venerdì 9 novembre 2007

Privatizziamo la Rai (e Biagi non sarà vissuto invano)

Criticare i defunti non è certo elegante, men che meno quando si tratti di mostri sacri. Se a ciò aggiungiamo che viviamo nel paese del buonismo, è evidente come non si potrebbe sostenere, ad esempio, che gli articoli di Enzo Biagi fossero irrimediabilmente sciatti senza essere tacciati di blasfemia.

Sarebbe però forse il caso di trarre qualche insegnamento dalla vicenda dell'allontanamento dalla Rai dell'illustre pianacciano, vicenda che suscita tuttora veementi passioni - come testimonia il fatto che un uomo posato come Ersilio Tonini, certo toccato dalla perdita dell'amico Biagi, si sia prestato ad arringare il pubblico di Santoro come un Travaglio qualsiasi.

In primo luogo, è il caso Biagi un caso di censura? Non si direbbe. Biagi è stato legittimamente sostituito dal suo editore, ed ha continuato a dispensare la sua saggezza dalle pagine del primo quotidiano nazionale. Certo, si dà il caso che l'editore della Rai sia il Parlamento: ma così è sempre stato, e di ciò Biagi non si è dispiaciuto quando ha messo piede a Viale Mazzini nel 1961, né per tutto il tempo in cui ci è rimasto, e men che meno quando quello stesso editore gli ha assegnato la conduzione de "Il fatto".

Il problema, insomma, sta a monte: nelle relazioni pericolose tra politica ed informazione che la natura pubblica della Rai perpetua, e nell'illusione che il controllo dei partiti sia garanzia di pluralismo e, dunque, di obiettività. Se l'imparzialità sia di questo mondo, non ci è dato sapere, ma che essa equivalga alla giustapposizione di diverse faziosità appare altamente improbabile.

Se mai fossero esistite giustificazioni d'ordine tecnico per l'esistenza di una televisione pubblica, esse sono state senz'altro rimosse dall'innovazione di questi decenni. L'unica soluzione credibile a tale stallo è dunque la pronta privatizzazione della TV di stato, per risolvere questa paradigmatica tragedy of the commons con la sostituzione della concorrenza dei punti vista ad un (mica tanto) asettico pensiero unico.

Cosicché ciascuno si possa scegliere (e pagare) i propri Biagi, e l'acrimonioso dibattito possa essere cancellato con un colpo di telecomando.

4 commenti:

davide ha detto...

se non ricordo male nel 1961 da direttore del tg1 prendeva qualcosa come 5 milioni di lire...
Vabbè, che è morto, poveraccio ma non è che abbia mai scritto o fatto nulla di che...

Anonimo ha detto...

Io invece trovavo le puntate del suo 'Fatto' intelligenti e illuminanti - ben diverso dai quello con sui e' stato sostituto doppo il famoso "editto". Tra l'altro se andiamo a vedere gli ascolti in termini di fatturato la rimozione di Biagi puo' e' stato un enorme autogol dalla parte della Rai (come quelle di Santoro e Luttazzi), cosa assai improbabile in un assetto televisivo liberalizzato.

Anonimo ha detto...

Io invece trovavo le puntate del suo 'Fatto' intelligenti e illuminanti - ben diverso da quello con cui e' stato sostituto doppo il famoso "editto". Tra l'altro se andiamo a vedere gli ascolti, in termini di fatturato la rimozione di Biagi sembrera' un enorme autogol della Rai (come quelle di Santoro e Luttazzi), cosa assai improbabile in un assetto televisivo liberalizzato.

Anonimo ha detto...

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