"Altro che agenda Giavazzi". "Servono nuove politiche pubbliche". "Difendere il modello sociale europeo". "Rimettere al giusto posto il parossismo finanziario". "Quanta stupida ironia per l'Iri dei panettoni abbiamo avuto negli anni Novanta" (sottinteso: che lo Stato faccia il pasticcere è cosa buona e giusta).
Mi sono 'sintonizzato' su nessuno.tv per ascoltare il convegno di quella che mi sembrava essere la Fondazione dei più avvertiti ed adulti fra i componenti il Partito democratico, e ho sentito queste cose.
Sintetizzo uno dei discorsi più "economici": la politica degli ultimi anni è stata viziata da un bipolarismo "cattivo" e "personalistico", frutto (ovviamente) della presenza di Berlusconi ma anche (e soprattutto) dalla smania di voler trasformare l'Italia seguendo un modello "anglosassone". Ciò era dovuto ad una lettura "ideologica e distorta" della caduta del muro di Berlino. Di lì sarebbe venuto un "consenso" drogato, orientato alla "finanziarizzazione estrema", che sta a monte della crisi attuale, alle "illusioni dell'economia della conoscenza", della "economia del tempo libero", dimenticandosi quanto erano belle le fabbriche e la classe operaia. Tale "consenso" segnerebbe il provincialismo di una cultura politica italiana "provinciale perché subalterna al pensiero dei neo-conservatori". L'intervento si è concluso con un elogio del proporzionale (e della prima repubblica), contro le tentazioni "della democrazia che decide".
Così Roberto Gualtieri, uno dei "saggi" del Pd, che ha parlato subito primo di Massimo D'Alema (e, fra parentesi, ha anche rintracciato nella politica monetaria della Bce un bastione del "modello sociale europeo": interessante incrociare questo commento, con le facce di chi chiede a gran voce un abbassamento dei tassi).
Che dire? Leggendo i giornali, guardando la televisione, sentendo la radio, non mi pare vi sia questo "pensiero unico". Se c'è, non è certo un pensiero unico liberista. E' poi difficile confondere una "lettura ideologica" del crollo del muro con l'unica possibile, che pure agli eredi del pci evidentemente non fa comodo: cioè il crollo di un modello politico basato sulla pianificazione, che mostra le sue crepe pure laddove è applicata in ambiti più circostanziati ma con risultati parimenti fallimentari.
Massimo D'Alema, nel suo intervento conclusivo, parlava di cortocircuito delle classi dirigenti ed incapacità di interpretare i grandi fenomeni. Evidentemente sono realtà che riscontra pure nelle proprie vicinanze.
ps: non che D'Alema sia stato tanto meglio. Mondo "indifeso verso le crisi finanziarie" e "tramonto dell'acritica accettazione del modello neo-liberista". Ancora, come fa a tramontare qualcosa che non è mai sorto? (si riscatta, va detto, quando almeno ammette che "la globalizzazione non è un gioco a somma zero")
UPDATE: qui il discorso di Gualtieri.
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sabato 26 gennaio 2008
domenica 22 luglio 2007
Letta, il Pd e le liberalizzazioni / 2
UPDATE Walter Veltroni annuncia le 10 riforme per cambiare l'Italia. Tutte cose interessanti. Però non c'è nulla che abbia a che fare con la politica economica, se si esclude il frusto e poco credibile (viene dal sindaco di Roma) richiamo al federalismo fiscale.
Alberto Mingardi è scettico sulla candidatura di Enrico Letta alla leadership del Partito Democratico. Nella sostanza, la posizione di Alberto è: Letta predica bene ma non razzola. Di fronte a quella che, per lui, è la "comprovata indifferenza lettiana", insinua (ma veltronianamente non dice) che forse sarebbe meglio "l'anguillesca ambiguità veltroniana".
