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venerdì 26 settembre 2008
A Gattusolandia...
...non sanno come spendere i soldi.[HT: The Sports Economist]
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domenica 7 settembre 2008
L'Europa, la Russia e l'antitrust
Sul Financial Times, Anders Aslund affronta il tema dei rapporti tra l'Europa e la Russia con una serie di argomenti che trovo molto criticabili - oltre che velleitari. La sua proposta è, nella pratica, quella di una "guerra freschina" giocata tutta su una interpretazione piuttosto azzardata delle norme antitrust, e una certa sopravvalutazione della forza (e dell'utilità) dell'Europa. In verità, Aslund parte da una constatazione di grande buon senso: le sanzioni economiche non sono la via giusta, sia per la loro dubbia efficacia, sia perché rischiano di rafforzare le oligarchie russe al potere. Lo studioso suggerisce quindi una strategia più articolata, il cui perno è però l'utilizzo della competition policy contro Gazprom. Non è una richiesta del tutto originale: negli Stati Uniti, la House ha approvato una proposta democratica del tutto simile in chiave anti-Opec, e anche il nostro ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha invocato gli articoli 81-82 del Trattato Ue, ora contro l'Opec, ora contro gli speculatori (qualunque cosa intenda). Rispetto a queste proposte, che sono davvero naif e populiste, quella di Aslund è più elaborata; ma ugualmente poco convincente. Il quadro generale è quello descritto da Massimo Nicolazzi, che ho commentato nel mio post di ieri; mi limiterò, quindi, alle tesi di Aslund. Ne considererò solo due, in quanto le altre tre esulano dalle questioni di politica energetica in senso stretto.
In primis, egli chiede che l'Unione europea sviluppi una politica energetica comune, e che imponga le regole della Carta dell'energia - in particolare su trasparenza, protezione degli investimenti e non discriminazione nell'accesso ai gasdotti - alla Russia. Ci sono molte ragioni per cui l'Europa avrebbe bisogno di una politica energetica comune - la prima che mi viene in mente è che gli investimenti energetici, in un mercato integrato o in via di integrazione, hanno dimensione transazionale; la seconda, più opportunistica, è che almeno Bruxelles la smetterebbe di fare politica energetica per via ambientale o antitrust. E ci sono una marea di buoni argomenti a favore della Carta dell'energia (di cui si è ampiamente occupato Silvio Boccalatte nel nostro libro Sicurezza energetica). Ma un trattato internazionale, normalmente, non lo si può imporre - non se non si è prima vinta una guerra. Occorre creare le condizioni perché la sua ratifica divenga conveniente da entrambe le parti: oggi, semplicemente, quelle condizioni non ci sono, e parte della spiegazione è che le stesse regole della Carta non sono pienamente applicate neppure in alcuni paesi chiave dell'Ue (ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti è puramente casuale). Sul filo del paradosso si gioca, invece, la successiva affermazione di Aslund: "un'Europa unita ha un potere contrattuale poiché tutte le pipeline al di fuori dell'ex Unione sovietica si dirigono verso l'Europa". Vero. Se non fosse che (a) nel breve termine l'Europa non può rinunciare a comprare gas dalla Russia, così come la Russia non può rinunciare a vendere gas all'Europa e (b) il gas che transita per le pipeline non viene contrattato o acquistato dall'Ue o dagli Stati membri, ma dalle compagnie operanti sul mercato europeo (molte delle quali controllate dai rispettivi governi, ok, ma comunque partecipate dai privati e attive sui listini europei). Non si può avocare all'Unione il potere di fare contratti, svuotando di uno degli elementi essenziali il mercato europeo.
La seconda proposta di Aslund è altrettanto incredibile: "la Commissione europea dovrebbe costringere Gazprom a separare produzione e trasporto e rompere il suo monopolio. Perché la Commissione persegue casi antitrust contro Microsoft ma non contro Gazprom?". La risposta più semplice è: (a) perché è politicamente molto più pagante flettere i muscoli contro un'impresa americana (cioè contro gli Usa, simbolicamente) che contro una russa e (b) perché, date le condizioni dei rispettivi mercati, è probabile che Microsoft (o chi per lei) obbedisca all'Ue, mentre è improbabile che lo faccia Gazprom. Supponiamo, comunque, che il Commissario europeo alla Competizione, Neelie Kroes, apra un procedimento contro Gazprom, lo segua, e condanni il gruppo russo. Che succede, se il monopolista poi non obbedisce? La risposta, la lascio ad Aslund e a chi la pensa come lui, perché tutte le risposte che vengono in mente a me mi fanno ridere. Come ridere mi fa la seguente affermazione di Aslund: Gazprom "dovrebbe riorientare la sua rete di gasdotti al di fuori dei confini russi, abbandonare le discriminazioni di prezzo e terminare la costruzione dei gasdotti North Stream e South Stream". Ma siamo matti? Ok, per la Russia sarebbe un bel guaio, ma nessuno si chiede cosa vorrebbe dire per l'Europa? E, a prescindere da questo, Aslund sembra trascurare che i due nuovi gasdotti vedono la partecipazione attiva di imprese occidentali (tra cui Eni ed E.On) che hanno firmato contratti, investito montagne di denaro, eccetera. Anche io, se potessi scegliere, direi che Nabucco è meglio di South Stream: ma alla fine ciò che conta sono le dure ed eque leggi dell'economia, e sarebbe meglio ascoltare quelle piuttosto che distillare voci dall'aria.
