L'ampliamento dei circuiti distributivi nella vendita dei farmaci da automedicazione è certamente la liberalizzazione che ha avuto maggior successo, fra quelle promosse dal governo Prodi. Secondo un'indagine realizzata dal Censis per conto dell'Anifa, il 92% degli italiani è contento della possibilità di poter acquistare i medicinali da banco al di fuori delle farmacie.
Si può dire, allora, che il ministro Bersani è riuscito a creare consenso, attorno ad una riforma che veniva pretestuosamente presentata, da principio, come un semplice "aiutino" alle cooperative amiche, a spese dei farmacisti,elettori di centro-destra.
Quella di Bersani non è stata una liberalizzazione "totale": non si può comprare l'aspirina in autogrill, o da un distributore automatico in un centro sportivo. Il suo provvedimento, però, ha messo le premesse per un graduale allargamento dei cerchi della distribuzione, garantendo la professionalità e la sicurezza che gli italiani cercano (anche alla Coop, c'è il "corner" del farmacista) e nel contempo aprendo opportunità per i farmacisti non titolari di farmacia. Cioè persone che vantano il medesimo titolo di studio, le stesse qualifiche professionali, ma hanno la sfortuna di non aver né "ereditato" né "sposato" una delle farmacie italiane - che sono stringentemente regolate, anche nel numero.
La liberalizzazione potrebbe ora continuare su uno di questi due tracciati. Da una parte, una radicale revisione della "pianta organica", aprendo il mercato a nuovi esercizi. E' improbabile, e forse non sarebbe nemmeno giusto: ci vorrebbe un processo di apertura del mercato graduale, che non produca uno shock a danno esclusivo dei farmacisti "infeudati". Vantano sì dei privilegi, ma le regole del gioco erano quelle, quando hanno cominciato a giocare.
Dall'altra, si possono portare "fuori dalle farmacie" altri prodotti, oltre ai medicinali di automedicazione, esattamente come i farmacisti hanno - giustamente - portato "in farmacia" prodotti nuovi e non strettamente attinenti al loro business. I primi candidati sono i farmaci di fascia C, quelli non rimborsati dal servizio sanitario nazionale, anche se su ricetta.
Liberalizzandone la vendita, si consentirebbero risparmi sulla quota di prezzo incassata dal distributore ultimo, a vantaggio dei consumatori che li pagano di tasca propria. La sicurezza verrebbe sempre garantita dal farmacista laureato (ma non proprietario) presente nell'esercizio di vicinato. Le farmacie propriamente dette resterebbero limitate nel numero, ma questa limitazione guadagnerebbe in legittimità, perché esse effettivamente diventerebbero (come il ministro Turco le ha più volte definite) un "presidio"dell'SSN.
A presentare una proposta in tal senso è stato il deputato radicale Sergio D'Elia. Il 10 luglio a Roma ci sarà una manifestazione di sostegno a D'Elia ed al suo emendamento. Qui potete firmare una interessante, e giusta, petizione.
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sabato 7 luglio 2007
giovedì 5 luglio 2007
Liberalizzazioni: a metà del guado
L'Indice delle liberalizzazioni realizzato dall'IBL dipinge - utilizzando anche una metodologia di carattere quantitativo - un Paese a metà del guado: che non assomiglia più all'Italia integralmente statizzata nei servizi pubblici e in larga parte della vita economica di tre decenni fa, ma che è ancora ben lontana dall'aver sposato una prospettiva integralmente liberale.
Ma siamo a metà del guado anche in un altro, e più importante, senso.
Il consenso crescente sull'esigenza di liberalizzare l'economia italiana (un consenso autentico, diffuso nelle varie categorie, ormai ben percepito anche da ampi settori del mondo politico) continua ad essere viziato dall'idea che liberalizzare sia importante ma soprattutto per "favorire i consumatori".
L'azione dell'Antitrust ma, più in generale, lo stesso senso comune interpretato dai media vedono insomma nelle liberalizzazioni uno strumento che aiuta David contro Golia, e che quindi può anche imporre l'abolizione dei costi di ricarica delle schede telefoniche o impedire contratti di esclusiva tra imprese assicurative e agenti. Si tratta di liberalizzazioni? Per nulla: ma di azioni demagogiche (e sbagliate) che vengono presentate come legittime perché toglierebbero ai forti per dare ai deboli.
Per certi aspetti, in questa rappresentazione delle liberalizzazioni (ben presente anche nei decreti Bersani) è come se le vecchie logiche del conflitto di classe tra operai e imprenditori fossero oggi riscritte lungo l'opposizione tra consumatori e produttori.
Ovviamente si tratta di un'impostazione inaccettabile, e non solo perché il diritto non può mai sposare un gruppo contro un altro, né è moralmente difendibile una visione della società che si basi su una contrapposizione preconcetta tra quanti producono e quanti consumano.
Sarebbe invece importante che si affermasse la convinzione che tutti noi siamo, al tempo stesso, produttori e consumatori, e che un ambiente giuridico più aperto e liberale ci favorisce in entrambe le nostre attività.
Ancor più importante, però, è che si imponga l'idea che liberalizzare è necessario per restituire piena libertà d'azione a chi vuole intraprendere. Dobbiamo tutti iniziare valorizzare l'imprenditore che è in noi, fino ad oggi soffocato dalle burocrazie pubbliche e dalle bardature corporative.
Se va difesa (certamente!) la libertà del consumatore che vuole spedire lettere o acquistare elettricità rivolgendosi a un piccolo produttore privato italiano oppure a una grossa multinazionale inglese (e non già dovendo dipendere dal solito inefficiente monopolista di Stato), ancor più urgente è che si comprenda l'urgenza morale di riforme che ridiano autonomia a quanti vogliono darsi da fare per "servire il popolo".
