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mercoledì 19 novembre 2008

Buon Natale!

Non sono auguri in anticipo. Sono in ritardo. Ho ricevuto oggi, infatti, un gentile pensiero che un amico mi aveva inviato per le festività 2007. Oggi è il 19 novembre. Il tempo che ci separa dal Natale prossimo è circa 11 volte inferiore al tempo che è trascorso dal Natale 2007. E poi uno si stupisce che, nel nostro Indice, quello postale risulti tra i settori meno liberalizzato... Alla luce della performance, ho anzi qualche sospetto che abbiamo sovrastimato!

martedì 10 giugno 2008

Italia libera al 47 per cento. Oggi presentazione dell'Indice 2008

L'Indice delle liberalizzazioni 2008 valuta al 47 per cento il grado di liberalizzazione dell'Italia, sulla base dell'analisi di dodici settori chiave della nostra economia. Lo studio, condotto annualmente dall'IBL, misura l'esistenza di barriere all'ingresso sui mercati analizzati.

Il rapporto sarà presentato oggi a Milano, a partire dalle ore 18,00 presso Palazzo Affari ai Giureconsulti (Piazza Mercanti 2). Interverranno Federica Guidi (presidente, Gruppo giovani imprenditori Confindustria), Massimiliano Magrini (country manager, Google Italia), Alessandro Ortis (presidente, Autorità per l'energia), Stefano Parisi (amministratore delegato, Fastweb) e Giuseppe Rotelli (presidente, Gruppo ospedaliero San Donato). Coordinerà i lavori Gianfranco Fabi (vicedirettore, Il Sole 24 Ore).

Dice Alberto Mingardi, direttore generale dell'IBL: "l'Indice delle liberalizzazioni vuole essere uno stimolo alla classe politica a prendere sul serio la sfida delle liberalizzazioni, che è uno degli snodi su cui si gioca il futuro della competitività del nostro paese. Inserendo anche alcuni settori 'anomali' - quali mercato del lavoro, fisco e pubblica amministrazione - abbiamo inteso sottolineare come l'idea di liberalizzazione sia a tutto tondo, e riguardi l'intera società. Solo rimuovendo le barriere che impediscono l'accesso ai mercati, il paese potrà ripartire".

L'Indice delle liberalizzazioni censisce dodici settori dell'economia italiani, confrontandoli col paese più liberalizzato d'Europa. I dodici settori sono: elettricità (74 per cento), gas naturale (56 per cento), telecomunicazioni (35 per cento), servizi idrici (27 per cento), trasporto ferroviario (49 per cento), trasporto aereo (70 per cento), trasporto pubblico locale (46 per cento), servizi postali (39 per cento), professioni intellettuali (46 per cento), mercato del lavoro (35 per cento), fisco (52 per cento), pubblica amministrazione (39 per cento). L'Indice per l'economia italiana si assesta al 47 per cento. L'intero rapporto è disponibile cliccando qui. Commenta Carlo Stagnaro, direttore Ricerche e studi dell'IBL e curatore dell'indagine: "il grado di liberalizzazione dell'economia è grosso modo stabile, ma la dinamica è preoccupante. Infatti, a fronte di alcuni settori che migliorano il loro grado di liberalizzazione grazie alle dinamiche inerziali - cioè alla fiducia degli operatori che sfruttano le opportunità offerte dalla liberalizzazione, pur essendo sostanzialmente invariato il set di regole - in alcuni casi, e in particolare per le telecomunicazioni e il mercato del lavoro, si rilevano significativi passi indietro dovuti alla volontà politica di interferire col funzionamento del mercato. La tenuta del sistema, dunque, non deve nascondere che nessuno dei problemi esistenti l'anno scorso è stato risolto, e altri se ne sono aggiunti".

L'Indice delle liberalizzazioni sarà presentato oggi a Milano, a partire dalle ore 18,00 presso Palazzo Affari ai Giureconsulti (Piazza Mercanti 2). RSVP: eventi@brunoleoni.it - 338 390 3217

Mercato elettrico
Rispetto al 2007 l'indice di liberalizzazione del mercato elettrico è migliorato di 2 punti, confermandolo come il settore maggiormente liberalizzato (74 per cento rispetto al benchmark inglese). L'elevato livello di liberalizzazione è dovuto a diversi fattori tra cui si possono ricordare: ottimo livello di separazione, presenza di strutture di mercato che permettono l'incremento della capacità di generazione. Infatti tutti gli indici di concentrazione calcolati dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas vedono una continua riduzione. La criticità più grande è riscontrabile nella presenza di grandi quote di domanda che non utilizzano il mercato libero, il quale può dare vita ad importanti riduzioni di prezzo. Infatti i valori di switching factor sono di molto inferiori al livello inglese.