La penso esattamente all'opposto. Il Pd può essere e in parte è già stato, per il sistema politico italiano nel suo complesso e per il centrosinistra in particolare, un fenomeno positivo, che induce semplicità e chiarezza. Perché ciò accada, serve però che il profilo del Pd sia apertamente riformista, che vuol dire: riformista in politica economica. Tutto il resto è dettaglio. Ora, Alberto concede che Letta predica bene (Veltroni non predica, Rosy Bindi predica male, Furio Colombo berlusconeggia). E questo è già un punto a suo favore. Intendiamoci: Letta è cresciuto nell'Arel di Beniamino Andreatta. La sua idea del mercato non coincide con la nostra. La sua visione è, per così dire, monopoliofobica (nel senso dei presunti monopoli privati) e il progetto di riordino delle authority ne è una dimostrazione. Tuttavia, in un paese dove i monopoli sono monopoli pubblici, all'atto pratico la distanza rispetto a chi, come noi, ritiene che liberalizzare significhi sostanzialmente rimuovere le barriere legali, regolatorie, fiscali e parafiscali all'ingresso non è abissale. Letta ha anche posizioni ragionevoli su un tema come quello delle pensioni, che esprime abbastanza chiaramente nell'introduzione al bel libro di Marianna Madia (nella quale pure non compare una sola volta la parola "scalone"). E in generale Letta è sensibile ai problemi delle imprese e, in un governo diverso da questo, ha fatto (e molto) per liberalizzare.
Alberto ribadisce che, nell'intervista ad Aldo Cazzullo e nella sua azione di governo (questo), Letta è stato defilato. Per lui è una critica, per me un punto di merito. Come poteva, uno con le sue convinzioni e nella sua posizione, fare altrimenti? Uscire allo scoperto avrebbe voluto dire venir meno alle responsabilità di cui è investito. Suppongo che, dentro di sé, Letta abbia del primo anno di governo Prodi un'opinione non molto diversa da quello della maggior parte degli italiani, compresi molti che l'avevano appoggiato. D'altronde, gettare la spugna significherebbe lasciare l'esecutivo ostaggio della sinistra sinistra ancor più di quanto non sia, e sarebbe dunque una grave dimostrazione di immaturità. Detto altrimenti: senza quel poco o tanto che Letta ha fatto, il bilancio del governo sarebbe ancora più in rosso.
Sono quindi convinto che, per quanto improbabile, un'affermazione di Enrico Letta farebbe bene al Pd, al governo e al paese. Il vero rischio è che l'anguillesca ambiguità veltroniana affoghi nel nulla un progetto, come quello del Pd, che ha potenzialmente una importante carica innovativa. Nonostante tutto, meglio il silenzioso (forse anche impercettibile, dal punto di vista degli effetti, ma certo non dannoso) lavorio lettiano.
Alberto Mingardi è scettico sulla candidatura di Enrico Letta alla leadership del Partito Democratico. Nella sostanza, la posizione di Alberto è: Letta predica bene ma non razzola. Di fronte a quella che, per lui, è la "comprovata indifferenza lettiana", insinua (ma veltronianamente non dice) che forse sarebbe meglio "l'anguillesca ambiguità veltroniana".
La penso esattamente all'opposto. Il Pd può essere e in parte è già stato, per il sistema politico italiano nel suo complesso e per il centrosinistra in particolare, un fenomeno positivo, che induce semplicità e chiarezza. Perché ciò accada, serve però che il profilo del Pd sia apertamente riformista, che vuol dire: riformista in politica economica. Tutto il resto è dettaglio. Ora, Alberto concede che Letta predica bene (Veltroni non predica, Rosy Bindi predica male, Furio Colombo berlusconeggia). E questo è già un punto a suo favore. Intendiamoci: Letta è cresciuto nell'Arel di Beniamino Andreatta. La sua idea del mercato non coincide con la nostra. La sua visione è, per così dire, monopoliofobica (nel senso dei presunti monopoli privati) e il progetto di riordino delle authority ne è una dimostrazione. Tuttavia, in un paese dove i monopoli sono monopoli pubblici, all'atto pratico la distanza rispetto a chi, come noi, ritiene che liberalizzare significhi sostanzialmente rimuovere le barriere legali, regolatorie, fiscali e parafiscali all'ingresso non è abissale. Letta ha anche posizioni ragionevoli su un tema come quello delle pensioni, che esprime abbastanza chiaramente nell'introduzione al bel libro di Marianna Madia (nella quale pure non compare una sola volta la parola "scalone"). E in generale Letta è sensibile ai problemi delle imprese e, in un governo diverso da questo, ha fatto (e molto) per liberalizzare.
