di un loro eventuale salario rafforzato non è egualmente importante: ridurre le imposte è necessario e utile anche qualora gli operai decidessero di mettere i loro euro sotto il materasso. Ridurre le tasse è importante perché la legittimità della tassazione (il trasferimento di risorse dai tax-payers ai tax-consumers) è quanto meno dubbia in re ipsa, e per giunta non ci è modo di sapere – data la soggettività delle preferenze – quale sia l’utilizzo migliore di quel denaro.

Ad ogni modo, è una davvero buona cosa che Forni, Monteforni e Sessa (con l’autorevolezza del loro ruolo di ricercatori della Banca centrale) sostengano la richiesta di meno tasse, e in tal modo rafforzino la posizione di quanti – i sindacati, in primis – chiedono un taglio delle imposte sui redditi da lavoro dipendente.

Quando sindacalisti ed economisti mainstream sono in prima linea – e quasi lasciati soli – in quella che dovrebbe essere la prima e più importante battaglia per salvare l’Italia dal baratro, la riduzione della pressione fiscale, viene proprio da riconoscere che le vie del Signore sono infinite.

venerdì 2 novembre 2007

Il liberismo è di sinistra

Un piccolo spot. Il nuovo libro dell'Istituto Bruno Leoni, "Libertà e proprietà" (104 pp., € 10), ruota attorno a un formidabile e leggibilissimo saggio di Ludwig von Mises.
In "Libertà e proprietà", l'esemplare lucidità di Mises ci consegna una sintetica e persuasiva dimostrazione del perché il liberismo sarebbe "di sinistra", cioé, fuor di metafora, il sistema capitalistico si riveli il più attento agli umili (fra parentesi, ieri sera ad "Annozero" l'ex ministro Giulio Tremonti ha negato che sia effettivamente questo il caso - come invece sostenevano in diverso modo, e con argomenti di ben altro spessore, sia Alessandro De Nicola sia Federico Rampini).

Nel capitalismo, la proprietà privata dei fattori di produzione ha una funzione sociale. Gli imprenditori, i capitalisti e i proprietari terrieri sono dei delegati dei consumatori; e il loro mandato è revocabile. Per essere ricco, non è sufficiente avere risparmiato e accumulato il capitale una volta. È necessario investirlo ripetutamente in quelle produzioni che meglio soddisfano i bisogni dei consumatori.


Questo testo è una strepitosa introduzione alle idee di libertà. Da leggere e da diffondere. Per difendersi dai tremontismi di destra e di sinistra.

domenica 9 settembre 2007

Il liberismo è di destra o di sinistra?

