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lunedì 15 settembre 2008

What Antitrust stands for

President Nixon in 1971 discussed intimidating the nation's three major television networks by keeping the constant threat of an antitrust suit hanging over them. In a July 2, 1971 taped recorded discussion, aide Charles W. Colson told Nixon that whether filing an antitrust case against ABC, NBC and CBS "is good or not is perhaps not the major political consideration. But keeping this case in a pending status gives us one hell of a club on an economic issue that means a great deal to those three networks ... something of a sword of Damocles." Nixon responded, "Our gain is more important than the economic gain. We don't give a goddam about the economic gain. Our game here is solely political. ... As far as screwing them is concerned, I'm very glad to do it"
"If the threat of screwing them is going to help us more with their programming than
doing it, then keep the threat," said Nixon. "Don't screw them now. [Otherwise] they'll figure that we're done." As for the antitrust actions, the White House kept the DOJ from filing suit until April 1972, when the government accused the networks of restraining trade and monopolizing prime-time entertainment with their own programs. The suits were dismissed without prejudice in 1974 after the government was unable to identify the requested documents.
Maurice E. Stucke, "Does the Rule of Reason Violate the Rule of Law?", UC Davis Law Review, Vol. 42, No. 5, 2009

[HT: Antitrust & Competition Policy Blog]

domenica 7 settembre 2008

L'Europa, la Russia e l'antitrust

Sul Financial Times, Anders Aslund affronta il tema dei rapporti tra l'Europa e la Russia con una serie di argomenti che trovo molto criticabili - oltre che velleitari. La sua proposta è, nella pratica, quella di una "guerra freschina" giocata tutta su una interpretazione piuttosto azzardata delle norme antitrust, e una certa sopravvalutazione della forza (e dell'utilità) dell'Europa. In verità, Aslund parte da una constatazione di grande buon senso: le sanzioni economiche non sono la via giusta, sia per la loro dubbia efficacia, sia perché rischiano di rafforzare le oligarchie russe al potere. Lo studioso suggerisce quindi una strategia più articolata, il cui perno è però l'utilizzo della competition policy contro Gazprom. Non è una richiesta del tutto originale: negli Stati Uniti, la House ha approvato una proposta democratica del tutto simile in chiave anti-Opec, e anche il nostro ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha invocato gli articoli 81-82 del Trattato Ue, ora contro l'Opec, ora contro gli speculatori (qualunque cosa intenda). Rispetto a queste proposte, che sono davvero naif e populiste, quella di Aslund è più elaborata; ma ugualmente poco convincente. Il quadro generale è quello descritto da Massimo Nicolazzi, che ho commentato nel mio post di ieri; mi limiterò, quindi, alle tesi di Aslund. Ne considererò solo due, in quanto le altre tre esulano dalle questioni di politica energetica in senso stretto.

In primis, egli chiede che l'Unione europea sviluppi una politica energetica comune, e che imponga le regole della Carta dell'energia - in particolare su trasparenza, protezione degli investimenti e non discriminazione nell'accesso ai gasdotti - alla Russia. Ci sono molte ragioni per cui l'Europa avrebbe bisogno di una politica energetica comune - la prima che mi viene in mente è che gli investimenti energetici, in un mercato integrato o in via di integrazione, hanno dimensione transazionale; la seconda, più opportunistica, è che almeno Bruxelles la smetterebbe di fare politica energetica per via ambientale o antitrust. E ci sono una marea di buoni argomenti a favore della Carta dell'energia (di cui si è ampiamente occupato Silvio Boccalatte nel nostro libro Sicurezza energetica). Ma un trattato internazionale, normalmente, non lo si può imporre - non se non si è prima vinta una guerra. Occorre creare le condizioni perché la sua ratifica divenga conveniente da entrambe le parti: oggi, semplicemente, quelle condizioni non ci sono, e parte della spiegazione è che le stesse regole della Carta non sono pienamente applicate neppure in alcuni paesi chiave dell'Ue (ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti è puramente casuale). Sul filo del paradosso si gioca, invece, la successiva affermazione di Aslund: "un'Europa unita ha un potere contrattuale poiché tutte le pipeline al di fuori dell'ex Unione sovietica si dirigono verso l'Europa". Vero. Se non fosse che (a) nel breve termine l'Europa non può rinunciare a comprare gas dalla Russia, così come la Russia non può rinunciare a vendere gas all'Europa e (b) il gas che transita per le pipeline non viene contrattato o acquistato dall'Ue o dagli Stati membri, ma dalle compagnie operanti sul mercato europeo (molte delle quali controllate dai rispettivi governi, ok, ma comunque partecipate dai privati e attive sui listini europei). Non si può avocare all'Unione il potere di fare contratti, svuotando di uno degli elementi essenziali il mercato europeo.