Crossposted @ RealismoEnergetico.org.
In primis, egli chiede che l'Unione europea sviluppi una politica energetica comune, e che imponga le regole della Carta dell'energia - in particolare su trasparenza, protezione degli investimenti e non discriminazione nell'accesso ai gasdotti - alla Russia. Ci sono molte ragioni per cui l'Europa avrebbe bisogno di una politica energetica comune - la prima che mi viene in mente è che gli investimenti energetici, in un mercato integrato o in via di integrazione, hanno dimensione transazionale; la seconda, più opportunistica, è che almeno Bruxelles la smetterebbe di fare politica energetica per via ambientale o antitrust. E ci sono una marea di buoni argomenti a favore della Carta dell'energia (di cui si è ampiamente occupato Silvio Boccalatte nel nostro libro Sicurezza energetica). Ma un trattato internazionale, normalmente, non lo si può imporre - non se non si è prima vinta una guerra. Occorre creare le condizioni perché la sua ratifica divenga conveniente da entrambe le parti: oggi, semplicemente, quelle condizioni non ci sono, e parte della spiegazione è che le stesse regole della Carta non sono pienamente applicate neppure in alcuni paesi chiave dell'Ue (ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti è puramente casuale). Sul filo del paradosso si gioca, invece, la successiva affermazione di Aslund: "un'Europa unita ha un potere contrattuale poiché tutte le pipeline al di fuori dell'ex Unione sovietica si dirigono verso l'Europa". Vero. Se non fosse che (a) nel breve termine l'Europa non può rinunciare a comprare gas dalla Russia, così come la Russia non può rinunciare a vendere gas all'Europa e (b) il gas che transita per le pipeline non viene contrattato o acquistato dall'Ue o dagli Stati membri, ma dalle compagnie operanti sul mercato europeo (molte delle quali controllate dai rispettivi governi, ok, ma comunque partecipate dai privati e attive sui listini europei). Non si può avocare all'Unione il potere di fare contratti, svuotando di uno degli elementi essenziali il mercato europeo.
La seconda proposta di Aslund è altrettanto incredibile: "la Commissione europea dovrebbe costringere Gazprom a separare produzione e trasporto e rompere il suo monopolio. Perché la Commissione persegue casi antitrust contro Microsoft ma non contro Gazprom?". La risposta più semplice è: (a) perché è politicamente molto più pagante flettere i muscoli contro un'impresa americana (cioè contro gli Usa, simbolicamente) che contro una russa e (b) perché, date le condizioni dei rispettivi mercati, è probabile che Microsoft (o chi per lei) obbedisca all'Ue, mentre è improbabile che lo faccia Gazprom. Supponiamo, comunque, che il Commissario europeo alla Competizione, Neelie Kroes, apra un procedimento contro Gazprom, lo segua, e condanni il gruppo russo. Che succede, se il monopolista poi non obbedisce? La risposta, la lascio ad Aslund e a chi la pensa come lui, perché tutte le risposte che vengono in mente a me mi fanno ridere. Come ridere mi fa la seguente affermazione di Aslund: Gazprom "dovrebbe riorientare la sua rete di gasdotti al di fuori dei confini russi, abbandonare le discriminazioni di prezzo e terminare la costruzione dei gasdotti North Stream e South Stream". Ma siamo matti? Ok, per la Russia sarebbe un bel guaio, ma nessuno si chiede cosa vorrebbe dire per l'Europa? E, a prescindere da questo, Aslund sembra trascurare che i due nuovi gasdotti vedono la partecipazione attiva di imprese occidentali (tra cui Eni ed E.On) che hanno firmato contratti, investito montagne di denaro, eccetera. Anche io, se potessi scegliere, direi che Nabucco è meglio di South Stream: ma alla fine ciò che conta sono le dure ed eque leggi dell'economia, e sarebbe meglio ascoltare quelle piuttosto che distillare voci dall'aria.
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venerdì 1 febbraio 2008
They make us go postal
Il Parlamento Europeo ha stabilito la scadenza per la liberalizzazione dei servizi postali. Per la terza volta. Dite che due rinvii saranno abbastanza?
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giovedì 24 gennaio 2008
20-20-20: Il numero fatale delle liberalizzazioni
Ieri la Commissione Europea ha ufficialmente lanciato la strategia con cui dà seguito al triplice obiettivo fissato dal Consiglio di primavera, cioè il mitico 20-20-20: 20 per cento meno consumi, 20 per cento meno emissioni, 20 per cento rinnovabili. Quello che pochi hanno rilevato è come questi obiettivi siano incompatibili con un sistema di liberalizzazioni. Con atto politico e vincolante, infatti, Bruxelles fissa la quantità di energia prodotta (20 per cento meno del tendenziale al 2020, cioè all'incirca il consumo attuale): questo si chiama pianificazione della domanda. Analogamente, dice che il 20 per cento del consumo primario (cioè il 40-50 per cento dell'elettrico) dovrà essere generato da fonti rinnovabili: e siamo al command & control. Naturalmente, fonti rinnovabili voglion dire sussidi, preferibilmente nella forma di obbligo di ritiro e tariffe incentivate: e siamo alla fissazione dei prezzi.