Non è uno slogan maoista: è la natura del mercato. Che è liberalizzato o non è.
Ma siamo a metà del guado anche in un altro, e più importante, senso.
Il consenso crescente sull'esigenza di liberalizzare l'economia italiana (un consenso autentico, diffuso nelle varie categorie, ormai ben percepito anche da ampi settori del mondo politico) continua ad essere viziato dall'idea che liberalizzare sia importante ma soprattutto per "favorire i consumatori".
L'azione dell'Antitrust ma, più in generale, lo stesso senso comune interpretato dai media vedono insomma nelle liberalizzazioni uno strumento che aiuta David contro Golia, e che quindi può anche imporre l'abolizione dei costi di ricarica delle schede telefoniche o impedire contratti di esclusiva tra imprese assicurative e agenti. Si tratta di liberalizzazioni? Per nulla: ma di azioni demagogiche (e sbagliate) che vengono presentate come legittime perché toglierebbero ai forti per dare ai deboli.
Per certi aspetti, in questa rappresentazione delle liberalizzazioni (ben presente anche nei decreti Bersani) è come se le vecchie logiche del conflitto di classe tra operai e imprenditori fossero oggi riscritte lungo l'opposizione tra consumatori e produttori.
Ovviamente si tratta di un'impostazione inaccettabile, e non solo perché il diritto non può mai sposare un gruppo contro un altro, né è moralmente difendibile una visione della società che si basi su una contrapposizione preconcetta tra quanti producono e quanti consumano.
Sarebbe invece importante che si affermasse la convinzione che tutti noi siamo, al tempo stesso, produttori e consumatori, e che un ambiente giuridico più aperto e liberale ci favorisce in entrambe le nostre attività.
Ancor più importante, però, è che si imponga l'idea che liberalizzare è necessario per restituire piena libertà d'azione a chi vuole intraprendere. Dobbiamo tutti iniziare valorizzare l'imprenditore che è in noi, fino ad oggi soffocato dalle burocrazie pubbliche e dalle bardature corporative.
Se va difesa (certamente!) la libertà del consumatore che vuole spedire lettere o acquistare elettricità rivolgendosi a un piccolo produttore privato italiano oppure a una grossa multinazionale inglese (e non già dovendo dipendere dal solito inefficiente monopolista di Stato), ancor più urgente è che si comprenda l'urgenza morale di riforme che ridiano autonomia a quanti vogliono darsi da fare per "servire il popolo".
Non è uno slogan maoista: è la natura del mercato. Che è liberalizzato o non è.
lunedì 2 luglio 2007
Un blog per parlare di liberalizzazioni
In un Paese come l'Italia, in cui la parola "mercato" continua a suscitare paura, le "liberalizzazioni" sono paradossalmente popolari. Questo vecchio sondaggio di "Repubblica" racconta di un tasso di approvazione per le iniziative del ministro Bersani superiore al 60%. Anche Lorenzo Miozzi del Movimento consumatori, in questa dichiarazione, ricorda giustamente come i maghi dei sondaggi siano generalmente d'accordo, sul fatto che le liberalizzazioni abbiano prodotto consenso per l'esecutivo. Eppure, aggiunge Miozzi, le stesse "lenzuolate" non sono uscite indenni dal passaggio parlamentare.
Noi dell'Istituto Bruno Leoni siamo considerati degli "estremisti" del libero mercato. Noi preferiamo pensare di essere persone coerenti. E proprio per questo siamo convinti che, per liberalizzare davvero, sia importante fare chiarezza sul significato di questo verbo. Che cosa sono le "liberalizzazioni"? Tutti i provvedimenti del governo sono incasellabili sotto questa etichetta? Quanto è libero il mercato, in Italia, in diversi settori? Che cosa resta da fare?
Ne parleremo in questo blog, ne parliamo quotidianamente sul nostro sito e coi nostri interventi sulla stampa. Ma riteniamo importante soprattutto produrre analisi sempre meglio fondate, per dare un ancoraggio più saldo alla discussione. Per questo, abbiamo realizzato la prima valutazione del grado di liberalizzazione dell'economia italiana, che presenteremo a Milano il prossimo 12 luglio. E' il nostro "Indice delle liberalizzazioni", cugino primo dell'Index of Economic Freedom. Se ce lo consentiranno le nostre forze (per darci una mano, clicca qui) sarà un appuntamento annuale.
Stay tuned.
Noi dell'Istituto Bruno Leoni siamo considerati degli "estremisti" del libero mercato. Noi preferiamo pensare di essere persone coerenti. E proprio per questo siamo convinti che, per liberalizzare davvero, sia importante fare chiarezza sul significato di questo verbo. Che cosa sono le "liberalizzazioni"? Tutti i provvedimenti del governo sono incasellabili sotto questa etichetta? Quanto è libero il mercato, in Italia, in diversi settori? Che cosa resta da fare?
Ne parleremo in questo blog, ne parliamo quotidianamente sul nostro sito e coi nostri interventi sulla stampa. Ma riteniamo importante soprattutto produrre analisi sempre meglio fondate, per dare un ancoraggio più saldo alla discussione. Per questo, abbiamo realizzato la prima valutazione del grado di liberalizzazione dell'economia italiana, che presenteremo a Milano il prossimo 12 luglio. E' il nostro "Indice delle liberalizzazioni", cugino primo dell'Index of Economic Freedom. Se ce lo consentiranno le nostre forze (per darci una mano, clicca qui) sarà un appuntamento annuale.
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