La seconda proposta di Aslund è altrettanto incredibile: "la Commissione europea dovrebbe costringere Gazprom a separare produzione e trasporto e rompere il suo monopolio. Perché la Commissione persegue casi antitrust contro Microsoft ma non contro Gazprom?". La risposta più semplice è: (a) perché è politicamente molto più pagante flettere i muscoli contro un'impresa americana (cioè contro gli Usa, simbolicamente) che contro una russa e (b) perché, date le condizioni dei rispettivi mercati, è probabile che Microsoft (o chi per lei) obbedisca all'Ue, mentre è improbabile che lo faccia Gazprom. Supponiamo, comunque, che il Commissario europeo alla Competizione, Neelie Kroes, apra un procedimento contro Gazprom, lo segua, e condanni il gruppo russo. Che succede, se il monopolista poi non obbedisce? La risposta, la lascio ad Aslund e a chi la pensa come lui, perché tutte le risposte che vengono in mente a me mi fanno ridere. Come ridere mi fa la seguente affermazione di Aslund: Gazprom "dovrebbe riorientare la sua rete di gasdotti al di fuori dei confini russi, abbandonare le discriminazioni di prezzo e terminare la costruzione dei gasdotti North Stream e South Stream". Ma siamo matti? Ok, per la Russia sarebbe un bel guaio, ma nessuno si chiede cosa vorrebbe dire per l'Europa? E, a prescindere da questo, Aslund sembra trascurare che i due nuovi gasdotti vedono la partecipazione attiva di imprese occidentali (tra cui Eni ed E.On) che hanno firmato contratti, investito montagne di denaro, eccetera. Anche io, se potessi scegliere, direi che Nabucco è meglio di South Stream: ma alla fine ciò che conta sono le dure ed eque leggi dell'economia, e sarebbe meglio ascoltare quelle piuttosto che distillare voci dall'aria.

Crossposted @ RealismoEnergetico.org.

giovedì 14 agosto 2008

Un antitrust al di fuori del mito

Qui Giampaolo Galli e Alberto Mingardi.

giovedì 24 luglio 2008

Per limite, il cielo

Oggi sul Sole 24 Ore c'è una lunga intervista di Antonio Catricalà, col sempre ottimo Orazio Carabini. Il Presidente dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato dice cose talora condivisibili (sulle tv: "la Rai si può privatizzare e il servizio pubblico mettere a gara"), talora meno condivisibili (no alla separazione di Snam Rete Gas perché "chi la compra? (...) è lecito temere che si facciano avanti mani forti"). Dice anche cose che fanno tremare i polsi.
In particolare:
bisogna verificare che non ci siano fenomeni speculativi dietro l'andamento dei mercati finanziari e delle materie prime. Ciascuno di noi sensibilizzerà le proprie consorelle europee e mondiali. Per quanto riguarda l'Antitrust, del resto, il tema della speculazione è molto vicino a quello dell'intesa collusiva. Il confine è labile e se viene superato noi siamo obbligati a intervenire. 
Nota bene:
Domanda di Carabini: Il cartello più evidente è l'Opec
Risposta di AC: Negli Stati Uniti stanno studiando il problema e anche l'Europa dovrebbe farlo. A esportare petrolio sono delle imprese, non gli Stati. 
Nota mia: E mentre con gli Stati tutto va bene madama la marchesa, le imprese le possiamo mazzuolare!
Nel merito, è vero che l'Antitrust riesce quasi sempre a trovare nei prezzi una ragione d'intervento: se sono bassi, sono "predatori". Se sono tutti uguali, c'è un cartello. Se sono troppo alti, c'è potere di mercato. E' vero che nel tempo si sono anche incastrate queste diverse ipotesi  a giustificare particolare interventi: ad esempio, si sono ipotizzati prezzi predatori come forma di retaliation contro l'impresa "scartellante" che aveva venduto a prezzi inferiori a quelli praticati dal cartello. Si è sostenuto che anche senza un accordo esplicito, momenti di coordinamento fra produttori portassero ad un aumento dei prezzi. Cervellotico e poco persuasivo, ma lo si è detto, scritto, e pensato. 
Ma la speculazione finanziaria, che c'entra con la collusione? Di per sé, nulla - almeno bisognerebbe aver chiaro chi collude. Il cartello c'è ed è dichiarato: l'Opec. Ma che c'entra il cartello con la miriade di operatori finanziari che scommette su prezzi al rialzo? Soprattutto, che vuol fare l'Antitrust italiana? Se il cartello del petrolio esiste, è anche perché le risorse sono concentrate in un certo angolo di mondo, e gestite da un numero limitato di persone i cui interessi sono in certa misura convergenti. Qual è la politica della concorrenza, in questo caso? La guerra all'Iraq?
Notasi che ovviamente, per partire alla volta del cartello dell'Opec Catricalà ipotizza un cartello delle "consorelle": Antitrust di tutto il mondo unitevi.
Al di là dell'insensatezza del ragionamento, ciò che colpisce è la distanza con la liquidazione del tema della separazione della rete del gas. Da una parte, c'è una cosa sulla quale l'Antitrust potrebbe incidere. Dall'altra, una roba che nella migliore delle ipotesi è una chiacchiera in libertà. L'Agcm vuole sconfiggere l'Opec. Benissimo. E la settimana prossima, che mettiamo nel mirino? La fame nel mondo, l'obesità, il fumo passivo, il riscaldamento globale? Ma ovviamente Catricalà, che è un grande comunicatore e un bravissimo politico, si espone proprio su un tema del quale nessuno potrà mai chiedergli conto. Mentre mette la polvere sotto il tappeto, in una questione di concorrenza che un'Autorità benintenzionata farebbe bene a prendere di petto.

sabato 12 aprile 2008

Authority che passione

Primo dei miei interventi "paleo" fuori dal coro (ma non troppo, spero).
Liberalizzare liberalizzare ... si ok però, mi sono sempre chiesto tra me e me, non sarà che cadiamo dalla padella alla brace? Voglio dire, una volta "liberalizzato" un dato mercato, andrà esso "regolato" a suon di Authority, come da declinazione vigente del liberismo de'noantri? Eh si mi vien detto, altrimenti chi difende il Consumatore ... Da che cosa? Dal Mercato stesso?

