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domenica 30 marzo 2008

Io sono qui, ma non voto l'Udc

Anche per me un verdetto abbastanza sconfortante, come per lo sciccoso, LibertyFirst e Giovanni Boggero. Per chi ha messo il naso fuori dall'uovo essenzialmente ai tempi di Manipulite (per carità di Dio, con tutti i loro limiti, i loro abusi, e il pressapochismo demente da Comitato di salute pubblica in versione Bagaglino) e della Lega prima maniera (idem come sopra), il solo pensarsi vicini all'Udc è roba da smettere di rimandare il suicidio.

Poi uno legge una dichiarazione come questa di Berlusconi (doveva essere la nostra Thatcher, ora è "il nuovo Fanfani"), e capisce che tanto moriremo democristiani comunque vada.

giovedì 27 marzo 2008

Indovina l'intruso

Sarei io, apparentemente. Tutto sommato, un esperimento divertente ed istruttivo. Dove si collocano gli altri blogger di Liberalizzazioni?

mercoledì 19 marzo 2008

Tremonti-Brambilla: red passion

Su una cosa l'onnipresente Tremonti ha ragione: gli argomenti da lui sollevati in questa campagna elettorale denotano una visione globale (absit iniuria verbis) assai chiara, che può essere contrastata solo con un'analoga visione contraria. Ora sappiamo che ben difficilmente tale visione potrà germinare entro i confini del PdL.

Accantonati i dissapori dei mesi scorsi, a tre settimane dal voto la rossa pasionaria berlusconiana si schiera senza riserve col ministro dell'economia in pectore. Niente autarchia, per carità, ma dazi a profusione sì.

Un protezionismo all'americana, c'istruisce la regina dei Circoli, perché anche nel paradiso dei liberisti si mettono dei "paletti a una politica di dumping, che rischia di distruggere l'intrinseco valore di ogni mercato". D'altronde, lo stesso Tremonti aveva auspicato nei giorni scorsi che la sua medesima patente di protezionista venisse assegnata anche ad Obama e McCain*.

Sia come sia, se è vero che per un lungo momento Tremonti e la Brambilla erano parsi i più autorevoli candidati alla successione del Cavaliere, e soprattutto che quest'ultima era sembrata - nella sua superficiale gaiezza - l'unico antidoto ai deliri del Nostradamus della Valtellina, la consumazione di quest'unione incestuosa promette di recare conseguenze funeste qunto persistenti per l'elaborazione del centrodestra italiano nei prossimi anni.

Laddove Tremonti aveva concesso, con le sue sortite, uno spazio enorme di dissenso, la Brambilla ha preferito affiancare un proprio protezionismo casereccio all'antiliberalismo intellettualistico ed inarrivabile dell'altro. Con il risultato di sigillare il posizionamento della compagine berlusconiana sull'unico tema ideale emerso nello scontro elettorale. Posizionamento che i pochi liberali superstiti del PdL hanno dato prova di non voler o saper contestare.

Ora, la buona notizia è che le aspirazioni tremonto-brambillesche faranno certo fatica a superare il vaglio di Bruxelles, e la loro traduzione concreta sarà dunque verosimilmente disinnescata in massima parte. Ma quanto a lungo questa zavorra ideologica condizionerà la cultura politica italiana è una domanda la cui risposta fa davvero paura.

* Ben strano, va detto, è il ragionamento alla base di questo argomento: gli Usa sono liberisti, gli Usa applicano misure protezioniste, ergo le misure protezioniste sono compatibili col liberismo; come a dire: Eliot Spitzer è un uomo dalla moralità specchiata, Eliot Spitzer va a puttane, ergo andare a puttane è attività di alto valore etico. Forse - in entrambi i casi - la premessa maggiore andrebbe vagliata con cura più intensa.

martedì 18 marzo 2008

La globalizzazione del tremontismo

In attesa che le auspicate misure protezionistiche vengano applicate anche alle recensioni, al professor Tremonti non resta che importare da Oltreoceano questa critica mercatista alla sua ultima fatica.

mercoledì 12 marzo 2008

Perché l’Italia non funziona. Ovvero i sette mali del paese e la loro unica causa.