A questo punto, è normale chiedersi che senso abbia continuare a spaccarsi la testa con la separazione delle reti, l'apertura del mercato vincolato e quant'altro. I compagni commissari hanno indicato la strada che il popolo lavoratore seguirà per vivere in un mondo migliore, senza inquinamento capitalistico. Dasvidania a tutti.
A questo punto, è normale chiedersi che senso abbia continuare a spaccarsi la testa con la separazione delle reti, l'apertura del mercato vincolato e quant'altro. I compagni commissari hanno indicato la strada che il popolo lavoratore seguirà per vivere in un mondo migliore, senza inquinamento capitalistico. Dasvidania a tutti.
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domenica 30 dicembre 2007
Europa 2008: l'energia tra scelte incerte e sbagliate
Il 2007 dell’energia sarà probabilmente ricordato come l’anno in cui il petrolio lambì quota 100 dollari – un traguardo mai raggiunto (sebbene, in termini reali, resti al di sotto del picco dei primi anni ’80). Servirà a poco ricordare che il principale driver del caro-greggio è del tutto esogeno, ed è la debolezza del dollaro, che secondo alcuni spiega almeno 20-25 dollari del prezzo del barile. In ogni caso, questo scenario trascina verso l’alto il valore di tutte le materie prime energetiche e, di conseguenza, di prodotti quali i carburanti, il gas e l’elettricità. Ciononostante, il mondo pare reggere piuttosto bene la “crisi” e quindi, a ben vedere, non è su di essa che dovrebbe concentrarsi l’attenzione di chi voglia trarre un primo bilancio.
Neppure dal punto di vista delle negoziazioni ambientali si sono osservati mutamenti imprevisti. Bali, che per gli entusiasti avrebbe dovuto partorire la cornice per il post-Kyoto (ormai nessuno lo chiama più Kyoto 2, come andava di moda dire fino all’anno scorso), non ha prodotto nulla se non le consuete divisioni. E la causa prima del fallimento annunciato è la testardaggine europea nel proporre una strategia – quella degli obiettivi vincolanti di breve termine – che nessuno condivide.
Questo conduce a quella che è la vera notizia energetica del 2007, almeno per chi sia condannato a subirne gli effetti, ossia la determinazione del Consiglio europeo di primavera a fissare i cosiddetti obiettivi del 20-20-20 (20 per cento meno emissioni rispetto al 1990, 20 per cento meno consumi rispetto al tendenziale, 20 per cento rinnovabili sul consumo totale, tutto entro il 2020). Gli obiettivi sono stati adottati, per quel che è dato conoscere, senza alcuno studio preliminare sulla fattibilità o sui costi. Si tratta di uno slogan, ma uno slogan vincolante è uno slogan pericoloso. A destare preoccupazioni non sono solo la portata del cambiamento in un lasso di tempo così breve (12 anni), o l’entità della bolletta che i consumatori europei saranno chiamati a pagare. Più ancora di tutto ciò, due fattori sono pericolosi. Il primo riguarda gli incentivi che la Commissione – da cui ci si attende una direttiva per fine gennaio – manderà agli attori economici. Un approfondito studio di Alberto Clò e Stefano Verde, pubblicato sull’ultimo numero della rivista Energia, spiega che il combinato disposto degli obiettivi previsti nella Nuova Politica Energetica (Nep) “comporta nel 2020 un minor fabbisogno delle altre fonti tradizionali per 430 milioni di Tep (-25,6 per cento)”. In particolare, “il gas metano, che in base alle previsioni tendenziali avrebbe dovuto conoscere la maggior crescita assoluta passando dai 445 milioni di Tep del 2005 a 556 milioni di Tep (+25 per cento), nel caso programmato dovrebbe invece ridursi dell’11 per cento” (questi valori sono calcolati sulla base di un obiettivo di riduzione del 20 per cento dei consumi primari, mentre sembra che la Commissione imporrà il target rispetto al consumo finale, ma l’ordine di grandezza non è destinato a cambiare). Quindi,
(Da RealismoEnergetico)
Neppure dal punto di vista delle negoziazioni ambientali si sono osservati mutamenti imprevisti. Bali, che per gli entusiasti avrebbe dovuto partorire la cornice per il post-Kyoto (ormai nessuno lo chiama più Kyoto 2, come andava di moda dire fino all’anno scorso), non ha prodotto nulla se non le consuete divisioni. E la causa prima del fallimento annunciato è la testardaggine europea nel proporre una strategia – quella degli obiettivi vincolanti di breve termine – che nessuno condivide.