Insomma, il mio problema è che ho sempre nutrito una sana diffidenza delle Agenzie para (o pseudo) governative: mi hanno sempre dato l'impressione di essere la prova dell'esistenza tra noi di un alieno chiamato "liberismo di sinistra" alla Giavazzi. Solo che, non essendo uno studioso, ho sempre abbozzato: ci sarà sicuramente qualcosa che mi sfugge..
Invece trovo che non da oggi qualcun altro si poneva le mie stesse domande e si dava risposte dal mio punto di vista sconsolantemente veritiere.
In Antitrust and Monopoly: Anatomy of a Policy Failure, Dominick Armentano esaminava nell'ormai lontano 1997 ben 55 casi di imposizioni del mitico, divinizzato, paradigmatico antitrust americano.
La conclusione è che in ogni singolo caso esaminato, le aziende accusate di monopolismo nella realtà stavano abbassando i prezzi, espandendo la produzione, stavano portando innovazione e in generale la loro azione era positiva per le tasche e le opzioni dei consumatori.
Senza contare che in molti casi dette sentenze causarono direttamente la chiusura o il ridimensionamento di realtà importanti e innovative, come nel caso Pan American.
La General Motors stessa, tra il 1937 e il 1956 temeva così tanto l'Antitrust che si diede la regola di non superare mai, per nessun motivo, il 45% di mercato in qualche segmento delle sue vendite.
In sostanza, Armentano dimostrava che un anti trust efficiente e interventista nella realtà aiuta le aziende meno efficienti e competitive di un dato mercato, a scapito delle più innovative.
Chissà se al celebrato Mario Monti, uno dei migliori interpreti del liberismo "Authoritario" à la Bruxelles, non staranno fischiando le orecchie ...

giovedì 20 marzo 2008

"Liberalizzazioni? Patto bipartisan dopo il voto"

Interessante e ricca di spunti la videochat con Antonio Catricalà organizzata da La Stampa. Spunti non tutti condivisibili, certamente: la rivendicazione degli attacchi scellerati ad assicurazioni e panificatori, ad esempio: e più in generale, una irremovibile vocazione alla «manutenzione del mercato». Ma anche diverse cose buone: a cominciare dalla priorità della liberalizzazione dei servizi pubblici locali (acqua inclusa). Catricalà auspica, poi, dopo il voto, una generale convergenza sul tema delle liberalizzazioni. Solo fantascienza?

venerdì 18 gennaio 2008

In Francia è illegale spedire i libri gratis

Che di follie il mondo fosse pieno, è cosa nota. Che i cugini d’oltralpe non si tirassero indietro nella gara a chi riesce ad ideare il modo più assurdo per imbrigliare il mercato e penalizzare gli operatori migliori, è cosa che a noi italiani, che pur non siamo da meno, piace pensare.

Ma la vicenda che ha negli ultimi giorni visto protagonista la filiale francese di Amazon.com ha davvero del surreale. La nota libreria online, si è vista recentemente comminare una sanzione di mille euro al giorno, per un mese, per aver offerto ai suoi clienti la spedizione gratuita dei libri acquistati per un importo superiore ai 20 euro. La legge Lang è stata approvata negli anni 80 per difendere le librerie dalla pressione concorrenziale dei reparti lettura dei supermercati e di nuove formule di vendita, ed impone una quota massima di sconto praticabile, pari al 5 per cento. Secondo il tribunale di Versailles, il free shipping costituisce uno sconto nascosto, superiore a quello concesso, e quindi ha violato le regole della sana concorrenza, che, com’è noto, servono a tutelare i competitore meno bravi a soddisfare i consumatori piuttosto che questi ultimi.

Amazon ha però preferito pagare la multa, che sembra destinata ad innalzarsi scaduti i primi trenta giorni, piuttosto che abolire una formula giustamente apprezzata dai suoi clienti. Jeff Bezos, fondatore e chief executive dell’impresa, si è rivolto a loro, spiegandogli che "as unbelievable as it appears, the free delivery of Amazon.fr is threatened … France would be the only country in the world where the free delivery practiced by Amazon would be declared illegal", ed invitandoli a firmare una petizione per fermare questa follia.

giovedì 17 gennaio 2008

Là, dove nessun Antitrust è mai giunto prima

La signora Kroes indaga sulla farmaceutica europea. Potrebbe esserci un cartello. Perché? Perché la ricerca non produce buoni risultati.
Aspettiamo i risultati dell'indagine, ma per ora mi sembra chiaro che ci sarà da ridere. La Kroes parla di "artificiali barriere all'entrata" - espressione perlomeno curiosa, se applicata ad un settore in cui l'entrata è controllata sia dai processi autorizzativi dei nuovi prodotti, sia dalle decisioni, in termini di rimborsabilità, del maggior consumatore: lo Stato.
Altrettanto curiosa è l'idea di un cartello che serva a restringere l'offerta, nel senso di limitare la scoperta di nuove molecole. Ci sono molte ragioni per cui la farmaceutica sembra in crisi, ma che vi sia un accordo fra produttori per non dire al mondo che hanno trovato nuove cure (fonti d'introiti), per giunta a fronte di mastodontici investimenti iniziali, non è un'ipotesi molto frequentata.
Vi sono stati, in passato, casi Antitrust in cui si contestava una cartellizzazione fra produttori di medicine: per esempio per le forniture ospedaliere (imprese titolari di prodotti simili si accordano per non pestarsi i calli). Ma in quel caso, eravamo ancora nell'ambito (che all'Antitrust sta stretto) della verosimiglianza.

domenica 13 gennaio 2008

Rule of law, o roulette?