I partner europei, i commentatori internazionali, gli stranieri interessati all’Italia si stanno convincendo il paese non funziona, che è un membro incomprensibile e inaffidabile dell’Unione Europea e della comunità internazionale. Anche noi italiani stiamo ormai pensando che vi sia qualcosa di grave, che non ha equivalenti negli altri stati democratici e non affligge solo lo politica, ma non riusciamo a comprenderne le ragioni. Per trovare una risposta bisogna invece fare un salto all’indietro di un secolo e mezzo e domandarci cosa intendeva il primo ministro Cavour quando disse “L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani”. Centocinquant’anni dopo, infatti, gli italiani, se li intendiamo come soggetti capaci di partecipare, rispettando regole, a giochi cooperativi reciprocamente vantaggiosi, non ci sono ancora.
Il nostro problema, che si trasforma in dramma del paese intero, è l’impossibilità non solo della solidarietà tra estranei (utilizzo il titolo di un noto libro di J. Habermas), che presuppone unilateralità e un minimo di altruismo, ma soprattutto della cooperazione tra estranei, che è invece bilaterale/multilaterale e reciprocamente vantaggiosa. Noi italiani cooperiamo solo con chi conosciamo, con chi è omogeneo e coerente con le nostre caratteristiche e idee. In questo caso garantiamo di solito lealtà e, se più potente di noi, persino fedeltà acritica; chi non conosciamo e non è omogeneo rispetto a noi, invece, non è un possibile partner cooperativo ma solo qualcuno che può darci delle fregature o che è normale bidonare.
L’incapacità a cooperare tra estranei è la causa di sette fenomeni negativi, classificabili come mali dell’Italia:
1. la limitatezza della scala cooperativa: se cooperiamo solo con chi conosciamo e di cui ci fidiamo la scala della cooperazione non può che essere molto ridotta (da qui il successo dell’istituzione famiglia, la diffusione della piccola impresa, il proliferare storico dei micro partiti e, sull’altro versante, l’insufficiente presenza e insufficiente performance di tutto ciò che normalmente dovrebbe esser grande, dall’impresa privata operante in settori ad elevate economie (di scala o d’altro tipo) alle organizzazioni pubbliche;
2. la svalutazione delle regole e del loro ruolo: è la cooperazione tra estranei ad aver bisogno di regole mentre la cooperazione tra affini può essere gestita attraverso accordi volta per volta;
3. la diffusione capillare della raccomandazione: essa è infatti l’indispensabile strumento passepartout attraverso il quale un soggetto può passare dalla condizione di estraneo alla condizione di beneficiario di uno schema di cooperazione;
4. il quarto fenomeno è il riflesso del terzo e consiste nella svalutazione del criterio del merito: un estraneo bravo non potrà mai essere preferito ad un mediocre ma fedele appartenente al gruppo;
5. l’immobilismo sociale: per effetto della svalutazione del criterio del merito l’ascesa sociale attraverso l’impegno individuale è problematica o impossibile e allo stesso modo la discesa sociale in caso di demerito;
6. la gerontocrazia: i giovani talenti individuali, per loro natura non organizzati, sono stoppati dagli anziani, non perché anziani ma perchè già membri di schemi di cooperazione chiusi e coesi (questo vale particolarmente nel settore pubblico e nei settori produttivi non esposti alla concorrenza).
7. una grave sottoperformance/inefficienza delle organizzazioni che si traduce in sottoperformance del sistema paese: qualsiasi produzione pubblica in Italia ha costi unitari superiori di almeno il 50% rispetto al banchmark internazionale; il nostro paese, inoltre, ha il debito pubblico più elevato d’Europa, in assoluto e in rapporto al Pil, la crescita economica più ridotta, una strisciante infelicità dei cittadini e una crescente difficoltà per moltissime famiglie ad arrivare a fine mese con le spese.
Si diceva una volta dei cittadini d’oltre Manica: un inglese, un gentleman; due inglesi, un club; tre inglesi, una colonia. Dovremmo invece dire di noi stessi: un italiano, un genio; due italiani, un conflitto; tre italiani, un fallimento. Figuriamoci se gli italiani in gioco sono una decina (i partiti della disciolta maggioranza), una trentina (i ministri del governo uscente), un centinaio (i suoi membri complessivi) o un migliaio (i nostri parlamentari), estranei tra di loro, per formazione, ideologia, interessi e del tutto incapaci a cooperare. Il caos era destinato a crescere in maniera esponenziale, esattamente ciò che è avvenuto e che i media hanno potuto riprodurre a beneficio dell’opinione pubblica mondiale.
Gli italiani non ci sono ancora, ma in questo modo prima o poi l’Italia (così come ora l’Alitalia) rischierà di non esserci più. Bisognerebbe dunque ripartire dalla mission incompiuta del conte Cavour e nel (ri)provare a fare gli italiani, mission (forse) impossibile ma inevitabile se non si vuole che il paese prosegua nella sua deriva.

sabato 1 marzo 2008

L'Italia un Paese normale?