Questo conduce a quella che è la vera notizia energetica del 2007, almeno per chi sia condannato a subirne gli effetti, ossia la determinazione del Consiglio europeo di primavera a fissare i cosiddetti obiettivi del 20-20-20 (20 per cento meno emissioni rispetto al 1990, 20 per cento meno consumi rispetto al tendenziale, 20 per cento rinnovabili sul consumo totale, tutto entro il 2020). Gli obiettivi sono stati adottati, per quel che è dato conoscere, senza alcuno studio preliminare sulla fattibilità o sui costi. Si tratta di uno slogan, ma uno slogan vincolante è uno slogan pericoloso. A destare preoccupazioni non sono solo la portata del cambiamento in un lasso di tempo così breve (12 anni), o l’entità della bolletta che i consumatori europei saranno chiamati a pagare. Più ancora di tutto ciò, due fattori sono pericolosi. Il primo riguarda gli incentivi che la Commissione – da cui ci si attende una direttiva per fine gennaio – manderà agli attori economici. Un approfondito studio di Alberto Clò e Stefano Verde, pubblicato sull’ultimo numero della rivista Energia, spiega che il combinato disposto degli obiettivi previsti nella Nuova Politica Energetica (Nep) “comporta nel 2020 un minor fabbisogno delle altre fonti tradizionali per 430 milioni di Tep (-25,6 per cento)”. In particolare, “il gas metano, che in base alle previsioni tendenziali avrebbe dovuto conoscere la maggior crescita assoluta passando dai 445 milioni di Tep del 2005 a 556 milioni di Tep (+25 per cento), nel caso programmato dovrebbe invece ridursi dell’11 per cento” (questi valori sono calcolati sulla base di un obiettivo di riduzione del 20 per cento dei consumi primari, mentre sembra che la Commissione imporrà il target rispetto al consumo finale, ma l’ordine di grandezza non è destinato a cambiare). Quindi,
l’aspetto centrale e più critico è se e in che misura debbano rivedersi verso ilDetto in termini più triviali: servono ancora i rigassificatori? Un’ulteriore questione riguarda la cornice istituzionale che dovrà sorreggere un simile mutamento strutturale del settore energetico in Europa. Fino a che punto una politica europea instabile, imprevedibile, e che demanda al pubblico scelte di indirizzo fondamentali (che vanno dal controllo della domanda alla pianificazione dell’offerta) è compatibile con le liberalizzazioni? Non solo tale domanda è finora restata senza risposta da parte delle autorità europee, ma neppure la Commissione pare essersi posta il problema. E questo, più ancora del merito delle decisioni, ci fa temere che il sentiero europeo condurrà dove tipicamente vanno le strade lastricate di buone intenzioni.
basso i fabbisogni che fino al 7 marzo 2007 erano ritenuti indispensabili e
imprescindibili nello sviluppo delle infrastrutture e delle forniture per
assicurare piena copertura della domanda in condizioni di competitività e
sicurezza. Nell’ipotesi di un pieno raggiungimento degli obiettivi di Berlino,
l’attuale dotazione di infrastrutture e di forniture di metano risulterebbe,
infatti, assolutamente idonea a fronteggiare il livello dei futuri consumi,
mentre il mancato raggiungimento degli obiettivi richiederebbe sin d’ora, come
d’altra parte sta avvenendo, l’accelerazione degli investimenti.
(Da RealismoEnergetico)
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mercoledì 26 settembre 2007
Concorrenza nei cieli e su rotaia
L’articolo di Franco Debenedetti su Vanity Fair e quello di Andrea Boitani e Marco Ponti sul Sole 24 Ore di ieri, illustrano benissimo la situazione odierna del trasporto aereo e di quello ferroviario in Italia.
I due settori hanno il grave difetto dell’interesse politico in aziende operanti su di un mercato: Alitalia e Trenitalia non sono due esempi di gestione aziendale di successo.
Il trasporto ferroviario non conosce una vera concorrenza, nonostante la liberalizzazione del trasporto merci imposta dall’Unione Europea. In Italia la liberalizzazione tarda a mostrare i suoi benefici effetti, in quanto l’operatore dominante, come mostra bene oggi Bruno Dardani su Libero Mercato, ha una posizione alquanto strana. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha aperto un’istruttoria che potrebbe cominciare a dare il primo debole segnale di concorrenza alle aziende che operano nel settore.
Un’altra notizia importante per il settore è l’approvazione del terzo pacchetto ferroviario da parte del Parlamento Europeo che dovrebbe aprire alla concorrenza dal 1° Gennaio 2010 il mercato del trasporto passeggeri.
Il settore del trasporto aereo, ha conosciuto una buona liberalizzazione (Vd. IBL - Indice delle Liberalizzazioni 2007) grazie alle direttive comunitarie ad inizio anni ’90. La crescita del trasporto aereo è stato un successo dovuto all’apertura dei mercati europei. Sono potute svilupparsi nuove compagnie con un business completamente diverso dai vettori tradizionali: le low cost. Queste non solo hanno dato impulso a molte compagnie tradizionali ad incrementare l’efficienza, ma hanno saputo raggiungere una parte di domanda di trasporto aereo prima non soddisfatta a causa dei prezzi eccessivi.
La riforma del trasporto aereo dello scorso Dicembre 2006 mette a rischio il successo della liberalizzazione ed in pratica limiterebbe la concorrenza dei vettori low cost in Italia (Vd. IBL - Briefing Paper N°43).
I due settori sono in condizioni concorrenziali completamente diverse, ma hanno anche dei punti in comune.