Mercato del gas
Rispetto al mercato dell'elettricità, quello del gas naturale vede un minor livello di liberalizzazione. Infatti, il valore dell'indice (con benchmark il mercato inglese) si è ridotto rispetto all'anno precedente di 2 punti, arrivando al valore del 56 per cento. Questo risultato è il frutto delle modificazioni intervenute nella fase di downstream. Infatti, nell'ultima parte della filiera produttiva si riscontra una diminuzione dello switching factor relativo (cioè il numero di clienti che hanno utilizzato il mercato libero rispetto alla situazione inglese). Le altre fasi della filiera produttiva hanno invece assistito ad una modificazione positiva. L'indice di Hhi nella fase di upstream negli ultimi è stato oggetto di una marcata riduzione (-700 punti). La criticità presente in questo mercato è da imputarsi al fatto che il processo di liberalizzazione ha dato vita a benefici per i clienti di grandi dimensioni ma non ha dato risultati tangibili ai clienti medi e piccoli.

Servizi idrici
Il grado di liberalizzazione del settore dei servizi idrici è pari al 27 per cento, stabile rispetto al 2007. Lo scarso risultato dipende dalla frammentazione del settore, e dal suo permanere ostaggio di fatto di soggetti pubblici, anche quando la normativa consentirebbe altrimenti. Il quadro regolatorio è complesso e variegato e ciò costituisce di per sé una barriera all'ingresso. La gestione dei servizi idrici è solo occasionalmente affidata ai privati; pubblica è pure la proprietà delle reti, per le quali la privatizzazione è addirittura resa inagibile ex lege. La coincidenza di questi due fattori determina una grave condizione di conflitto di interessi, la quale a sua volta si ripercuote - assieme al generale assetto del settore - in una drammatica carenza di investimenti. Pure il livello di concorrenza è assai basso, in virtù dell'adozione di modalità di affidamento discrezionali e opache, l'assenza di mobilità da parte della domanda, e le difficoltà di accesso alla rete.

Telecomunicazioni
Il settore delle telecomunicazioni resta poco liberalizzato, con un punteggio in calo dal 40 al 35 per cento. Sebbene il mercato abbia lanciato dei segnali d'innovazione in grado di stimolare una più intensa concorrenza, a cominciare dal lancio di servizi integrati e della telefonia su protocollo IP, ciò non ha neppure in parte colmato il gap rispetto all'Europa, ed al paese benchmark in particolare - soprattutto per la sovrapposizione di diverse evoluzioni della regolamentazione del settore che hanno avuto un impatto decisamente negativo. In particolare, l'abolizione dei costi di ricarica per le carte prepagate introduce un elemento dirigistico in un campo fino a ora largamente liberalizzato. Ma soprattutto a recar danno alla credibilità del mercato è stato l'intervengo a gamba tesa del governo, tra la fine del 2006 e l'inizio del 2007, contro alcuni potenziali acquirenti dell'ex monopolista telefonico. Come effetto collaterale, lo scontro tra politica e azionisti ha portato a uno stallo nel processo di separazione funzionale della rete telefonica fissa, di fatto cristallizzando il maggior ostacolo all'effettiva concorrenza.

Trasporto Aereo
Nel settore del trasporto aereo si è avuto un grande miglioramento dal punto di vista del grado di liberalizzazione. Le norme europee, le decisioni a livello comunitario e la crisi Alitalia hanno permesso al mercato italiano di crescere continuamente nell'ultimo decennio. Il punteggio cresce dal 66 per cento del 2007 al 70 per cento del corrente anno rispetto al benchmark irlandese. Nel 2007 l'eliminazione delle restrizioni delle rotte da e verso la Sardegna ha permesso di migliorare la liberalizzazione del mercato del trasporto aereo italiano. L'accordo Open Skies raggiunto tra Unione Europea e Stati Uniti, entrato in vigore solamente nel 2008, permette inoltre una liberalizzazione delle rotte atlantiche. Il mercato italiano rimane ancora poco sviluppato ed ha grandi potenzialità di crescita. La liberalizzazione delle rotte intercontinentali potrebbe abbassare l'impatto negativo che la crisi Alitalia avrà nel 2008 sul mercato del trasporto aereo italiano. Il trend del settore è sicuramente positivo grazie alle decisioni comunitarie.