Nel dicembre 2006, autorizzando l’acquisizione di Toro Assicurazioni da parte delle Generali, l’Autorità garante insisteva sulla necessità, per snellire la dominanza (parametrata su una quota di mercato del 35%) di Generali dopo l’incorporazione di Toro, della cessione di Nuova Tirrena.
Il verdetto dell’Autorità veniva poi smentito dal Tar, e subito dopo Generali vendeva Nuova Tirrena a Groupama. Tale operazione ha però di nuovo attirato gli strali dell’Agcm, a causa della presenza di Groupama nell’azionariato di Mediobanca. Ora Catricalà torna alla carica, e c'è un ricorso pendente al consiglio di Stato contro parte della sentenza del Tar.
Il tutto si snoda attorno all'intreccio fra Fondiaria Sai/ Generali/ Mediobanca. La cessione di Nuova Tirrena si è resa necessaria per quel motivo, a causa di sospetti di "dominanza collettiva" di Fondiaria e Generali nel ramo rc auto. La sentenza del Tar sosteneva che l'Antitrust non fosse riuscito a dimostrare l'esistenza di tale "dominanza collettiva".
Generali si è comunque disfatta di Nuova Tirrena, vendendo però a Groupama. Quale è il problema? Anche Groupama è azionista di Mediobanca, nei soci "del terzo tipo" (il "gruppo francese), e Mediobanca è azionista di Generali.
Non è bellissimo vedere che il capitalismo italiano è sostanzialmente un circolo chiuso, in cui il numero di players è abbastanza limitato. Ma l'Antitrust ha il diritto di "curarne" la fisiologia? E' quello che Catricalà cerca di fare su una varietà di fronti - a cominciare dal "problema", spesso ripreso (e con grande enfasi) dai giornali, degli interlocking boards.
Quello che ci rimane, guardando tanti interventi dell'Autorità, è l'impressione di una arbitrarietà assoluta. Pensiamo alle assicurazioni. Strategie cooperative fra imprese sono sanzionate: c'è il sospetto di un cartello. Allora le imprese pensano di dover "pagare di più", per ottenere i medesimi benefici: anziché coordinarsi, debbono fondersi e "comprarsi". Ma fusioni e acquisizioni sono autorizzate sino a prova contraria. Quando uno vede "autorizzato" il proprio proposito, può darsi che debba prendere qualche inziativa collaterale. Per esempio cedere un ramo d'azienda. Quando, obbedendo, lo fa - gli viene contestato il modo in cui lo ha fatto. Alle imprese non viene detto solo se possono acquistare, e neppure se debbono vendere: bensì anche a chi debbono vendere.
Non ha tutti i torti, forse, Edwin Rockefeller*, quando sostiene che l'antitrust più che con la rule of law, ha a che fare con la roulette.

* il libro di Rockefeller sarà presto tradotto dall'IBL.

giovedì 10 gennaio 2008

Guido Rossi, Hayek, e "come combattere il liberismo globale"

Sotto l'affascinante titolo "Come combattere il liberismo globale", oggi Repubblica anticipa uno stralcio del nuovo libro del Professor Guido Rossi. Gli argomenti sono più o meno i soliti, e il lettore ne trae un vago senso di deja-vù - se ha letto l'ultimo lavoro del giurista milanese (come Istituto, sul tema abbiamo già dato: vedi qui e qui).
Tuttavia, non si può non restare sorpresi per una citazione, riportata fra l'altro con grande evidenza:

... nella storia del capitalismo la libera concorrenza è stata garantita non dal libero mercato, ma dalle leggi antitrust. Lo sapeva molto bene un maestro del liberalismo economico, molto citato ma evidentemente non altrettanto letto, Friedrich von Hayek.


Poi i puntini di sospensione troncano quella che, presumibilmente, nel libro sarà una dotta argomentazione a supporto della tesi dell'autore. Tuttavia, lì per lì non possiamo che restare di sasso.
Punto primo. Se "nella storia del capitalismo la concorrenza è stata garantita dalle leggi antitrust", delle due l'una: o per Guido Rossi la storia del capitalismo comincia nel 1890 (con lo Sherman Act), oppure fino ad allora la concorrenza non esisteva (ma, ammesso e non concesso che lo Sherman Act sia stato veramente pensato con questo obiettivo, come si fa a fare una legge per "garantire" qualcosa che non si sa cos'è?).
Punto secondo. Se c'è uno scienziato sociale che ha radicalmente e nettamente rigettato i presupposti teorici su cui si basa ampia parte degli interventi Antitrust, quello è Hayek. La teoria della concorrenza perfetta raggiungeva, nella visione del grande austriaco, picchi d'assurdità: presupponendo che fosse noto "tutto ciò che la teoria economica chiama i dati, la concorrenza sarebbe inutile e rovinosa (...) quali beni siano scarsi, o quali cose siano dei beni, e quanto siano scarsi o che valore abbiano, sono esattamente queste le cose che la concorrenza deve scoprire". Per Hayek, la concorrenza è un processo di scoperta del quale nessun pianificatore o regolatore può anticipare con successo gli esiti. E' vero che, come scrive in una pagina famosissima, il risultato del lavoro del sistema dei prezzi somiglia a quello che a posteriori si potrebbe immaginare essere il piano di una "grande mente". Ma non lo è, e per questo chi guarda il mercato deve farlo con umiltà, evitando di sanzionare la concorrenza reale per l'orrido crimine di non assomigliare al modello.
Hayek non è un pensatore che si sia occupato in prima persona di public policies con grande attenzione, ma che avesse dei timori su come funzionano le autorità Antitrust l'aveva detto in modo incontrovertibilmente chiaro.
Ne "Il significato della concorrenza" (1946), scrive fra l'altro:

...la tendenza che prevale nel dibattito corrente è quella di essere intolleranti per quanto riguarda le imperfezioni [rispetto al modello], e di tacere invece sugli impedimenti alla concorrenza... ci si dovrebbe preoccupare molto meno del fatto che, in una data situazione, la concorrenza sia perfetta, e molto di più del fatto che ci sia concorrenza in assoluto.


