venerdì 6 giugno 2008

Compleanno in famiglia

Oggi compie ottantuno anni un maestro, Sergio Ricossa. Auguri!
Da un vecchio file, questo "Guadagni o perdi, così è il capitalismo. Col comunismo si può solo perdere", che sembra scritto oggi ed invece è uscito sul Giornale nel 1997.

Ho voglia di dire che, in un certo senso, trovo noiosa la crisi economica e politica della Russia. So che rischio di non essere capito da coloro che invece la trovano drammatica. Tento lo stesso dispiegarmi. Essa non fa altro che confermare annose sensazioni, che la storia rinfocola regolarmente. La prima di queste è che il popolo russo, il quale non ha nelle ossa la cultura liberale dell’Occidente, stenta a trovare un ordine che non sia tirannico. Dategli la libertà, anche in piccola dose, e ne emerge il caos. In effetti, il buon uso della libertà è difficile pure in Occidente, nell’Occidente anglosassone, che è il depositario della tradizione liberale classica. Pure qui è raro che una economia di mercato funzioni bene. E’ raro perché occorrono innumerevoli condizioni favorevoli. L’osservazione non è di Bertinotti, è di Adam Smith, vecchia di oltre due secoli.

Nella migliore delle ipotesi, un mercato è una zona ad ingresso libero, dove gli imprenditori, che suppongono di saper proporre ai consumatori consumi migliori, tentano la sorte. Ma senza imprenditori degni del nome, il mercato vacilla. E dell’ingresso libero possono profittare prepotenti, truffatori, ladri, mafiosi, corrotti e corruttori, amici del potere politico; quel potere politico, che dovrebbe vigilare sulla lealtà della concorrenza fra le imprese, e che al contrario troppe volte trucca il gioco. L’ingresso pare libero, ma non lo è più per tutti. In Russia non esistevano imprenditori degni del nome, il comunismo ne aveva fatto il genocidio. Perché stupirsi, allora, di una crisi economica di tipo capitalistico, che giunge dopo una serie di ben più gravi crisi economiche provocate dal comunismo ?

Più sorprendente, in apparenza, è che il comunismo, dopo essersi dimostrato un sanguinario disastro storico, non sia morto e sepolto in Russia. La sorpresa, credo, non ha ragione d’essere. Il comunismo russo non è che una variante del dispotismo asiatico le cui ondate giungono da sempre in quella parte orientale d’Europa. L’abitudine a un ordine schiavistico fa sì che per molti il disordine nella libertà diventi presto insopportabile e porti a invocare il ritorno di una ferrea disciplina poliziesca e militare; se occorre, il ritorno del boia. E poi, perché stupirci della vitalità del comunismo russo, falso defunto, se perfino in Italia c’è chi continua a sventolare le bandiere rosse, talvolta senza nemmeno il pudore di cambiarne i simboli ? L’Italia ha pur essa le sue dosi di disordine, di malgoverno, di cattiva imprenditoria. Ha una tradizione liberale fragile. Ha uno stampo cattolico meno illiberale dello stampo ortodosso in Russia, e tuttavia disposto a tollerare quel mostro che è il cattocomunismo.

Nulla di inatteso, dunque, se non si è anime candide. Le cronache del nostro tempo ripetono l’ovvio, il banale: molto rumore per nulla di nuovo. Molto rumore per i crolli in Borsa, come se non si sapesse che la Borsa è un sismografo, che registra tutti i terremoti, compresi quelli il cui epicentro è lontano (ammesso che vi sia ancora qualcosa di lontano sul piante Terra). I giornalisti, se l’indice di Borsa scende, scrivono di miliardi di ricchezza bruciata; ma se l’indice di Borsa sale, non scrivono di miliardi di ricchezza creata. Le cattive notizie fanno premio sulle buone. In realtà, la ricchezza in Occidente, cioè le fabbriche, le macchine, le materie prime e i prodotti, le conoscenze tecniche, le case e gli arredi, cambia da un giorno all’altro in modo impercettibile. La Borsa non misura tali cambiamenti reali: misura, amplificandoli, speranze e timori, cambiamenti immaginari.

Ciò premesso, chi "gioca in Borsa" deve saper che affronta un rischio e che la sorte può essergli, almeno temporaneamente, avversa, soprattutto quando gli è stata a lungo favorevole. Non se la prendano con il capitalismo. La Borsa esiste solo nel capitalismo, ma il capitalismo non obbliga a usarla per "giocare". Si consoli, il piccolo risparmiatore: nemmeno i "guru" della finanza mondiale l’azzeccano sempre. Legga gli ultimi libri di Soros, pubblicati recentemente del Ponte alle Grazie, e vi troverà ammissioni di questo genere: "Devo riconoscere di aver ottenuto un certo successo. Quando durerà è un’altra questione… Correre dei rischi è una cosa dolorosa". Aggiungo una postilla: i finanzieri furbi rischiano i soldi degli altri.

La postilla mi permette di concludere che nel libero mercato niente ci obbliga a dare ad altri i nostri soldi. Nel socialismo statalista, il fisco ci obbliga a dare ai politici e ai loro amici metà dei nostri guadagni. Nel comunismo, i politici e i loro amici stabiliscono a piacer loro la totalità dei nostri guadagni.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Auguri!!!

LF
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rr.taccuino ha detto...

Auguri a Sergio Ricossa, maestro inascoltato. Grazie per aver messo a disposizione un altro godibile pezzo dei suoi. Purtroppo il libero mercato, il "capitalismo" si trova solo nei suoi scritti. O quasi.

libertyfighter ha detto...

Auguri. E chapeau per l'articolo!
La tristezza è che sia ancora attuale...