Il trasporto aereo conosce una concorrenza molto elevata, mentre il trasporto ferroviario ha la posizione dominante di Trenitalia.
Alitalia e Trenitalia sono sostanzialmente controllate direttamente dal governo in quanto azionista tramite i Ministeri, ed entrambe hanno evidenziato bilanci con delle perdite elevatissime nel 2006 e negli anni precedenti.
Alitalia perde quote di mercato, mentre Trenitalia ha una quota di mercato stabile, ma il trasporto aereo cresce grazie alle low cost e agli altri vettori tradizionali, il trasporto ferroviario passeggeri e merci è stagnante da molti anni.
La liberalizzazione del settore ferroviario creerà un nuovo caso Alitalia nel settore ferroviario?
Bisogna agire per tempo, 3 anni non sono pochi, ma non sono nemmeno molti…
Un breve focus che approfondirà meglio le problematiche dei due settori sarà pubblicato nei prossimi giorni sul sito dell’Istituto Bruno Leoni. http://www.brunoleoni.it/.
I due settori hanno il grave difetto dell’interesse politico in aziende operanti su di un mercato: Alitalia e Trenitalia non sono due esempi di gestione aziendale di successo.
Il trasporto ferroviario non conosce una vera concorrenza, nonostante la liberalizzazione del trasporto merci imposta dall’Unione Europea. In Italia la liberalizzazione tarda a mostrare i suoi benefici effetti, in quanto l’operatore dominante, come mostra bene oggi Bruno Dardani su Libero Mercato, ha una posizione alquanto strana. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha aperto un’istruttoria che potrebbe cominciare a dare il primo debole segnale di concorrenza alle aziende che operano nel settore.
Un’altra notizia importante per il settore è l’approvazione del terzo pacchetto ferroviario da parte del Parlamento Europeo che dovrebbe aprire alla concorrenza dal 1° Gennaio 2010 il mercato del trasporto passeggeri.
Il settore del trasporto aereo, ha conosciuto una buona liberalizzazione (Vd. IBL - Indice delle Liberalizzazioni 2007) grazie alle direttive comunitarie ad inizio anni ’90. La crescita del trasporto aereo è stato un successo dovuto all’apertura dei mercati europei. Sono potute svilupparsi nuove compagnie con un business completamente diverso dai vettori tradizionali: le low cost. Queste non solo hanno dato impulso a molte compagnie tradizionali ad incrementare l’efficienza, ma hanno saputo raggiungere una parte di domanda di trasporto aereo prima non soddisfatta a causa dei prezzi eccessivi.
La riforma del trasporto aereo dello scorso Dicembre 2006 mette a rischio il successo della liberalizzazione ed in pratica limiterebbe la concorrenza dei vettori low cost in Italia (Vd. IBL - Briefing Paper N°43).
I due settori sono in condizioni concorrenziali completamente diverse, ma hanno anche dei punti in comune.
Il trasporto aereo conosce una concorrenza molto elevata, mentre il trasporto ferroviario ha la posizione dominante di Trenitalia.
Alitalia e Trenitalia sono sostanzialmente controllate direttamente dal governo in quanto azionista tramite i Ministeri, ed entrambe hanno evidenziato bilanci con delle perdite elevatissime nel 2006 e negli anni precedenti.
Alitalia perde quote di mercato, mentre Trenitalia ha una quota di mercato stabile, ma il trasporto aereo cresce grazie alle low cost e agli altri vettori tradizionali, il trasporto ferroviario passeggeri e merci è stagnante da molti anni.
La liberalizzazione del settore ferroviario creerà un nuovo caso Alitalia nel settore ferroviario?
Bisogna agire per tempo, 3 anni non sono pochi, ma non sono nemmeno molti…
Un breve focus che approfondirà meglio le problematiche dei due settori sarà pubblicato nei prossimi giorni sul sito dell’Istituto Bruno Leoni. http://www.brunoleoni.it/.
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martedì 18 settembre 2007
Caso Microsoft: concorrenza o potere
La bocciatura del ricorso di Microsoft al Tribunale di prima istanza significa molte cose. Per gli azionisti di Microsoft, significa dover drenare risorse dagli investimenti, per collocarle sotto la voce "guai con la giustizia". Per le imprese innovative ed i consumatori, significa quello che ha ricordato Massimiliano Trovato. Per i competitori che non riescono a vincere sul mercato, vuol dire - come ha ben spiegato sul Wall Street Journal Ronald Cass - avere ormai la certezza che per battere i più bravi, in Europa, è meglio spendere in avvocati che in ricerca e sviluppo. Per i lettori italiani, vuol dire prepararsi a leggere una valanga di interviste a Mario Monti - uomo non privo di un certo talento per l'autocelebrazione.
Il primo ad intervistarlo è il Corriere della sera, direi giustamente, visto che il quotidiano di Via Solferino ha fatto in questi anni su Monti un investimento importante: sia come commentatore che come riserva della Repubblica, visto che credo lo abbiano candidato a tutto, eccezion fatta (forse) per la presidenza dell'associazione Marinai d'Italia di Sesto San Giovanni.
