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mercoledì 28 maggio 2008

We do not ship to Africa, Mexico and Italy

Proteggere un monopolista ed impedire la concorrenza non è solo ingiusto, ma è anche stupido: permette alle ineficienze di perpetuarsi, e preclude la strada all'innovazione.
Abbiamo spesso parlato in questo blog delle storture del nostrano mercato postale, e forse qualcuno di voi si chiederà se non è uno spreco di energia concentrarsi su servizi così desueti... Chi spedisce più di un paio di lettere l'anno, dopo tutto?
In realtà, il mercato delle comunicazioni postali non è fatto solo di auguri di natale: è fatto di bollette che dovrebbero arrivare in tempo per essere pagate, estratti conto, pacchi da consegnare rapidamente. E' un mercato che sta declinando nella forma che conoscevano i nostri nonni, per trasformarsi in qualcosa di nuovo. Per fare un, importante!, esempio, è alla base dell'e-commerce.

E questo bell'articolo su Repubblica.it di oggi ci spiega come le inefficienze del nostro settore postale danneggino chi vuole comprare su ebay e yoox:

"Le vostre poste non funzionano" Su eBay non vendono agli italiani

I pacchi spediti arrivano in ritardo o non arrivano per niente
di FRANCESCO CACCAVELLA


MIKE vive negli Stati Uniti ma grazie ad eBay vende migliaia di CD a meno di un euro in tutto il mondo. In tutto il mondo tranne che nel nostro paese perché Mike, come è scritto chiaramente nella sua inserzione, non spedisce in Italia. James Zhou vende DVD da Shanghai ma anche lui non spedisce in Italia, in Africa o in Messico. York, sempre americano, vende orologi Casio a buon mercato ma non ad italiani, greci o nigeriani, che sono, come è scritto nella sua pagina, gli "artisti della truffa".

Insomma, siamo considerati la pecora nera mondiale del commercio elettronico. E tutto per colpa - dicono i venditori - del nostro sistema postale. Su eBay la clausola "do not ship to italy" (non spediamo in Italia) è presente in oltre 37 mila inserzioni: per la Francia le inserzioni con la stessa dicitura sono 3 mila, per la Spagna poco più di 700 e quasi nessuna per l'Inghilterra. Sono 10 mila gli ebayer che non spediscono in Germania, ma in quel caso si tratta di stringenti regolamenti per le importazioni, mentre in Italia il problema segnalato è sempre l'inefficienza delle spedizioni.

"Spedisco da otto anni in 89 nazioni", scrive nella community di eBay un utente da 22 mila e più vendite. "In 88 nazioni sono andate a buon fine il 100% delle spedizioni e solo in una, l'Italia, il tasso di successo è del 47%". Tutti i venditori che abbiamo contattato ce lo hanno confermato: in Italia i pacchi arrivano tardi o non arrivano per niente e i compratori o chiedono il rimborso oppure segnalano come inaffidabile il venditore. "Gli italiani indicano sempre che non ricevono i pacchi che spedisco. Ho perso diverse centinaia di dollari avendo a che fare con compratori italiani, non posso andare avanti così..." ci dice un venditore del Delaware. Ben rappresentato anche il cliché dell'italiano truffatore: "Diversi pacchi di valore che ho spedito in Italia non sono mai arrivati. Non so se sia vero, ma chiedendo sui forum in internet mi hanno detto che il vostro sistema postale è corrotto e gli impiegati aprono i pacchi e li rubano".

Il fenomeno del "non vendiamo agli italiani" va avanti da mesi e si è aggravato nel corso delle ultime festività natalizie. Andrea Polo, responsabile comunicazione di eBay, ne è consapevole anche se vede spiragli di miglioramento. "Il problema è dovuto sia ai lunghi tempi di spedizione - dice a Repubblica.it -, sia dell'aspettativa del consumatore che, poco esperto di commercio elettronico, spesso non considera a dovere i complicati meccanismi che regolano un acquisto internazionale: pagamento, invio della documentazione, sdoganamento e così via". Maggiore efficienza, aggiunge, potrebbe derivare dall'uso dei corrieri per la spedizione o di PayPal per il pagamento.
Scegliendo i corrieri rispetto all'azienda di Stato le cose migliorano, ma il prezzo aumenta. Lo sanno anche principali imprese di commercio elettronico italiane che si affidano sempre a corrieri privati: Yoox, il leader nella vendita di abbigliamento online, spedisce con UPS, Mediaworld, Mr. Price ed ePrice del settore dell'elettronica di consumo si affidano a TNT o Bartolini mentre IBS, che spedisce 4000 pacchi al giorno, affianca a SDA, il corriere delle Poste, un corriere privato.

