La societa' elettrica francese Schneider ieri ha vinto un'importante battaglia legale con la commissione Ue, visto che la Corte di prima istanza del Lussemburgo ha ordinato alle autorita' Antitrust europee di rimborsare in parte il gruppo per aver bloccato, sei anni fa, la sua fusione con Lagardere. Si riaprono così le polemiche sulle decisioni, in tema di fusioni, prese dal Professor Mario Monti quando era Commissario europeo. Il suo fantasma, fra un fondo sul Corriere e l'altro, continua ad aggirarsi per l'Europa.
Oggi il Wall Street Journal Europe, in un editoriale, arriva addirittura ad ipotizzare che dopo la vittoria di Schneider - che segue il precedente rovesciamento della sentenza da parte della Corte, e che consolida un trend, del quale con Paolo Zanetto abbiamo parlato in più di una occasione (vedi qui e soprattutto "Colpirne uno per educarne cento") - anche Microsoft possa ottenere soddisfazione.
In realtà, il WSJ fa bene a puntare il dito su una questione di fondo, e di grande importanza: ovvero la forma dell'Antitrust europeo, che è giudice dei suoi stessi teoremi. Una sorta di inquisizione spagnola, in cui l'unico vero giudice terzo si incontra in una fase successiva di giudizio: in appello, appunto.
Ciò rappresenta costi notevoli per le imprese, non solo perché crea un clima per nulla collaborativo rispetto alle istituzioni europee (anzi, si vive in una sorta di paura permanente del regolatore), ma anche perché allunga notevolmente costi e tempi legali.
Il fatto che la Corte abbia inchiodato Bruxelles alle sue responsabilità, costringendoli ad un risarcimento per le opportunità imprenditoriali fatte perdere e i costi legali sostenuti, è una buona notizia. C'è un giudice a Lussemburgo. Ma, in una visione non conflittuale ed adulta del mercato, le opportunità che le imprese riescono a cogliere si trasformano in benefici per il consumatore. Ecco, di queste opportunità sprecate, i consumatori, chi li risarcirà?
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giovedì 12 luglio 2007
lunedì 9 luglio 2007
Sospendere Doha (per salvarlo)
In un editoriale sul Wall Street Journal di oggi, Jagdish Bhagwati e Arvind Panagariya attaccano il comportamento americano (ed europeo) durante le negoziazioni multilaterali sul commercio. E' vero che il crollo di Potsdam è stato causato da un irrigidimento di India e Brasile, ma il punto è che il primo passo dovrebbero essere Usa e Ue a farlo. Perché sono più ricchi, perché - teoricamente - dispongono di una maggiore comprensione delle dinamiche economiche, perché è assolutamente velleitario pensare che siano i paesi in via di sviluppo a farlo. "Il problema - scrivono - è che oggi non c'è alcun sostegno politico da nessuno dei partiti, negli Usa, per la riduzione dei sussidi agricoli. I Democratici si stanno leccando i baffi nell'attesa di conquistare la Casa Bianca; i Republicani sono terrorizzati dal perderla. Nessuno rischierà di perdere i voti della farm belt".
Si tratta dell'ennesima dimostrazione che le riforme si fanno subito, o non si fanno. Appena eletto, George W. Bush avrebbe potuto premere l'acceleratore. L'autorizzazione a negoziare a nome degli Stati Uniti senza dover sottoporre ogni piccolo passo all'approvazione del Congresso - che aveva consegnato alla Casa Bianca il potere di predisporre un pacchetto "prendere o lasciare" - avrebbe potuto condurre a risultati rivoluzionari, specie quando (nel 2005, a Hong Kong) la controparte europea era rappresentata da Tony Blair, presidente di turno dell'Unione nonché leader del G8, e Peter Mandelson, commissario europeo al commercio. Quella potenzialità si è ormai dissolta.
Con realismo, Bhagwati e Panagariya riconoscono che né il carisma del presidente, né il miraggio di un accesso ai mercati non agricoli (Nama) saranno interpretati dalla potente lobby agricola come un prezzo ragionevole per cedere su sussidi e tariffe. I due economisti, quindi, prendono la via del pragmatismo e suggeriscono una riforma dei sussidi: "prendete i circa 20 miliardi di dollari di questi sussidi alla produzione e trasformatene, per esempio, due terzi in sussidi non distorcenti - sganciati dai livelli di produzione e dati invece, per dire, agli agricoltori per scopi ambientali, la questione oggi più popolare". Non sono sicuro che questa sia la soluzione. Cambierebbe la natura dei sussidi, e forse nel breve termine le cose andrebbero meglio, ma alla lunga - come ci insegna l'esperienza europea - anche l'ambiente e la sicurezza sono ottimi pretesti per frenare le merci straniere. Non credo vi siano soluzioni di breve termine. Perso un treno - quello di Bush - bisogna aspettarne un altro. Come sempre, per i grandi cambiamenti ci vogliono leadership e visione, che oggi all'America (e all'Europa) mancano.
A livello internazionale, forse sarebbe opportuno sospendere Doha, cercando di portare a casa almeno significativi accordi bilaterali. Senza la determinazione europea o americana ad andare avanti, Doha è tafazzismo multilaterale.
Si tratta dell'ennesima dimostrazione che le riforme si fanno subito, o non si fanno. Appena eletto, George W. Bush avrebbe potuto premere l'acceleratore. L'autorizzazione a negoziare a nome degli Stati Uniti senza dover sottoporre ogni piccolo passo all'approvazione del Congresso - che aveva consegnato alla Casa Bianca il potere di predisporre un pacchetto "prendere o lasciare" - avrebbe potuto condurre a risultati rivoluzionari, specie quando (nel 2005, a Hong Kong) la controparte europea era rappresentata da Tony Blair, presidente di turno dell'Unione nonché leader del G8, e Peter Mandelson, commissario europeo al commercio. Quella potenzialità si è ormai dissolta.
Con realismo, Bhagwati e Panagariya riconoscono che né il carisma del presidente, né il miraggio di un accesso ai mercati non agricoli (Nama) saranno interpretati dalla potente lobby agricola come un prezzo ragionevole per cedere su sussidi e tariffe. I due economisti, quindi, prendono la via del pragmatismo e suggeriscono una riforma dei sussidi: "prendete i circa 20 miliardi di dollari di questi sussidi alla produzione e trasformatene, per esempio, due terzi in sussidi non distorcenti - sganciati dai livelli di produzione e dati invece, per dire, agli agricoltori per scopi ambientali, la questione oggi più popolare". Non sono sicuro che questa sia la soluzione. Cambierebbe la natura dei sussidi, e forse nel breve termine le cose andrebbero meglio, ma alla lunga - come ci insegna l'esperienza europea - anche l'ambiente e la sicurezza sono ottimi pretesti per frenare le merci straniere. Non credo vi siano soluzioni di breve termine. Perso un treno - quello di Bush - bisogna aspettarne un altro. Come sempre, per i grandi cambiamenti ci vogliono leadership e visione, che oggi all'America (e all'Europa) mancano.
A livello internazionale, forse sarebbe opportuno sospendere Doha, cercando di portare a casa almeno significativi accordi bilaterali. Senza la determinazione europea o americana ad andare avanti, Doha è tafazzismo multilaterale.
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