Trasporto ferroviario
L’Italia ottiene un punteggio pari al 49 per cento di quello raggiunto dai paesi benchmark, Svezia e Gran Bretagna, in linea con il punteggio ottenuto lo scorso anno. Il valore rimane insufficiente e denota una mancanza effettiva di apertura del mercato. A livello normativo l’Italia evidenzia una buona liberalizzazione, sebbene l’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria, esterna ed indipendente da Rete Ferroviaria Italiana, resti sotto il controllo del ministero dei trasporti. La mancata separazione proprietaria tra Rfi e Trenitalia rimane uno tra i principali punti deboli del mercato del trasporto ferroviario italiano. In Italia è presente una stagnazione del mercato passeggeri. Nel mercato inglese sono entrati nuovi player stranieri tramite acquisizioni e si conferma un mercato molto competitivo con bassi sussidi pubblici. Il settore del mercato passeggeri non ha conosciuto un’entrata importante di nuovi operatori, mentre nel trasporto merci, per quanto riguarda il mercato internazionale, gli operatori concorrenti a Trenitalia Cargo stanno riuscendo a guadagnare quote di mercato, nonostante molte barriere all’ingresso.

Trasporto Pubblico Locale
Il settore del trasporto pubblico locale risulta essere in Italia insufficientemente liberalizzato. Il punteggio ottenuto è il 46 per cento di quello raggiunto dal paese benchmark, la Gran Bretagna, in linea con il risultato dello scorso anno. La riforma italiana del trasporto pubblico locale, iniziata a metà degli anni novanta, è ancora incompiuta; manca tra l'altro ancora un'obbligatorietà della procedura di gara per l'assegnazione del servizio. Sono riscontrabili forti barriere operative ed amministrative nel settore e nel mercato non sono pressoché presenti operatori diversi da quello storico. Il mercato italiano è poco concentrato, ma è caratterizzato da piccoli monopolisti locali, che operano in maniera molto inefficiente. Il costo per vettura chilometro del Tpl italiano è circa 2,5 volte quello del mercato inglese deregolamentato e i sussidi pubblici sono ingenti. Il mercato risulta chiuso e la quota di mercato dei nuovi operatori è quasi nulla. È dunque necessaria una liberalizzazione, una separazione tra regolatore e operatori sul mercato e un aumento dell'efficienza del settore.

Servizi Postali
Il grado di liberalizzazione dei servizi postali è molto basso; infatti il punteggio ottenuto nell'indice delle liberalizzazioni del 2008 è pari al 39 per cento, sostanzialmente stabile rispetto allo scorso anno (38 per cento). Nella scorsa legislatura non è andato in porto il progetto di riforma delle Autorità di regolazione sulla base del quale le funzioni di regolazione del mercato postale sarebbero state trasferite all'Autorità garante delle comunicazioni. L'Italia dunque non solo non ha un regolatore indipendente, ma l'Universal Service Provider è interamente controllato dallo Stato. La regolamentazione dell'accesso ai servizi universali non riservati è molto stringente: infatti è richiesta la licenza per tutti i servizi dell'area universale, mentre è necessaria un'autorizzazione generale per l'accesso ai servizi non universali. L'Usp inoltre gode di un'esenzione per la globalità dei servizi prestati. La liberalizzazione normativa del settore è ugualmente scarsa. I servizi postali necessitano di una forte liberalizzazione, in modo che sia possibile una competizione tra i diversi operatori senza alcuna distorsione del mercato anche in vista della liberalizzazione europea del 2011. In definitiva è urgente separare il regolatore dal soggetto regolato.