Chi vende su eBay o chi gestisce un piccolo negozio di commercio elettronico fa quasi sempre affidamento alle più economiche spedizioni dei servizi pubblici che poi, in Italia, vengono poi prese in carico da Poste Italiane. Ma il problema non riguarda solo le spedizioni estere. "Mi sono fatta in quattro per consegnare tutti gli ordini immediatamente dopo aver ricevuto la conferma - scrive su un forum dell'Associazione italiana di commercio elettronico la proprietaria di un piccolo sito di e-commerce - e poi le poste italiane, invece che metterci 3 giorni (più uno di accettazione) come scritto sulle condizioni, ce ne mettono più di 7".

I forum di eBay sono diventati una sorta di centro di raccolta delle lamentale sul sistema postale italiano e sul web sono nati siti che raccolgono notizie e informazioni sulle sue inefficienze. Si è mossa anche la magistratura sulla scia di un'inchiesta di Repubblica che lo scorso gennaio ha mostrato 200 tonnellate di posta accatastate nei sotterranei del centro postale di Milano Roserio, quello in cui arrivano molti dei pacchi inviati dai venditori esteri di eBay. Da alcuni giorni, infine, alla procura di Milano è arrivato anche un esposto dei Cobas delle Poste nel quale si ipotizza che, per smaltire le giacenze postali lombarde, si sia mandata al macero la corrispondenza non lavorata o recapitata.

Ma il problema non riguarda solo il mondo, seppur vastissimo, di eBay. Il valore del commercio elettronico italiano è tre volte più piccolo di quello francese, sei volte di quello tedesco e dieci di quello inglese ed la logistica è indicata come uno dei maggiori freni alla sua affermazione. Una ricerca Netcomm-Bocconi presentata al Netcomm e-Commerce Forum di Milano alcune settimane fa ha mostrato come l'efficienza delle spedizioni sia, assieme alla garanzia delle transazioni, lo strumento principale con cui superare lo scetticismo dei consumatori verso questo modo di fare acquisti.

E se ci fossero ancora dubbi basterebbe riascoltare le parole del numero due di Amazon, Diego Piacentini, pronunciate al Netcomm Forum, parole che va ripetendo da anni: se Amazon - che è presente in Francia, Germania e Inghilterra - non apre in Italia è soprattutto a causa del sistema delle spedizioni. "A Natale - ha detto il top manager Amazon - sono stato a trovare i miei genitori che non ricevevano la posta perché il postino era ammalato".

(26 maggio 2008)

lunedì 28 aprile 2008

Scampato pericolo

Per ora, almeno. Certo un motivo di più per completare immediatamente la privatizzazione di Terna.

venerdì 11 aprile 2008

Mercato postale: la ricetta è liberalizzare

Uno dei rari motivi per rimpiangere il governo Prodi è la posizione costruttiva e di buon senso che il ministro Gentiloni andava maturando sul mercato postale. E' certamente auspicabile che il prossimo Ministro delle Comunicazioni non arretri rispetto alle determinazioni del predecessore in materia, ed anzi cominci a tramutarle in azione concreta.

Rimane, però, lecito dubitare che ciò possa avvenire qualora le urne incoronino - come pare inevitabile -un partito per il quale i 14.000 dipendenti di Poste Italiane rappresentano tradizionalmente un bacino elettorale amico ed il cui ministro dell'economia in pectore mira ad ambientare nell'azienda le sue più turpi perversioni stataliste.

E' questo scenario a rendere ancor più prezioso l'interessantissimo convegno ospitato dal CRIET (con la puntuale supervisione di Ugo Arrigo) lo scorso 7 aprile. Le conclusioni dei relatori convergono sulla necessità di aprire il settore, privatizzando il privatizzabile e rimuovendo tutti gli ostacoli normativi che impediscono lo sviluppo di una competizione effettiva. Non possiamo definirla una sorpresa per i lettori di Liberalizzazioni. Ma si trattà di ovvietà che è drammaticamente necessario ribadire.

venerdì 4 aprile 2008

Caporetto

Qualcuno continua ad interrogarsi sulle cause della sfiducia che circonda Telecom. Lo straordinario show di Luca Luciani, direttore generale con qualche lacuna in storia, può essere un buon indizio.

domenica 3 febbraio 2008

Bernabè e Galateri: a che gioco giochiamo?