E' probabile che Guido Rossi si sia rifatto a "The Constitution of Liberty" (1960, per gli italiani: "La società libera"), il libro più statalista di Hayek in un certo qual senso, dove invero a un certo punto dice:

La politica antimonopolistica è stata in generale il principale obiettivo dello zelo riformatore dei liberali... Penso ancora... che può essere bene che il monopolista sia trattato come una sorta di obiettivo polemico della politica economica; e riconosco che negli Stati Uniti la legislazione è riuscita a creare un clima d'opinione sfavorevole al monopolio. Finché l'applicazione di norme generali (come quella della non-discriminazione) può tenere a freno i poteri monopolistici, quest'azione è assolutamente positiva.


Ma che aggiunge Hayek qualche riga dopo?

Sono però diventato sempre più scettico sul risultato benefico di qualsiasi attività discrezionale dello Stato contro particolari monopoli e sono seriamente allarmato dalla natura arbitraria di ogni politica che miri a limitare le dimensioni dell'iniziativa privata.


E ancora:

La politica corrente manca di riconoscere che non il monopolio come tale né le sue dimensioni sono dannosi, ma lo sono unicamente gli ostacoli all'accesso in un certo ramo di attività o in un commercio.


Da ultimo:

E' stupido... tentare di creare condizioni 'ipotetiche' di concorrenza. Il diritto non può disconoscere le situazioni esistenti... Tutti i paesi hanno fatto l'esperienza: quando cerca di sorvegliare i monopoli, il potere discrezionale ben presto si abitua a distinguere tra monopoli 'buoni' e 'cattivi e si scopre più interessato a proteggere il presunto buono che a impedire quello cattivo. Dubito che esistano monopoli 'buoni' che meritino di essere protetti. Ma ci saranno sempre monopoli inevitabili, il cui carattere transitorio e temporaneo viene spesso trasformato in permanente dalla sollecitudine dello Stato.


Attendiamo con vera trepidazione il libro del Professor Rossi, perché ci illumini su dove e quando mai nella vita Hayek ha considerato l'Antitrust l'ostetrica della concorrenza.

mercoledì 2 gennaio 2008

TLC / Un bilancio del 2007 ed il 2008 che verrà

Si è chiuso un anno forse deludente per chi s'attendeva rivoluzioni nel campo TLC, magari con la ciliegina della separazione della rete. Per parte nostra, avevamo segnalato già nel 2006 - all'epoca del piano Rovati, per intenderci - quale fosse la via da percorrere.

Dopo quindici mesi in cui la soluzione all'inglese è stata al più agitata come una clava per distogliere lo straniero dalle sue mire espansionistiche, siamo ancora al punto di partenza. Ma con una novità rilevante: un procedimento finalmente in moto all'AGCOM, che dovrebbe portare - visto anche l'atteggiamento prima facie collaborativo dei nuovi vertici Telecom - ad una soluzione condivisa, da cui tutte le parti otterrebbero considerevoli vantaggi.

A dire il vero, non si tratta dell'unico botto che il settore delle TLC ci ha riservato nell'ultimo tratto del 2007: lo sviluppo dell'IPTv, su cui scommettono forte Wind e Tiscali, aggiungendo le proprie offerte a quelle consolidate di Alice e Fastweb; l'integrazione tra VoIp e telefonia mobile sperimentato da Tre; l'ingresso sul mercato di numerosi operatori mobili virtuali (MVNO); la grande attesa per l'asta WiMax, che dopo le manifestazioni d'interesse di dicembre entrerà nel vivo nelle prossime settimane.

Ci affacciamo, così, al 2008 con la consapevolezza che il vecchio telefono fisso (a differenza del posto fisso) potrebbe non essere più in cima alle preferenze degli italiani: a dimostrazione del fatto che l'innovazione corre sempre più velocemente dei regolatori. Senza rendere necessariamente superfluo il loro operato. E senza dimenticare che a quest'ultimi basta una svista per riportare indietro l'orologio.

I nostri desiderata li stiamo esponendo per tempo: chissà che nel 2008 Babbo Natale non ci lasci sotto l'albero un mercato TLC davvero più libero. Auguri!

PS A più breve scadenza, ci permettiamo di suggerire alla Befana di dare ascolto ad Enzo Savarese, e metter mano all'abolizione della tassa di concessione sui telefonini in abbonamento. Sarebbe un bel modo per cominciare l'anno nuovo, non vi pare?