Massimiliano Trovato ha già segnalato l'intervista di ieri di Pierferdinando Casini. Si perdoni un aneddoto. Una volta, alcuni anni fa, a Venezia per un convegno di "Liberal", dopo averlo ascoltato un amico inglese mi disse: non la pensa come noi, ma mi piacerebbe la pensasse come noi. Si riferiva allo "charme" del buon Pier, alla sua capacità di venditore della politica.
C'è un'altra lettura, oltre a quella che l'Italia stia diventando un "Paese normale": potrebbe essere che quando uno è alla disperazione, come l'Udc/Rosabianca, tenta persino la più disperata delle carte, cioè prendere voti facendo il liberista. Di per sé, la tendenza di queste elezioni pare essere: "todos liberales", tranne la sinistra arcobaleno e Tremonti.
Dopo Casini, e paradossalmente usando Casini come "benchmark" di liberismo, il Sole oggi interpella Lanzillotta e Alemanno. Quello che dice la Lanzillotta non è sorprendente: quello che dice Alemanno sì. Da quando la destra sociale è diventata "privatizzatrice"? O il "lanzilottismo" di Alemanno si può comprendere e leggere soprattutto in funzione anti-leghista (per la Lega, Roma è -ogni tanto- ladrona, ma le municipalizzate mai)?
Credo che Massimiliano abbia fondate speranze su un punto. C'è più "normalità" oggi in Italia di quanto ve ne sia stata negli ultimi anni. Il dramma però è che si tratta di una "normalità" dalla quale il programma della probabile prossima coalizione di governo è meno contagiato di altri.
Nel manifesto del Pdl, ci sono "cosette" buone. Ma sono cosette: e anche gli amici che hanno dato fiato alle trombe, esaltandone il liberismo, si sono fermati sui dettagli per non vedere il quadro nel suo complesso (vedi l'ottimo Della Vedova qui). In realtà, le "cosette" buone (e per fortuna la parte sul lavoro è resuscita, dopo essere stata stralciata nella versione circolata su Libero!) non compensano tre "cosone" preoccupanti: (1) la voglia di "protezione" cui il programma cerca tremontianamente di dare espressione; (2) l'analisi di fondo: stiamo entrando in tempi straordinari che esigono uno straordinario intervento pubblico (banca del Sud, distribuzione di pani e pesci da parte dei comuni, 'piano Fanfani' per una nuova edilizia pubblica); (3) l'assordante silenzio sui grandi nodi della spesa, a cominciare dalla sanità.
Eppure ci sono tanti, nella Cdl, da Sacconi a Della Vedova, da Capezzone a Baldassarri, da Berlusconi che con toni liberisti ha "venduto" alla stampa il programma colbertista, fino persino a un ex statalista a cinque stelle come Alemanno, che non solo pensano, ma parlano pure, in questi giorni di campagna elettorale, usando sfumature molto diverse.
Vincerà la carta del programma, o lo spirito degli uomini di buona volontà? Probabilmente dipenderà semplicemente (e tragicamente) dalle circostanze: chi farà il ministro di che cosa; quanti saranno i punti di distacco fra Pd e Pdl; quanto piglia la Lega; etc.
Uno sguardo al programma del Pd, altrettanto raccogliticcio e goffamente polifonico (una legge sulla concorrenza all'anno! corporate social responsibility nelle imprese! flessibilità "ma anche" sicurezza! più imprenditorialità nella sanità pubblica "ma anche" meno sanità privata! liberalizzazioni nell'energia "ma anche" rottamare il petrolio!), non dà molte speranze in più (nonostante vi sia molta meno paura della globalizzazione, da quelle parti). Siamo in una fase di transizione e delicatissima. Che vi sia nella cultura di mercato qualcosa da imparare, è opinione condivisa da tutti tranne che da un paio di ex ministri dell'economia. Ma il fatto che non si sia ancora appreso come esprimersi e pensare in termini di cultura di mercato, dimostra una volta di più quanto disperato bisogno abbia questo Paese di quella grande opera di "incivilimento" culturale nella quale le persone che animano questo blog si ritrovano spesso troppo sole.