UPDATE: Ne parlo su Libero Mercato.

E noi che credevamo che la strada per la separazione della rete fosse tutta in discesa. Pare, invece, che ai vertici Telecom non passi nemmeno per l'anticamera del cervello. Mentre al ministero delle Comunicazioni si aprono le offerte per le frequenze del WiMax, forse illudendosi che si tratti della panacea di tutti i mali, questa è una brutta notizia per chi pensava che un mercato concorrenziale delle TLC fosse finalmente alla portata.

venerdì 1 febbraio 2008

They make us go postal

Il Parlamento Europeo ha stabilito la scadenza per la liberalizzazione dei servizi postali. Per la terza volta. Dite che due rinvii saranno abbastanza?

mercoledì 2 gennaio 2008

TLC / Un bilancio del 2007 ed il 2008 che verrà

Si è chiuso un anno forse deludente per chi s'attendeva rivoluzioni nel campo TLC, magari con la ciliegina della separazione della rete. Per parte nostra, avevamo segnalato già nel 2006 - all'epoca del piano Rovati, per intenderci - quale fosse la via da percorrere.

Dopo quindici mesi in cui la soluzione all'inglese è stata al più agitata come una clava per distogliere lo straniero dalle sue mire espansionistiche, siamo ancora al punto di partenza. Ma con una novità rilevante: un procedimento finalmente in moto all'AGCOM, che dovrebbe portare - visto anche l'atteggiamento prima facie collaborativo dei nuovi vertici Telecom - ad una soluzione condivisa, da cui tutte le parti otterrebbero considerevoli vantaggi.

A dire il vero, non si tratta dell'unico botto che il settore delle TLC ci ha riservato nell'ultimo tratto del 2007: lo sviluppo dell'IPTv, su cui scommettono forte Wind e Tiscali, aggiungendo le proprie offerte a quelle consolidate di Alice e Fastweb; l'integrazione tra VoIp e telefonia mobile sperimentato da Tre; l'ingresso sul mercato di numerosi operatori mobili virtuali (MVNO); la grande attesa per l'asta WiMax, che dopo le manifestazioni d'interesse di dicembre entrerà nel vivo nelle prossime settimane.

Ci affacciamo, così, al 2008 con la consapevolezza che il vecchio telefono fisso (a differenza del posto fisso) potrebbe non essere più in cima alle preferenze degli italiani: a dimostrazione del fatto che l'innovazione corre sempre più velocemente dei regolatori. Senza rendere necessariamente superfluo il loro operato. E senza dimenticare che a quest'ultimi basta una svista per riportare indietro l'orologio.

I nostri desiderata li stiamo esponendo per tempo: chissà che nel 2008 Babbo Natale non ci lasci sotto l'albero un mercato TLC davvero più libero. Auguri!

PS A più breve scadenza, ci permettiamo di suggerire alla Befana di dare ascolto ad Enzo Savarese, e metter mano all'abolizione della tassa di concessione sui telefonini in abbonamento. Sarebbe un bel modo per cominciare l'anno nuovo, non vi pare?