sabato 15 dicembre 2007

Microsoft, la storia si ripete in farsa

Microsoft ebbe i suoi buoni guai con l'Antitrust americano, per il bundling di Internet Explorer all'interno del suo sistema operativo. Netscape, l'operatore che all'epoca faceva la parte del leone fra i software per accedere ad Internet, riteneva una seria minaccia competitiva il fatto che l'impresa di Redmond non solo lanciasse un proprio browser nel mercato, ma lo inserisse a pieno titolo all'interno di Windows.
Il procedimento è stato intenso e appassionante, ma il teorema dell'accusa si è un po' sfarinato, al cospetto dell'evoluzione dei mercati. Cioè (1) i competitori non sono del tutto spariti di piazza: anzi (e sono molto migliorati di qualità: parola di un fedele utilizzatore di Firefox); (2) l'intuizione di base di Microsoft era giusta. L'utilizzo di Internet non è "altro" dal nostro avere un Pc: è parte integrante di qualsiasi funzione noi si pretenda di svolgere con un computer. Pertanto, l'inserimento di un browser nel sistema operativo, che permetta di inserire la spina e navigare sul web, migliora - e di molto! - la vita dell'utente.
Ora le stesse accuse di dieci anni fa vengono riproposte, un po' fuori tempo massimo, da Opera.
La cosa più curiosa mi sembra essere la dichiarazione di Jon von Tetzchner, CEO di Opera Software:
Abbiamo presentato questo esposto a nome di tutti i consumatori che si sono stancati di avere un monopolista che fa scelte per loro. Oltre a promuovere la libertà di scelta dei singoli consumatori, siamo impegnati negli standard Web aperti e nell'innovazione cross-platform. Non ci riposeremo finché non avremo fornito giuste ed eque opzioni di scelta ai consumatori di tutto il mondo.
Ora, la distinzione consumatori-produttori è sicuramente porosa (ognuno è consumatore di qualche cosa, e produttore di qualcosa d'altro) ma che dica di portare avanti un esposto "a nome dei consumatori di tutto il mondo uniti" l'amministratore delegato di una delle imprese che trarrebbe beneficio dall'accoglimento delle sue proteste, va ben oltre qualsiasi soglia minima di pudore.
Quando parlavamo di queste cose, alcuni anni fa, tendevano a ricordare al lettore che dopotutto è meglio avere un software in più gratis che uno in meno. E' un po' difficile che dall'avere qualcosa di più a costo zero il consumatore si senta "danneggiato". Adesso credo che il problema non possa neppure porsi in questi termini: semplicemente, l'accesso a Internet noi lo pretendiamo dal nostro sistema operativo, noi compriamo un pc per accedere a Internet perbacco!, non è più un passatempo fra tanti. La questione vera è un'altra: sono o non sono i produttori liberi di definire che cos'è il prodotto che essi vendono? Cioè, posso io scarparo dire che la scarpa che intendo vendere "contiene" anche i lacci, o no? Posso io produttore di computer vendere il mio laptop assieme ad un sistema operativo, perché mi sembra che quello sia il modo più appropriato e migliore per presentarlo al consumatore e incontrarne il favore? Posso io produttore di sistema operativo valutare che nel mio OS deve starci un browser integrato, e non uno strip poker, perché penso che sia questo che il mio consumatore vuole e desidera?
Rispondiamo pure di no, ma consci che non stiamo facendo "politica della concorrenza" ma semplicemente rigettando l'economia di mercato tout court.

giovedì 13 dicembre 2007

Fumo negli occhi...

La corte Ue impone all'Ente Tabacchi Italiano 20 milioni di euro di multa per un «cartello» organizzato con il colosso americano Philip Morris per tenere «artificialmente alto» il prezzo delle sigarette.
Ora, consideriamo che:
Nei Paesi UE, il livello medio dell'imposizione per le sigarette è pari a circa il 75% del prezzo di vendita al pubblico, sulla base di quanto previsto dalla legislazione comunitaria.
Attualmente in Italia prezzo medio di vendita di un pacchetto di sigarette viene ripartito come segue:
- il 58,5% è costituito dall'accisa sul tabacco;
- il 16,7% è l'incidenza dell'IVA (che con aliquota ordinaria del 20% viene applicata sulla somma del margine ai produttori, dell'aggio ai rivenditori e sull'accisa);
- il 10% è il compenso (aggio) riconosciuto ai rivenditori (tabaccai);
- il 14,8% è il margine riconosciuto al produttore. (fonte: Bat Italia)

Più di tre quarti del prezzo di un pacchetto sono costituiti da tasse, fortemente caldeggiate dall'Unione Europea: in ogni pacchetto da venti, quindici le paghiamo allo stato, e solo cinque a produttori e distributori...
Crediamo davvero che l'Ue stia dalla parte del consumatore, ed abbia qualche titolo per condannare il perfido cartello del tabacco che cerca di alzare il prezzo delle sigarette?

mercoledì 31 ottobre 2007

Editoria & Poste: è meritorio il messaggio o il medium?

Come è stato ricordato da Rosamaria Bitetti in questo blog, l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha segnalato due settimane fa al governo il carattere anticoncorrenziale della disciplina vigente in materia di agevolazioni per l’editoria la quale prevede, in un segmento del mercato legalmente aperto alla concorrenza, tariffe postali scontate applicate sotto forma di contributi statali destinati esclusivamente a favore di Poste Italiane. Accedono storicamente al regime agevolato, oltre ai prodotti editoriali, anche le associazioni ed organizzazioni senza fini di lucro e gli invii propagandistici dei candidati alle elezioni.
Riflettendo su questo tema una domanda sorge spontanea: se i prodotti editoriali sono meritori, perché lo stato impone tariffe agevolate alle Poste che li recapitano ma non prezzi scontati alle tipografie che li stampano e margini ridotti agli edicolanti che ne distribuiscono la maggior quantità? E’ meritorio il messaggio o solo lo specifico medium distributivo? Se le attività del settore no profit sono meritorie, perché lo stato impone tariffe agevolate per i loro invii postali e non prezzi scontati quando si approvvigionano di altri beni e servizi assai più essenziali per la loro attività? La risposta è ovvia: gli altri fornitori fanno parte, nei due esempi, del mercato ed è il mercato che regola i loro prezzi; i servizi postali no: di stato pur sempre si tratta e quindi è legittimo derogare dalle leggi di mercato e chiedere/concedere prezzi politici.
Il problema delle tariffe postali agevolate in Italia nasce dal fatto che nessuno, neppure gli editori più liberali, crede (ancora) al mercato dei servizi postali e all’idea che Poste Italiane debba essere una normale azienda di mercato. Se fosse vero il contrario, nessuno oserebbe più chiedere tariffe politiche. Come fare per ribaltare la convinzione? E’ semplice: liberalizzare il mercato postale e privatizzare il recapito di Poste Italiane. Una grande riforma come questa, opponendo le regole del mercato alle richieste delle categorie interessate, renderebbe superflua l’esigenza di fare la piccola riforma delle tariffe agevolate per l’editoria.