Interrogato da Dario Di Vico, Monti ritorna su cose che ha già detto in passato e chiarisce i termini della questione. Il primo punto, fondamentale, è quello riassunto dal titolo ("L'Europa è un potere forte"). Dice Monti:
Ricapitolando: l'Europa è un potere forte, ma sfortunatamente privo di cannoni. La tutela della concorrenza può fare le veci della politica estera - basta colpire opportunamente aziende che battono bandiera nemica.
Il resto dell'intervista è propaganda nemmeno troppo argomentata. Solo un'ultima considerazione. Sul bundling, Monti dice che è "vero che quando si acquista un auto si trovano già dentro radio e accendino ma non c'è nessun costruttore di auto che abbia il 96% del mercato", e giustifica la sanzione del bundling in nome del disincentivo ad entrare in un mercato che la sola esistenza di posizioni dominanti produrrebbe. Nel sottotitolo dell'intervista, si legge che "la regolazione dei mercati serve a dare lo scettro ai consumatori".
Ecco, il fatto che un ex Commissario europeo non sappia o non si sia reso conto che quella situazione dominante, quel 96%, è precisamente il risultato non dell'arbitrio dei regolatori ma delle libere scelte quotidiane dei consumatori, mi sembra grave.
Il primo ad intervistarlo è il Corriere della sera, direi giustamente, visto che il quotidiano di Via Solferino ha fatto in questi anni su Monti un investimento importante: sia come commentatore che come riserva della Repubblica, visto che credo lo abbiano candidato a tutto, eccezion fatta (forse) per la presidenza dell'associazione Marinai d'Italia di Sesto San Giovanni.
Interrogato da Dario Di Vico, Monti ritorna su cose che ha già detto in passato e chiarisce i termini della questione. Il primo punto, fondamentale, è quello riassunto dal titolo ("L'Europa è un potere forte"). Dice Monti:
Dimostrando di saper agire anche nei confronti delle grandi aziende del Paese più potente si dimostra che la politica della concorrenza non è un'ideologia che punta a sacrificare i bastioni dell'impresa europea, ma tutela i consumatori europei a 360 gradi. L'Europa è un grande mercato del quale nessun colosso al mondo può fare a meno. La Ge o la Microsoft sono costrette a fare i conti con la Commissione perché non possono permettersi di non essere presenti sul mercato europeo. E ciò dimostra che anche questa è la vera forza dell'Europa unita e non solo il valore delle sue imprese produttive.In un'intervista in cui l'ex Commissario avrebbe dovuto spiegare come l'Antitrust Ue "non punisce le aziende" ma "restituisce lo scettro ai consumatori", è un'ammissione paradossale. Ma che risplende in tutta la sua chiarezza nello scambio successivo, con Di Vico.
E Nicolas Sarkozy che l'ha voluta nella suo board di consulenti cosa penserà di questa sentenza?Riepiloghiamo il senso delle due risposte estrapolate dall'intervista: (1) la "forza dell'Europa" più che nell'insieme "delle sue imprese produttive" sta nel lobbismo regolatorio della Commissione (grandi multinazionali Usa "sono costrette a fare i conti con la Commissione perché non possono permettersi di non essere presenti sul mercato europeo"). Il che, fra parentesi, ci spiace per il Professor Monti, ma equivale ad ammettere che la Commissione interpreta l'antitrust come un surrogato della politica industriale (cosa che Monti stesso, poche righe prima, si affaticava a smentire, salvo smentirsi elegantemente da solo); (2) un Commissario che sa "farsi rispettare Oltreatlantico", in un continente caratterizzato da protezionismo ed antiamericanismo, sta accumulando capitale politico. Mal che vada, l'età della pensione è allietata dalle allegre sessioni della Commissione Attali.
Se fossi un francese sarei orgoglioso di un'Europa che sa farsi rispettare Oltreatlantico.
Ricapitolando: l'Europa è un potere forte, ma sfortunatamente privo di cannoni. La tutela della concorrenza può fare le veci della politica estera - basta colpire opportunamente aziende che battono bandiera nemica.
Il resto dell'intervista è propaganda nemmeno troppo argomentata. Solo un'ultima considerazione. Sul bundling, Monti dice che è "vero che quando si acquista un auto si trovano già dentro radio e accendino ma non c'è nessun costruttore di auto che abbia il 96% del mercato", e giustifica la sanzione del bundling in nome del disincentivo ad entrare in un mercato che la sola esistenza di posizioni dominanti produrrebbe. Nel sottotitolo dell'intervista, si legge che "la regolazione dei mercati serve a dare lo scettro ai consumatori".
Ecco, il fatto che un ex Commissario europeo non sappia o non si sia reso conto che quella situazione dominante, quel 96%, è precisamente il risultato non dell'arbitrio dei regolatori ma delle libere scelte quotidiane dei consumatori, mi sembra grave.
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mercoledì 25 luglio 2007
Una golden share europea? / 2
Il commissario europeo al Commercio Peter Mandelson torna sulla proposta di una golden share europea in un lungo dialogo con Giuseppe Sarcina sul Corriere. Il suo tentativo è quello di coniugare la difesa delle regole del mercato con la pragmatica accettazione dell'influenza franco-tedesca sulle decisioni di Bruxelles. "Il nostro punto di partenza - dice Mandelson - è che dobbiamo mantenere la libera circolazione dei capitali in Europa e a livello internazionale". In presenza di investimenti pubblici stranieri, per esempio attraverso i fondi sovrani, il discrimine, per Mandelson, deve essere la loro natura: si tratta di operazioni commerciali o politiche?