Professioni intellettuali
La situazione rispetto al 2007 è sostanzialmente invariata. Nell'arco degli ultimi dodici mesi non si annovera alcun intervento che abbia ad avuto ad oggetto, in qualche modo, la riforma, la riorganizzazione o - magari - la liberalizzazione del settore delle professioni intellettuali. Ciò non significa che vi sia stata una totale immobilità: col Decreto Legislativo 6 novembre 2007, n. 206, si è dettata una disciplina unificata in materia di libera prestazione di servizi (anche intellettuali) da parte di cittadini comunitari operanti nel territorio italiano. Tale provvedimento possiede l'aspetto positivo di avere abrogato l'anacronistico requisito della cittadinanza italiana previsto per l'esercizio di talune professioni (architetti e ingegneri). Nondimeno, fa compiere un passo indietro alla normativa in materia di iscrizione all'albo degli avvocati: le regole precedenti concedevano la possibilità di divenire automaticamente avvocato italiano a tutti gli effetti se in possesso di un titolo equipollente conseguito in un altro paese comunitario, mentre ora viene imposto in ogni caso il superamento di un apposito esame di abilitazione.

Mercato del lavoro
Il mercato del lavoro ha conosciuto un grave arretramento del suo grado di liberalizzazione (dal 50 al 35 per cento), dovuto più che a un intervento sistematico, un efficace lavoro di guerriglia normativa, attraverso circolari e interpelli. Si è così bloccato il processo di riforma e, in molti casi, la nostra legislazione è addirittura tornata indietro di 15 o 20 anni: emblematico è il caso del lavoro a termine, dove è stata ripristinata una regola sulla eccezionalità del contratto a termine introdotta nel 1962 ed eliminata nel 2001 prima di essere reintrodotta con il pacchetto welfare. Analogamente l'intervento in materia di sicurezza sul luogo di lavoro anziché semplificare le regole e rendere efficaci i controlli, ha seguito la strada opposta. Vincoli formali e norme inesigibili spingono inevitabilmente nella direzione degli abusi e della improvvisazione che, come dimostrano i recenti accadimenti, sono alcune delle principali cause delle tante tragedie sul lavoro.

Fisco
La riduzione delle risorse private prelevate o intermediate dallo Stato (tasse e contributi), al pari della semplificazione dei meccanismiattraverso i quali questo prelievo avviene, è una essenziale forma di liberalizzazione. Per gli individui, meno fisco equivale a più libertà di disporre del proprio reddito. Per le imprese, riduzione e semplificazione fiscale riducono le barriere all'ingresso sui mercati, minori distorsioni delle dinamiche competitive, più efficienza e innovazione. Il grado di liberalizzazione fiscale dell'Italia è valutato al 52 per cento della Gran Bretagna. Tra i dati negativi, spiccano le ore che le imprese sono costrette a destinare agli obblighi fiscali (360 contro le 105 britanniche), l'elevata quota di sussidi e agevolazioni settoriali (0,4 per cento del Pil in Italia contro 0,2 del pil in Gran Betagna) e l'eccessiva tassazione delle persone fisiche. La "liberalization by taxation" è una sfida che un governo seriamente interessato alle liberalizzazioni non può trascurare.

Pubblica Amministrazione
Per definire la liberalizzazione della Pa sono state analizzate tre libertà possibili: libertà intesa come autonomia, come libertà da interferenze esterne, libertà del cittadino dalla Pa (minimizzazione dello Stato burocratico), libertà della Pa locale da quella centrale. L'Italia ha una scarsa coesione delle organizzazioni burocratiche, autonomia dal controllo politico e impermeabilità agli interessi esterni. Il livello di spesa per i servizi pubblici generali in percentuale del Pil e della spesa pubblica generale non è elevatissimo, ma sconta un'arretratezza nello sviluppo di e-government. Per quanto riguarda la libertà della Pa locale da quella centrale, l'Italia appare penalizzata sia perché il processo di devoluzione è avvenuto a favore delle regioni più che dei livelli locali di governo. Nel complesso il punteggio raggiunto nel Lib Index per la Pa in Italia è il 49 per cento rispetto al benchmark individuato nella Danimarca. Il Lib index tuttavia non permette ai paesi con una tradizione di forte presenza pubblica dei risultati molto buoni; è stato introdotto quindi anche un performance index. L'Italia ottiene un punteggio molto basso a causa di un elevato grado di burocratizzazione, di corruzione della burocrazia, ma anche per uno scarso grado di attuazione delle politiche di governo e di trasparenza delle politiche pubbliche. Nel complesso, analizzando i due indici, è possibile affermare che il grado di liberalizzazione della Pa in Italia è pari al 38 per cento, è stabile rispetto allo scorso anno.

lunedì 16 luglio 2007

Liberalizzazione del trasporto ferroviario.