sabato 20 ottobre 2007

Antitrust: basta girare a Poste Italiane i sussidi per l'editoria

L'Autorità garante per la concorrenza ed il mercato sta svolgendo un' indagine conoscitiva sul mezzi d'informazione della stampa quotidiana, periodica e multimediale. A conclusione della prima parte dell'indagine, a luglio, ha sottolineato come il sistema degli incentivi, così come la regolamentazione del settore, siano altamente distorsivi del mercato. Oggi, bacchetta il tentativo di far passare in finanziaria un altro rinnovo del regime a sostegno all'editoria e ai settori no-profit. Nel comunicato stampa odierno «l'Autorità ricorda che a Poste Italiane viene riconosciuta annualmente una compensazione per le tariffe postali scontate applicate alle spedizioni di prodotti editoriali eper il settore no-profit. Si tratta di un meccanismo che determina un'evidente e grave distorsione concorrenziale: operatori postali diversi da Poste Italiane non sono infatti in grado di praticare offerte competitive agli editori e agli enti no-profit per questo tipodi prestazione. Attraverso la normativa vigente, si è quindi sottratto di fatto al mercato uno spazio di attività che di diritto sarebbe liberalizzato». Ovviamente, chi crede nel mercato pensa che ogni forma di sussidio qualsiasi attività, per quanto meritevole, non sia né benefica né necessaria. Ma trasformare un agevolazione all'editoria in un sussidio ad un'impresa ancora, ricordiamolo, parzialmente pubblica, è doppiamente scorretto, in un mercato che attraversa una difficoltosa liberalizzazione. Meglio sarebbe, se pure, assegnare direttamente gli aiuti agli editori ed agli enti no-profit, e permettergli di spenderli con un operatore postale a loro scelta…

mercoledì 17 ottobre 2007

Lavoce.info sul caso Microsoft

Lavoce.info ha pubblicato un utile contributo di Vincenzo Denicolò sulla sostanziale obliterazione, da parte del tribunale di prima istanza, della decisione della Commissione europea su Microsoft. E' un tema del quale ci siamo occupati sia su questo blog, sia altrove, e non è il caso di ritornare sugli argomenti che all'Istituto Bruno Leoni ci paiono sensati e ragionevoli - e che invece non godono di molta fortuna, in sede europea.
L'articolo di Denicolò parte da premesse diverse da quelle di chi ha difeso Microsoft leggendo le teorie della concorrenza come se fossero, fondamentalmente, "teorie della giustizia" (ovvero pensando che in una certa misura vi sia una "teoria del titolo valido" che si applica anche alle quote di mercato - scusate la rozzezza dell'approssimazione). Tuttavia, sostiene che "la tutela della concorrenza e della proprietà intellettuale hanno, o dovrebbero avere, lo stesso obiettivo: garantire agli innovatori un livello di remunerazione appropriato a stimolare l’attività innovativa senza però escludere i consumatori dai benefici delle innovazioni". Se questo è per Denicolò l'orizzonte ideale, basandosi su una valutazione di ciò che è stato fatto nel caso Microsoft egli arriva in fretta a stilare la lista dei prossimi bersagli nel mirino della Commissione europea: "È facile stilare l’elenco dei prossimi possibili bersagli: Apple, Ibm, Qualcomm, Intel. Un elenco che ricalca pericolosamente quello delle imprese più innovative nei rispettivi settori".
Nel caso di Qualcomm (l'indagine è aperta), l’UE parla di abuso di posizione dominante perché Qualcomm chiederebbe troppe royalty per l’utilizzo del suo brevetto. E' interessante scorrere la lista delle imprese che hanno sollecitato l’indagine: vi si trovano quattro clienti di Qualcomm, fabbricanti di telefonini, e due competitori di Qualcomm, nel mercato dei chip. Il parallelo con il caso Microsoft ("mosso" da concorrenti che cercavano rivalsa) è evidente.
Oltre all'articolo di Denicolò, sono interessanti i commenti dei lettori (lo sono sempre, a dire il vero, su Lavoce). Gli argomenti dell'autore non sono stati ben ricevuti. E da più parti si vanta la migliore qualità del software libero.
Non so se sia un fenomeno prettamente italiano, ma è surreale che anche una questione complessa come questa venga ridotta a derby di calcio: la squadra del software libero contro la squadra del software proprietario, i piccoli developers contro le grandi multinazionali. In realtà i due fenomeni coesistono senza grossi problemi. Come ha ricordato Richard Epstein, tutti i sistemi di tutela della proprietà intellettuale sono composti di un mix di commons e diritti di proprietà invece stringentemente regolati. Parlando di Microsoft a Bruxelles, poi, si arriva molto vicino a discutere di segreti industriali, che reggono (reggerebbero) anche in assenza di un sistema (gestito dagli Stati) di tutela di diritti di sfruttamento monopolistico delle innovazioni.
Non c'è nulla di facile in questi problemi, e strizzarli in un post è di per sè riduttivo. Ma a leggere certi commenti sembra quasi che il fatto che Explorer sia inserito in Windows leda la libertà degli utenti di scaricarsi Firefox. Da utente Apple che scrive questo blog in una tag di "Camino", vi assicuro che non è così.
Le questioni che pone Denicolò sono molto più appropriate. Non mettono piede sul terreno della giustificazione delle teorie della concorrenza (anche se l'autore offre una prospettiva interessante, sull'intersezione di tutela della competizione e regimi di proprietà intellettuale). Ma cercano di soppesare le concorrenze dell'approccio di Bruxelles. E' vero o non è vero che le imprese che fanno innovazione sono disincentivate dal continuare a farla, nel nostro continente, dal momento che chi sul mercato arranca può rifarsi per via "europea"?
E' questa la domanda a cui rispondere. E non basta a salvarci la coscienza aggrapparci all'idea romantica per cui l'innovazione si consuma spesso e volentieri in aziende piccole, sul piano dimensionale. Perché in discussione non è il loro diritto di essere e restare piccole - e lo è solo in parte il loro diritto di provare a crescere. Il vero diritto che è in discussione è la libertà dei consumatori, di confrontarsi con una offerta che non sia manipolata politicamente.