Mandelson fa alcuni esempi: l'ingresso della China Development Bank nella Barclays apparterrebbe alla prima categoria. (Sarebbe ingeneroso pensare che Mandelson si lasci influenzare dal fatto che i cinesi, con la loro mossa, rafforzano l'offensiva del gruppo inglese su AbnAmro, contrastata da un terzetto composto da Royal Bank of Scotland, Santander e Fortis). Più delicati, secondo Mandelson, potrebbero essere i casi delle reti elettrica e del gas o del colosso Eads (da cui nasce tutta la saga: la golden share europea è la risposta di Bruxelles alle ansie nazionalistiche di Merkel e Sarkozy). Perché mai? Nel caso delle reti, ciò che veramente conta è il principio della separazione proprietaria rispetto a chi opera nella produzione o vendita di elettricità e gas; il loro azionariato è irrilevante. Per quel che riguarda Eads, poi, non si capisce davvero dove stia il problema.
La sensazione, insomma, è che il povero Mandelson sia costretto all'ennesima mediazione con se stesso. Una tesi avvalorata dalle dichiarazioni di Alistair Darling, neocancelliere dello scacchiere, che - in una sorta di attacco preventivo alla linea Merkel-Sarkozy - ha precisato che il Regno Unito continuerà ad accogliere di buon grado qualunque investimento da parte di chiunque voglia esportare capitali sui suoi mercati. Darling ha colto la natura protezionistica della golden share, sia essa nazionale o europea, e ha rispedito il progetto al mittente. Fortunatamente, una posizione critica è quella assunta anche da Emma Bonino, che ha interpretato la convinzione che la libertà di mercato sia un valore non negoziabile.
Mandelson fa alcuni esempi: l'ingresso della China Development Bank nella Barclays apparterrebbe alla prima categoria. (Sarebbe ingeneroso pensare che Mandelson si lasci influenzare dal fatto che i cinesi, con la loro mossa, rafforzano l'offensiva del gruppo inglese su AbnAmro, contrastata da un terzetto composto da Royal Bank of Scotland, Santander e Fortis). Più delicati, secondo Mandelson, potrebbero essere i casi delle reti elettrica e del gas o del colosso Eads (da cui nasce tutta la saga: la golden share europea è la risposta di Bruxelles alle ansie nazionalistiche di Merkel e Sarkozy). Perché mai? Nel caso delle reti, ciò che veramente conta è il principio della separazione proprietaria rispetto a chi opera nella produzione o vendita di elettricità e gas; il loro azionariato è irrilevante. Per quel che riguarda Eads, poi, non si capisce davvero dove stia il problema.
La sensazione, insomma, è che il povero Mandelson sia costretto all'ennesima mediazione con se stesso. Una tesi avvalorata dalle dichiarazioni di Alistair Darling, neocancelliere dello scacchiere, che - in una sorta di attacco preventivo alla linea Merkel-Sarkozy - ha precisato che il Regno Unito continuerà ad accogliere di buon grado qualunque investimento da parte di chiunque voglia esportare capitali sui suoi mercati. Darling ha colto la natura protezionistica della golden share, sia essa nazionale o europea, e ha rispedito il progetto al mittente. Fortunatamente, una posizione critica è quella assunta anche da Emma Bonino, che ha interpretato la convinzione che la libertà di mercato sia un valore non negoziabile.
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lunedì 23 luglio 2007
Una golden share europea?
Il commissario europeo al Commercio Peter Mandelson ha ceduto alle richieste di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy e ha aperto la porta a una "golden share" europea. Il cancelliere tedesco e il presidente francese avevano fatto la voce grossa contro la pretesa della Commissione di creare un autentico mercato interno, impuntandosi in particolare sull'intransigenza di Bruxelles di fronte al ricorso, da parte degli Stati membri, a golden share et similia per impedire opa straniere. Quello di Mandelson è quindi un tentativo disperato: piuttosto che lasciare le manovre difensive ai singoli paesi terrorizzati dal "rischio" di cedere attività strategiche a imprese straniere, magari a controllo pubblico - è il suo ragionamento - meglio creare un regime europeo della golden share. Nel breve termine può anche essere una mossa sensata, e di sicuro darà qualche grana a Merkel e Sarkozy. Del resto, la Commissione è generalmente più orientata alle liberalizzazioni di quanto non lo siano gli Stati membri, anche se Neelie Kroes qualche volta pare muoversi più da terminator del mercato che da sincera supporter della concorrenza. Ma se il principio dovesse passare, nel medio o lungo termine potrebbe essere foriero di problemi molto grossi, perché estenderebbe il protezionismo a tutta Europa in tutti i settori, mentre oggi (con l'eccezione forse della Francia, che protezionista lo è su tutto) ciascun paese è protezionista in alcuni settori ma liberista in altri.