Un nostro lettore ci scrive “no alle liberalizzazioni selvagge” e argomenta la sua tesi con tre punti principali di critica:

1) Nel settore “c'è una totale mancanza di regole che non permette il decollo delle liberalizazzioni, anzi lascia la parte più redditizzia ai privati e fa gravare le perdite naturali del trasporto universale sulla collettività”.
2) “Manca un ccnl che tutte le imprese che operano nel settore ferroviario applichino, in questo momento i lavoratori del gruppo FS sono tutelati e lavorano in sicurezza e gli altri? Questo vuol dire concorrenza sleale perchè per le FS il costo del lavoro è più alto.”
3) “TRENITALIA SpA è una azienda a totale partecipazione statale, che paga gli affitti delle tratte come una qualsiasi azienda privata a RFI (detentore delle rete), e come può fare una qualsiasi altra società che decida di mettersi sulle rotaie.”

Nel settore del trasporto ferroviario le regole in teoria esistono, ma come diciamo noi, non vengono applicate.
Nello specifico, un conto è avere la norma, un conto è applicarla e proprio per questo motivo abbiamo distinto la prima parte dell'
indice in leggi (pesa il 9 % dell'indice globale)ed accesso (21% del totale). Ricordo che il lavoro prende come benchmark un paese e non una situazione ideale di liberalizzazione; il livello raggiunto in Italia dall’indice normativo e di accesso è dunque relativamente buono.
È stata fatta la separazione tra RFI e Trenitalia, ma fanno parte della stessa holding. Formalmente la legge è stata fatta...
Esiste un ente indipendente per la regolazione del settore (Ufficio Regolazione Servizi Ferroviari), ma in realtà non ha alcun potere.
Manca piuttosto un'autorità dei trasporti.
Le ricerche Eurostat confermano che l'Italia non ha una situazione tragica nella normativa.
Il livello di sicurezza per i lavoratori deve essere massimo; questo non pregiudica il fatto che possano esistere degli operatori di altri paesi dell’Unione Europea che possano venire a competere sul mercato. Il contratto dei lavoratori Ryanair non è lo stesso di quello dei dipendenti Alitalia. Questa è liberalizzazione selvaggia?
Infine Trenitalia può teoricamente competere sul mercato come qualunque altro concorrente, ma di fatto sul mercato italiano l'indice di Herfindhal, che misura la concentrazione, è elevatissimo. Sulle rotaie possono andarci tutti, ma se lo spazio è già occupato da qualcuno, allora non esiste una concorrenza effettiva...
Il vero problema del trasporto ferroviario italiano è che nonostante esistano le leggi, non si sia sviluppato un mercato concorrenziale.

venerdì 13 luglio 2007

Liberalizzazioni. Cosa resta da fare?

E' disponibile la registrazione del convegno Liberalizzazioni. Cosa resta da fare?, organizzato dall'Istituto Bruno Leoni il 12 luglio 2007, in occasione del quale è stato presentato l'Indice delle liberalizzazioni 2007. Un ringraziamento a Radio Radicale.

mercoledì 11 luglio 2007

Indice delle liberalizzazioni

È online l'Indice delle liberalizzazioni 2007, che si propone di valutare il "grado di liberalizzazione" in otto settori strategici della nostra economia e della nostra economia in quanto tale - il risultato, 52 per cento, suggerisce che qualcosa abbiamo fatto, quando proprio ci hanno tirato per i capelli, ma ancora molto resta da fare. Bisogna riconoscere, tuttavia, che tale valore, come ogni media, nasconde eccellenze (l'elettricità, 72 per cento) e disastri (le poste, 38 per cento). In generale dice però che, all'Italia, le liberalizzazioni servono, eccome. Ne parliamo domani giovedì 12 luglio al convegno "Liberalizzazioni: cosa resta da fare", a Milano.