Alberto ribadisce che, nell'intervista ad Aldo Cazzullo e nella sua azione di governo (questo), Letta è stato defilato. Per lui è una critica, per me un punto di merito. Come poteva, uno con le sue convinzioni e nella sua posizione, fare altrimenti? Uscire allo scoperto avrebbe voluto dire venir meno alle responsabilità di cui è investito. Suppongo che, dentro di sé, Letta abbia del primo anno di governo Prodi un'opinione non molto diversa da quello della maggior parte degli italiani, compresi molti che l'avevano appoggiato. D'altronde, gettare la spugna significherebbe lasciare l'esecutivo ostaggio della sinistra sinistra ancor più di quanto non sia, e sarebbe dunque una grave dimostrazione di immaturità. Detto altrimenti: senza quel poco o tanto che Letta ha fatto, il bilancio del governo sarebbe ancora più in rosso.
Sono quindi convinto che, per quanto improbabile, un'affermazione di Enrico Letta farebbe bene al Pd, al governo e al paese. Il vero rischio è che l'anguillesca ambiguità veltroniana affoghi nel nulla un progetto, come quello del Pd, che ha potenzialmente una importante carica innovativa. Nonostante tutto, meglio il silenzioso (forse anche impercettibile, dal punto di vista degli effetti, ma certo non dannoso) lavorio lettiano.
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Letta, il Pd e le le liberalizzazioni
Il Corriere della sera, con un lungo articolo di Aldo Cazzullo, annuncia oggi la discesa in campo di Enrico Letta, per le primarie del Pd.
Che c'entra con le liberalizzazioni, di cui si parla su questo sito?
Le questioni di quadro politico sono ovviamente fondamentali, anche per le singole policies che in quel quadro vanno poi a situarsi. E Letta, poi, è l'alter ego di Pierluigi Bersani, insieme hanno fatto un "Viaggio nell'economia italiana", Letta fa parte di quel non ristretto gruppo di "forever young" che in un'Italia gerontocratica pretendono che il solo fatto di non avere i capelli grigi valga loro come patente di outsider, Letta parla al Nord (di recente ha fatto tappa in Veneto, anche a Verona per la prima del "Nabucco", riverito eppure distante dai caporioni leghisti che presidiavano il palco d'onore), è uomo vicino al mondo dell'impresa, insomma dovrebbe incarnare il volto riformista e moderno della sinistra e del Pd.
Del resto, su tutte le grandi questioni economiche la risposta di Walter Veltroni, per ora, è il non dire. Il suo discorso di Torino è stato ecumenico e liscio, per piacere a tutti bisogna dosare le pause.
Letta intervistato da Cazzullo, al contrario, posizioni ne prende. Una impolitica ma simbolicamente fortissima: la rivalutazione degli anni Ottanta, "anni straordinari", "la formazione di chi era ragazzo allora è stata forse più equilibrata di quella della generazione precedenti". Giusto. Solo che di lì a poche righe, Letta parla di un avvicinamento alla politica "dopo la crisi delle ideologie", fingendo che gli anni Ottanta non siano stati sì quelli del tracollo di un'ideologia, ma anche quelli dell'evidente vittoria storica del modello capitalista, che ebbe la ventura di trovare, finalmente, due facce politiche adeguate a rappresentarlo: Thatcher e Reagan.
Ancora, Letta gioca di sponda col partito "dei giovani", parla di innalzamento dell'età pensionabile, poi però plaude all'accordo spuntato da Prodi coi sindacati.
Soprattutto, però, non nell'articolo ma nelle cose non si può ignorare un dato di sostanza: il Letta che ora si presenta come uomo degli imprenditori (indicati come "caldeggiatori" della sua candidatura), è lo stesso che in un anno e rotti di governo non ha mai fiatato quando l'impresa e la concorrenza venivano cannoneggiati.