martedì 18 settembre 2007

Caso Microsoft: concorrenza o potere

La bocciatura del ricorso di Microsoft al Tribunale di prima istanza significa molte cose. Per gli azionisti di Microsoft, significa dover drenare risorse dagli investimenti, per collocarle sotto la voce "guai con la giustizia". Per le imprese innovative ed i consumatori, significa quello che ha ricordato Massimiliano Trovato. Per i competitori che non riescono a vincere sul mercato, vuol dire - come ha ben spiegato sul Wall Street Journal Ronald Cass - avere ormai la certezza che per battere i più bravi, in Europa, è meglio spendere in avvocati che in ricerca e sviluppo. Per i lettori italiani, vuol dire prepararsi a leggere una valanga di interviste a Mario Monti - uomo non privo di un certo talento per l'autocelebrazione.
Il primo ad intervistarlo è il Corriere della sera, direi giustamente, visto che il quotidiano di Via Solferino ha fatto in questi anni su Monti un investimento importante: sia come commentatore che come riserva della Repubblica, visto che credo lo abbiano candidato a tutto, eccezion fatta (forse) per la presidenza dell'associazione Marinai d'Italia di Sesto San Giovanni.
Interrogato da Dario Di Vico, Monti ritorna su cose che ha già detto in passato e chiarisce i termini della questione. Il primo punto, fondamentale, è quello riassunto dal titolo ("L'Europa è un potere forte"). Dice Monti:
Dimostrando di saper agire anche nei confronti delle grandi aziende del Paese più potente si dimostra che la politica della concorrenza non è un'ideologia che punta a sacrificare i bastioni dell'impresa europea, ma tutela i consumatori europei a 360 gradi. L'Europa è un grande mercato del quale nessun colosso al mondo può fare a meno. La Ge o la Microsoft sono costrette a fare i conti con la Commissione perché non possono permettersi di non essere presenti sul mercato europeo. E ciò dimostra che anche questa è la vera forza dell'Europa unita e non solo il valore delle sue imprese produttive.
In un'intervista in cui l'ex Commissario avrebbe dovuto spiegare come l'Antitrust Ue "non punisce le aziende" ma "restituisce lo scettro ai consumatori", è un'ammissione paradossale. Ma che risplende in tutta la sua chiarezza nello scambio successivo, con Di Vico.
E Nicolas Sarkozy che l'ha voluta nella suo board di consulenti cosa penserà di questa sentenza?
Se fossi un francese sarei orgoglioso di un'Europa che sa farsi rispettare Oltreatlantico.
Riepiloghiamo il senso delle due risposte estrapolate dall'intervista: (1) la "forza dell'Europa" più che nell'insieme "delle sue imprese produttive" sta nel lobbismo regolatorio della Commissione (grandi multinazionali Usa "sono costrette a fare i conti con la Commissione perché non possono permettersi di non essere presenti sul mercato europeo"). Il che, fra parentesi, ci spiace per il Professor Monti, ma equivale ad ammettere che la Commissione interpreta l'antitrust come un surrogato della politica industriale (cosa che Monti stesso, poche righe prima, si affaticava a smentire, salvo smentirsi elegantemente da solo); (2) un Commissario che sa "farsi rispettare Oltreatlantico", in un continente caratterizzato da protezionismo ed antiamericanismo, sta accumulando capitale politico. Mal che vada, l'età della pensione è allietata dalle allegre sessioni della Commissione Attali.
Ricapitolando: l'Europa è un potere forte, ma sfortunatamente privo di cannoni. La tutela della concorrenza può fare le veci della politica estera - basta colpire opportunamente aziende che battono bandiera nemica.
Il resto dell'intervista è propaganda nemmeno troppo argomentata. Solo un'ultima considerazione. Sul bundling, Monti dice che è "vero che quando si acquista un auto si trovano già dentro radio e accendino ma non c'è nessun costruttore di auto che abbia il 96% del mercato", e giustifica la sanzione del bundling in nome del disincentivo ad entrare in un mercato che la sola esistenza di posizioni dominanti produrrebbe. Nel sottotitolo dell'intervista, si legge che "la regolazione dei mercati serve a dare lo scettro ai consumatori".
Ecco, il fatto che un ex Commissario europeo non sappia o non si sia reso conto che quella situazione dominante, quel 96%, è precisamente il risultato non dell'arbitrio dei regolatori ma delle libere scelte quotidiane dei consumatori, mi sembra grave.