PS Dell'Indice hanno parlato, tra gli altri, il Sole 24 Ore, il Foglio, il Giornale e Libero Mercato.

lunedì 9 luglio 2007

Liberalizzazioni senza privatizzazioni: il caso Poste Italiane

La privatizzazione di un monopolio pubblico non è condizione sufficiente per garantire una vera liberalizzazione. È però condizione necessaria. Se liberalizzare un settore significa riconsegnarlo all’iniziativa privata, una liberalizzazione che non contempli l’eclissarsi dell’imprenditore stato non è che un bluff. E fa male alla concorrenza.

Un mercato aperto è spesso rappresentato come un piano di gioco, in cui tutti i giocatori sono allo stesso livello: liberi di entrarvi, competere, avere successo o fallire. Ciò è perfettamente inconciliabile con il permanere di un soggetto, nelle cui casse confluiscano pubblici denari, a cui non è permesso di fallire. Un soggetto il cui proprietario decide le regole del gioco.

Il caso di Poste Italiane – ancora oggi posseduta al 65% dal Tesoro e per il rimanente 35% dalla Cassa Depositi e Prestiti – ci offre una serie pressoché infinita di distorsioni dovute ad un palese conflitto d’interessi: dalla ricezione minimale delle direttive comunitarie che ci hanno imposto l’apertura del mercato alla passiva accettazione della stima di Poste Italiane dell’onere del servizio universale, con la fissazione della riserva legale al livello più alto permesso da Bruxelles; dall’esenzione dell’incumbent dal pagamento dell’IVA, che grava invece sui suoi concorrenti, alla penalizzante, e vorticosamente mutevole, regolamentazione della posta ibrida; dall’abolizione della posta ordinaria (!) per mascherare un aumento delle tariffe postali, al recente bando per l’assegnazione di servizi che distrugge ogni residuo di concorrenza in questo piano di gioco sempre più irto per gli attori diversi da quello pubblico.

Non deve sorprenderci quindi il fatto che, secondo il nostro Indice, il settore postale sia quello meno liberalizzato in Italia: non ci sorprenderemmo di certo del risultato di Milan-Inter se ad arbitrare la partita ci fosse Berlusconi o Moratti.

Privatizzazioni senza liberalizzazioni: il caso Telecom Italia

Una delle malattie del discorso pubblico in questo paese è il frequente utilizzo improprio del linguaggio: le categorie di privatizzazione e liberalizzazione non sfuggono a tale regolarità, e vengono assai spesso - in modo più o meno consapevole - confuse e sovrapposte.

Un esempio assai utile ad indagare la distinzione è quello di Telecom Italia. Appare infatti evidente che il decennio trascorso dalla privatizzazione non abbia condotto ai risultati auspicati in termini di concorrenzialità e di beneficio per i consumatori. Ma quali considerazioni è lecito trarre da ciò? Si tratta forse di una conferma della bontà dei monopoli pubblici?

Tutt'altro. Siamo, piuttosto, di fronte all'evidenza che limitarsi a trasferire in mani private (e per solito amiche) i privilegi del pubblico non può certo considerarsi un avanzamento del mercato. La privatizzazione che non sia accompagnata da una genuina liberalizzazione è destinata a rimanere uno specchietto per le allodole; quando non diventi, invece, un boomerang - rinforzando la vulgata della necessità dell'interventismo.

Perché le privatizzazioni abbiano successo, viceversa, non è possibile prescindere dalla creazione di un ambiente istituzionale favorevole alla libertà d'impresa e dall'abbattimento delle barriere legali che ne ostacolino l'esplicazione: il che è chiaramente possibile, come testimonia il caso British Telecom, ma ancora di là da venire in Italia, come apparirà chiaro a chi sfoglierà il nostro Indice delle Liberalizzazioni.