domenica 26 agosto 2007

Liberalizzazioni radicali

I radicali hanno presentato alcuni giorni fa la loro "campagna d'autunno". Si tratta di un documento in ventisei punti, attraverso i quali Marco Pannella ed i suoi cercano di chiarire le modalità con le quali essi stanno nella maggioranza. In una recente intervista, Pannella ha giustamente riconosciuto il ruolo del governo nel promuovere alcune liberalizzazioni - è la parte dell'esperienza a sinistra a cui mette il segno più. Forse le "lenzuolate" non bastano a pareggiare provvedimenti di ben altra marca, ma, sul tema, ognuno faccia le sue valutazioni.
E' interessante invece notare come molti dei ventisei punti radicali siano interessanti e possibili. Anche qui, diverse opinioni sulla contingenza che li ha generati sono legittime: qualche malizioso potrebbe notare che sono giusto ventisei, cioè il doppio dei tredici punti di Capezzone. Però se la civiltà in politica è anche occuparsi un po' meno delle faide, e un po' più dei contenuti, ce ne sono sicuramente di positivi - nel documento pannelliano.
Per esempio:
- PRIVATIZZAZIONE ALITALIA: fissare tempi certi per la vendita, svincolata da condizioni incompatibili con il mercato, o liquidare per non far pagare ai contribuenti 60 milioni al mese;
- POSTE E POLIGRAFICI: privatizzare e liberalizzare il mercato delle Poste italiane e privatizzare l’Istituto poligrafico dello stato, attuando l’impegno contenuto nel dpef;
- WIMAX: realizzare un’asta davvero aperta per le licenze Wimax, per favorire nuovi accessi in concorrenza con gli attuali operatori dominanti nel settore delle telecomunicazioni;
- FARMACIE: liberalizzare la vendita dei farmaci per garantire i diritti degli utenti-pazienti.
Cito questi quattro sia perché ricordano alcuni temi sui quali abbiamo lavorato all'IBL (basti uno sguardo ai nostri Focus e Briefing Papers), sia perché potrebbero essere cose "giuste e fattibili". Ho i miei dubbi che con questo esecutivo si possa avere "concorrenza nei lavori pubblici", o fare "politica attiva di attrazione degli investimenti esteri attraverso semplificazione burocratica e leva fiscale" (anche perché, almeno nei casi di Autostrade e Telecom, il premier è parso avere tutt'altra priorità che attirare gli investimenti esteri), e men che meno "legare i finanziamenti alla valutazione delle università" (anche questo promettono i radicali). Parallelamente, alcuni dei punti pannelliani sono vaghi in modo persin desolante: "introdurre meccanismi generalizzati di welfare to work", per esempio, che vuol dire?
Però privatizzare le poste (e soprattutto neutralizzare il bullismo di Poste Italiane), fare una vera asta wi-max, privatizzare bene Alitalia (at last), portare i farmaci di classe C (su ricetta ma non rimborsati) nei supermercati e nelle para-farmacie: ecco, queste sono cose alle quali un governo di sinistra, per nulla ideologicamente "liberista" ma semplicemente interessato a migliorare le condizioni del cittadino-consumatore, potrebbe mettere mano. Sono cose "alla Bersani", se volete. E sono cose di cui ci sarebbe bisogno.
Vedremo allora se i radicali tireranno fuori gli artigli e riusciranno a portare a casa almeno quattro dei loro ventisei punti, o se dopo l'agenda Giavazzi anche l'agenda Pannella resterà un libro dei sogni.

sabato 14 luglio 2007

Poste: la concorrenza (non) può attendere

Sembra che l'ultima tappa del processo di liberalizzazione dei servizi postali in Europa sia destinato a spostarsi ancora nel tempo. Inizialmente prevista per il 2006, l'abolizione della riserva legale per i plichi che pesano meno di 50 grammi, che gli stati possono (non devono, ma lo fanno ben volentieri) riconoscere al fornitore del servizio universale (da leggersi:
ex monopolista pubblico) potrebbe verificarsi nel 2011. Salvo ulteriori dilazioni, e con un certo margine di eccezioni...

Il Parlamento Europeo ha infatti emendato con ampia maggioranza la proposta della commissione di aprire alla concorrenza l'ultimo, e più consistente, segmento di mercato: la proposta dovrà ora tornare indietro, secondo la procedura di codecisione, alla ricerca di un compromesso.

Si tratta di una decisione gravissima, che non solo rallenta l'apertura alla concorrenza, e gli inevitabili benefici che questa arreca, ma in più danneggia gli operatori – diversi dall'incumbent – che hanno investito in un mercato prossimo alla liberalizzazione, e che questa liberalizzazione vedono allontanarsi di anno in anno. Ma non tutto il male viene per nuocere, secondo Sergio Bellucci, di Rifondazione Comunista: «questo è un segnale evidente della crisi strategica delle liberalizzazioni del settore. I servizi in rete dimostrano sempre più la loro valenza pubblica, rivelandosi asset vitali per la collettività. Il governo deve prenderne atto ripensando nel complesso la sua politica industriale nei settori dei beni comuni».

Proprio perché essenziali per la collettività, questi servizi non possono essere sottratti alla concorrenza, che permette di razionalizzarne l'utilizzo attribuendo il controllo delle risorse all'operatore che meglio sa utilizzarle: il governo dovrebbe prenderne atto rimodulando la sua azione all'insegna di una maggiore incisività nel portare avanti una riforma utile e giusta. Utile per i consumatori, che vedrebbero migliorata la qualità dei servizi, e giusta nei confronti di chiunque voglia entrare nel mercato, che non debba incontrare barriere di diritto - la riserva legale - o di fatto - il controllo della rete da parte di uno dei concorrenti.