Il nuovo libro di Francesco Giavazzi ed Alberto Alesina, Il liberismo è di sinistra, non piace granché ai liberisti di destra. Per tutti, si veda quanto scrive un bravo giornalista liberista e di destra come Nicola Porro, convinto addirittura che "Giavazzi e Alesina abbiano lo stesso pusher di Veltroni". La polemica è continuata su diversi dei blog di Tocqueville, ed ho già scritto altrove (per inciso: su un quotidiano inequivocabilmente "di destra") del perché mi pare una polemica fuori luogo.
Credo però che sarebbe utile parlare un pochettino anche di cosa c'è del libro - che pure va preso per quello che è, ovvero una raccolta di editoriali.
Sperando di dare un piccolo contributo, posto qui una recensione uscita venerdì su Libero mercato:
Ma "il liberismo è di sinistra"? Il nuovo libro di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi esce disgraziatamente con due anni di ritardo. Ormai la coalizione al governo è quel che è: e si ha gioco facile nel prevedere che quella dei due economisti resterà una "predica inutile", genere letterario peraltro frequentatissimo dai liberisti. I due scrivono per giornali concorrenti articoli convergenti: in questo libro li saldano assieme, sottolineando come la concorrenza produca effetti vantaggiosi anche per i più poveri. Gli argomenti di Giavazzi e Alesina sono sostanzialmente di due tipi.
In primo luogo, essi ricordano che barriere alla competizione risultano in prezzi più alti. Prezzi più alti sono per loro stessa natura ostacoli più ardui per chi ha meno– ed è eticamente complicato giustificare un costo maggiorato per tutti, se avvantaggia soltanto una corporazione numericamente esigua. Verissimo, anche se bisognerebbe evitare l'equivalenza liberalizzazioni/prezzi più contenuti. Deregolamentando prezzi amministrati, o privatizzando un monopolista sussidiato dallo Stato, i prezzi nel breve periodo possono salire: i benefici della liberalizzazione vanno visti nel tempo.
In seconda battuta, Giavazzi ed Alesina assumono che uno degli obiettivi della "sinistra" sia un'elevata mobilità sociale. Per questo occorre raschiar via gli interessi stratificati delle lobby, che limitano la libertà d'ingresso sul mercato di nuovi competitori. In questo, sindacati e ordini professionali si assomigliano. E nonostante il potere di veto dei sindacati e quello dei farmacisti abbiano un peso specifico evidentemente diverso, è difficile dare torto ad Alesina e Giavazzi: si tratta dello stesso fenomeno, che si palesa con diversa violenza.
La parte più preziosa di questo saggio a quattro mani è sicuramente quella sul mercato del lavoro. Lì Alesina e Giavazzi sono al loro meglio. Ricordano che "negli anni cinquanta e sessanta, quando l'Europa aveva un mercato del lavoro meno regolamentato, forse ancor meno di quello americano, la disoccupazione era più bassa che negli Stati Uniti". La disoccupazione, al contrario, ha cominciato a crescere quando anche la regolazione si è complicata. Ci sono buoni argomenti di equità per aumentare la flessibilità in entrata e in uscita. Quest'ultima è altrettanto importante della prima, perché immunizzare i lavoratori dalla principale sanzione di mercato (il licenziamento) fa lievitare i costi per le aziende, incluso il costo di provare a crescere fornendo più occupazione.
La concorrenza fa bene ai lavoratori, ricordano Alesina e Giavazzi, perché rimuove le rendite facendo scendere i costi per i consumatori: e consumatori siamo tutti (le stesse imprese sono sempre produttrici di qualcosa, e consumatrici di qualcos'altro).
Però focalizzando l’attenzione sullo spendere poco, si rischia di perdere di vista un fatto fondamentale: cioè che il libero scambio è già cosa che va a vantaggio di tutti. Quando acquistiamo un software della Microsoft, noi non pensiamo di stare contribuendo ad allargare le diseguaglianze, separandoci da del denaro a vantaggio di Bill Gates. Ma abbiamo e sfruttiamo una libertà di scelta. Avere di più di questa libertà, è un valore indipendentemente dalla ricchezza e dal reddito di ciascuno di noi.
Dove la predica di Alesina e Giavazzi rischia davvero l’inutilità, è sul terreno della pratica politica. I due condannano la sinistra che "difende il privilegio" – in nome però di un'idea della sinistra quasi romantica, una sorta di club dei paladini dei deboli. Uno sguardo disincatato alla democrazia suggerisce un po' più di scetticismo. Destra e sinistra vivono del consenso che riescono ad aggregare. Gli interessi di chi vive di rendita sono concentrati e ben rappresentati. Quelli dei consumatori sono dispersi. Per un notaio o un farmacista difendere il proprio "privilegio" è soggettivamente questione molto importante. Rimuovere quel privilegio è un interesse più sbiadito, spesso nemmeno avvertito, dal consumatore. Come fare allora a preparare la strada a queste riforme? La risposta banale e ambiziosa assieme è che occorre cambiare la nostra idea di società. L'utilità di Alesina e Giavazzi, in questo processo, è fuori discussione – quella del concetto di "sinistra" (o di "destra") no.