giovedì 5 luglio 2007

Liberalizzazioni: a metà del guado

L'Indice delle liberalizzazioni realizzato dall'IBL dipinge - utilizzando anche una metodologia di carattere quantitativo - un Paese a metà del guado: che non assomiglia più all'Italia integralmente statizzata nei servizi pubblici e in larga parte della vita economica di tre decenni fa, ma che è ancora ben lontana dall'aver sposato una prospettiva integralmente liberale.
Ma siamo a metà del guado anche in un altro, e più importante, senso.
Il consenso crescente sull'esigenza di liberalizzare l'economia italiana (un consenso autentico, diffuso nelle varie categorie, ormai ben percepito anche da ampi settori del mondo politico) continua ad essere viziato dall'idea che liberalizzare sia importante ma soprattutto per "favorire i consumatori".
L'azione dell'Antitrust ma, più in generale, lo stesso senso comune interpretato dai media vedono insomma nelle liberalizzazioni uno strumento che aiuta David contro Golia, e che quindi può anche imporre l'abolizione dei costi di ricarica delle schede telefoniche o impedire contratti di esclusiva tra imprese assicurative e agenti. Si tratta di liberalizzazioni? Per nulla: ma di azioni demagogiche (e sbagliate) che vengono presentate come legittime perché toglierebbero ai forti per dare ai deboli.
Per certi aspetti, in questa rappresentazione delle liberalizzazioni (ben presente anche nei decreti Bersani) è come se le vecchie logiche del conflitto di classe tra operai e imprenditori fossero oggi riscritte lungo l'opposizione tra consumatori e produttori.
Ovviamente si tratta di un'impostazione inaccettabile, e non solo perché il diritto non può mai sposare un gruppo contro un altro, né è moralmente difendibile una visione della società che si basi su una contrapposizione preconcetta tra quanti producono e quanti consumano.
Sarebbe invece importante che si affermasse la convinzione che tutti noi siamo, al tempo stesso, produttori e consumatori, e che un ambiente giuridico più aperto e liberale ci favorisce in entrambe le nostre attività.
Ancor più importante, però, è che si imponga l'idea che liberalizzare è necessario per restituire piena libertà d'azione a chi vuole intraprendere. Dobbiamo tutti iniziare valorizzare l'imprenditore che è in noi, fino ad oggi soffocato dalle burocrazie pubbliche e dalle bardature corporative.
Se va difesa (certamente!) la libertà del consumatore che vuole spedire lettere o acquistare elettricità rivolgendosi a un piccolo produttore privato italiano oppure a una grossa multinazionale inglese (e non già dovendo dipendere dal solito inefficiente monopolista di Stato), ancor più urgente è che si comprenda l'urgenza morale di riforme che ridiano autonomia a quanti vogliono darsi da fare per "servire il popolo".
Non è uno slogan maoista: è la natura del mercato. Che è liberalizzato o non è.

lunedì 2 luglio 2007

Un blog per parlare di liberalizzazioni

In un Paese come l'Italia, in cui la parola "mercato" continua a suscitare paura, le "liberalizzazioni" sono paradossalmente popolari. Questo vecchio sondaggio di "Repubblica" racconta di un tasso di approvazione per le iniziative del ministro Bersani superiore al 60%. Anche Lorenzo Miozzi del Movimento consumatori, in questa dichiarazione, ricorda giustamente come i maghi dei sondaggi siano generalmente d'accordo, sul fatto che le liberalizzazioni abbiano prodotto consenso per l'esecutivo. Eppure, aggiunge Miozzi, le stesse "lenzuolate" non sono uscite indenni dal passaggio parlamentare.
Noi dell'Istituto Bruno Leoni siamo considerati degli "estremisti" del libero mercato. Noi preferiamo pensare di essere persone coerenti. E proprio per questo siamo convinti che, per liberalizzare davvero, sia importante fare chiarezza sul significato di questo verbo. Che cosa sono le "liberalizzazioni"? Tutti i provvedimenti del governo sono incasellabili sotto questa etichetta? Quanto è libero il mercato, in Italia, in diversi settori? Che cosa resta da fare?
Ne parleremo in questo blog, ne parliamo quotidianamente sul nostro sito e coi nostri interventi sulla stampa. Ma riteniamo importante soprattutto produrre analisi sempre meglio fondate, per dare un ancoraggio più saldo alla discussione. Per questo, abbiamo realizzato la prima valutazione del grado di liberalizzazione dell'economia italiana, che presenteremo a Milano il prossimo 12 luglio. E' il nostro "Indice delle liberalizzazioni", cugino primo dell'Index of Economic Freedom. Se ce lo consentiranno le nostre forze (per darci una mano, clicca qui) sarà un appuntamento annuale.
Stay tuned.