È paradossale, ma non troppo, che Rifondazione si schieri a favore del colosso parastatale Poste Italiane, senza preoccuoparsi dei 2-3000 dipendenti delle diverse agenzie private di recapito private che rischiano in questi giorni di chiudere i battenti perché, allo scadere dei contratti stipulati con Poste per il periodo transitorio che doveva terminare nel 2006, il nuovo bando, emesso con il beneplacito del governo, è fortemente penalizzante. Troppo spesso si dimentica che difendere la concorrenza significa innanzitutto difendere il diritto di chi vuole, e sa, lavorare bene ad entrare nel mercato.

lunedì 9 luglio 2007

Liberalizzazioni senza privatizzazioni: il caso Poste Italiane

La privatizzazione di un monopolio pubblico non è condizione sufficiente per garantire una vera liberalizzazione. È però condizione necessaria. Se liberalizzare un settore significa riconsegnarlo all’iniziativa privata, una liberalizzazione che non contempli l’eclissarsi dell’imprenditore stato non è che un bluff. E fa male alla concorrenza.

Un mercato aperto è spesso rappresentato come un piano di gioco, in cui tutti i giocatori sono allo stesso livello: liberi di entrarvi, competere, avere successo o fallire. Ciò è perfettamente inconciliabile con il permanere di un soggetto, nelle cui casse confluiscano pubblici denari, a cui non è permesso di fallire. Un soggetto il cui proprietario decide le regole del gioco.

Il caso di Poste Italiane – ancora oggi posseduta al 65% dal Tesoro e per il rimanente 35% dalla Cassa Depositi e Prestiti – ci offre una serie pressoché infinita di distorsioni dovute ad un palese conflitto d’interessi: dalla ricezione minimale delle direttive comunitarie che ci hanno imposto l’apertura del mercato alla passiva accettazione della stima di Poste Italiane dell’onere del servizio universale, con la fissazione della riserva legale al livello più alto permesso da Bruxelles; dall’esenzione dell’incumbent dal pagamento dell’IVA, che grava invece sui suoi concorrenti, alla penalizzante, e vorticosamente mutevole, regolamentazione della posta ibrida; dall’abolizione della posta ordinaria (!) per mascherare un aumento delle tariffe postali, al recente bando per l’assegnazione di servizi che distrugge ogni residuo di concorrenza in questo piano di gioco sempre più irto per gli attori diversi da quello pubblico.

Non deve sorprenderci quindi il fatto che, secondo il nostro Indice, il settore postale sia quello meno liberalizzato in Italia: non ci sorprenderemmo di certo del risultato di Milan-Inter se ad arbitrare la partita ci fosse Berlusconi o Moratti.

Privatizzazioni senza liberalizzazioni: il caso Telecom Italia

Una delle malattie del discorso pubblico in questo paese è il frequente utilizzo improprio del linguaggio: le categorie di privatizzazione e liberalizzazione non sfuggono a tale regolarità, e vengono assai spesso - in modo più o meno consapevole - confuse e sovrapposte.

Un esempio assai utile ad indagare la distinzione è quello di Telecom Italia. Appare infatti evidente che il decennio trascorso dalla privatizzazione non abbia condotto ai risultati auspicati in termini di concorrenzialità e di beneficio per i consumatori. Ma quali considerazioni è lecito trarre da ciò? Si tratta forse di una conferma della bontà dei monopoli pubblici?

Tutt'altro. Siamo, piuttosto, di fronte all'evidenza che limitarsi a trasferire in mani private (e per solito amiche) i privilegi del pubblico non può certo considerarsi un avanzamento del mercato. La privatizzazione che non sia accompagnata da una genuina liberalizzazione è destinata a rimanere uno specchietto per le allodole; quando non diventi, invece, un boomerang - rinforzando la vulgata della necessità dell'interventismo.

Perché le privatizzazioni abbiano successo, viceversa, non è possibile prescindere dalla creazione di un ambiente istituzionale favorevole alla libertà d'impresa e dall'abbattimento delle barriere legali che ne ostacolino l'esplicazione: il che è chiaramente possibile, come testimonia il caso British Telecom, ma ancora di là da venire in Italia, come apparirà chiaro a chi sfoglierà il nostro Indice delle Liberalizzazioni.