Il suo nome è legato solo ad un provvedimento, che dal punto di vista del mercato ha luci ed ombre: il progetto di riordino delle authorities. Il suo gemello emiliano Bersani vanta un operato discutibile, ma qualcosa di tangibilmente coerente con il suo profilo elettoral-intellettuale almeno l'ha fatto.
Il giovane Letta è al fianco di Prodi come un centurione, come lo zio era stato con Silvio Berlusconi. La sua candidatura ha oggettivamente il merito di spezzare l'ipocrisia del ticket Veltroni-Franceschini (ma ci aveva già pensato la Bindi). Ma, nel merito delle cose, vale la pena chiedersi se è davvero peggio - per quanti coltivano la speranza di un Pd non chiuso ai valori del mercati - l'anguillesca ambiguità veltroniana, della comprovata indifferenza lettiana.
P.S.: L'autore di questo post non ha la benché minima intenzione di votare alle primarie del partito democratico.
Che c'entra con le liberalizzazioni, di cui si parla su questo sito?
Le questioni di quadro politico sono ovviamente fondamentali, anche per le singole policies che in quel quadro vanno poi a situarsi. E Letta, poi, è l'alter ego di Pierluigi Bersani, insieme hanno fatto un "Viaggio nell'economia italiana", Letta fa parte di quel non ristretto gruppo di "forever young" che in un'Italia gerontocratica pretendono che il solo fatto di non avere i capelli grigi valga loro come patente di outsider, Letta parla al Nord (di recente ha fatto tappa in Veneto, anche a Verona per la prima del "Nabucco", riverito eppure distante dai caporioni leghisti che presidiavano il palco d'onore), è uomo vicino al mondo dell'impresa, insomma dovrebbe incarnare il volto riformista e moderno della sinistra e del Pd.
Del resto, su tutte le grandi questioni economiche la risposta di Walter Veltroni, per ora, è il non dire. Il suo discorso di Torino è stato ecumenico e liscio, per piacere a tutti bisogna dosare le pause.
Letta intervistato da Cazzullo, al contrario, posizioni ne prende. Una impolitica ma simbolicamente fortissima: la rivalutazione degli anni Ottanta, "anni straordinari", "la formazione di chi era ragazzo allora è stata forse più equilibrata di quella della generazione precedenti". Giusto. Solo che di lì a poche righe, Letta parla di un avvicinamento alla politica "dopo la crisi delle ideologie", fingendo che gli anni Ottanta non siano stati sì quelli del tracollo di un'ideologia, ma anche quelli dell'evidente vittoria storica del modello capitalista, che ebbe la ventura di trovare, finalmente, due facce politiche adeguate a rappresentarlo: Thatcher e Reagan.
Ancora, Letta gioca di sponda col partito "dei giovani", parla di innalzamento dell'età pensionabile, poi però plaude all'accordo spuntato da Prodi coi sindacati.
Soprattutto, però, non nell'articolo ma nelle cose non si può ignorare un dato di sostanza: il Letta che ora si presenta come uomo degli imprenditori (indicati come "caldeggiatori" della sua candidatura), è lo stesso che in un anno e rotti di governo non ha mai fiatato quando l'impresa e la concorrenza venivano cannoneggiati.
Il suo nome è legato solo ad un provvedimento, che dal punto di vista del mercato ha luci ed ombre: il progetto di riordino delle authorities. Il suo gemello emiliano Bersani vanta un operato discutibile, ma qualcosa di tangibilmente coerente con il suo profilo elettoral-intellettuale almeno l'ha fatto.
Il giovane Letta è al fianco di Prodi come un centurione, come lo zio era stato con Silvio Berlusconi. La sua candidatura ha oggettivamente il merito di spezzare l'ipocrisia del ticket Veltroni-Franceschini (ma ci aveva già pensato la Bindi). Ma, nel merito delle cose, vale la pena chiedersi se è davvero peggio - per quanti coltivano la speranza di un Pd non chiuso ai valori del mercati - l'anguillesca ambiguità veltroniana, della comprovata indifferenza lettiana.
P.S.: L'autore di questo post non ha la benché minima intenzione di votare alle primarie del partito democratico.
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