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sabato 14 luglio 2007
Poste: la concorrenza (non) può attendere
Sembra che l'ultima tappa del processo di liberalizzazione dei servizi postali in Europa sia destinato a spostarsi ancora nel tempo. Inizialmente prevista per il 2006, l'abolizione della riserva legale per i plichi che pesano meno di 50 grammi, che gli stati possono (non devono, ma lo fanno ben volentieri) riconoscere al fornitore del servizio universale (da leggersi:
ex monopolista pubblico) potrebbe verificarsi nel 2011. Salvo ulteriori dilazioni, e con un certo margine di eccezioni...
Il Parlamento Europeo ha infatti emendato con ampia maggioranza la proposta della commissione di aprire alla concorrenza l'ultimo, e più consistente, segmento di mercato: la proposta dovrà ora tornare indietro, secondo la procedura di codecisione, alla ricerca di un compromesso.
Si tratta di una decisione gravissima, che non solo rallenta l'apertura alla concorrenza, e gli inevitabili benefici che questa arreca, ma in più danneggia gli operatori – diversi dall'incumbent – che hanno investito in un mercato prossimo alla liberalizzazione, e che questa liberalizzazione vedono allontanarsi di anno in anno. Ma non tutto il male viene per nuocere, secondo Sergio Bellucci, di Rifondazione Comunista: «questo è un segnale evidente della crisi strategica delle liberalizzazioni del settore. I servizi in rete dimostrano sempre più la loro valenza pubblica, rivelandosi asset vitali per la collettività. Il governo deve prenderne atto ripensando nel complesso la sua politica industriale nei settori dei beni comuni».
Proprio perché essenziali per la collettività, questi servizi non possono essere sottratti alla concorrenza, che permette di razionalizzarne l'utilizzo attribuendo il controllo delle risorse all'operatore che meglio sa utilizzarle: il governo dovrebbe prenderne atto rimodulando la sua azione all'insegna di una maggiore incisività nel portare avanti una riforma utile e giusta. Utile per i consumatori, che vedrebbero migliorata la qualità dei servizi, e giusta nei confronti di chiunque voglia entrare nel mercato, che non debba incontrare barriere di diritto - la riserva legale - o di fatto - il controllo della rete da parte di uno dei concorrenti.
È paradossale, ma non troppo, che Rifondazione si schieri a favore del colosso parastatale Poste Italiane, senza preoccuoparsi dei 2-3000 dipendenti delle diverse agenzie private di recapito private che rischiano in questi giorni di chiudere i battenti perché, allo scadere dei contratti stipulati con Poste per il periodo transitorio che doveva terminare nel 2006, il nuovo bando, emesso con il beneplacito del governo, è fortemente penalizzante. Troppo spesso si dimentica che difendere la concorrenza significa innanzitutto difendere il diritto di chi vuole, e sa, lavorare bene ad entrare nel mercato.
ex monopolista pubblico) potrebbe verificarsi nel 2011. Salvo ulteriori dilazioni, e con un certo margine di eccezioni...
Il Parlamento Europeo ha infatti emendato con ampia maggioranza la proposta della commissione di aprire alla concorrenza l'ultimo, e più consistente, segmento di mercato: la proposta dovrà ora tornare indietro, secondo la procedura di codecisione, alla ricerca di un compromesso.
Si tratta di una decisione gravissima, che non solo rallenta l'apertura alla concorrenza, e gli inevitabili benefici che questa arreca, ma in più danneggia gli operatori – diversi dall'incumbent – che hanno investito in un mercato prossimo alla liberalizzazione, e che questa liberalizzazione vedono allontanarsi di anno in anno. Ma non tutto il male viene per nuocere, secondo Sergio Bellucci, di Rifondazione Comunista: «questo è un segnale evidente della crisi strategica delle liberalizzazioni del settore. I servizi in rete dimostrano sempre più la loro valenza pubblica, rivelandosi asset vitali per la collettività. Il governo deve prenderne atto ripensando nel complesso la sua politica industriale nei settori dei beni comuni».
Proprio perché essenziali per la collettività, questi servizi non possono essere sottratti alla concorrenza, che permette di razionalizzarne l'utilizzo attribuendo il controllo delle risorse all'operatore che meglio sa utilizzarle: il governo dovrebbe prenderne atto rimodulando la sua azione all'insegna di una maggiore incisività nel portare avanti una riforma utile e giusta. Utile per i consumatori, che vedrebbero migliorata la qualità dei servizi, e giusta nei confronti di chiunque voglia entrare nel mercato, che non debba incontrare barriere di diritto - la riserva legale - o di fatto - il controllo della rete da parte di uno dei concorrenti.
È paradossale, ma non troppo, che Rifondazione si schieri a favore del colosso parastatale Poste Italiane, senza preoccuoparsi dei 2-3000 dipendenti delle diverse agenzie private di recapito private che rischiano in questi giorni di chiudere i battenti perché, allo scadere dei contratti stipulati con Poste per il periodo transitorio che doveva terminare nel 2006, il nuovo bando, emesso con il beneplacito del governo, è fortemente penalizzante. Troppo spesso si dimentica che difendere la concorrenza significa innanzitutto difendere il diritto di chi vuole, e sa, lavorare bene ad entrare nel mercato.
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