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sabato 15 dicembre 2007

Microsoft, la storia si ripete in farsa

Microsoft ebbe i suoi buoni guai con l'Antitrust americano, per il bundling di Internet Explorer all'interno del suo sistema operativo. Netscape, l'operatore che all'epoca faceva la parte del leone fra i software per accedere ad Internet, riteneva una seria minaccia competitiva il fatto che l'impresa di Redmond non solo lanciasse un proprio browser nel mercato, ma lo inserisse a pieno titolo all'interno di Windows.
Il procedimento è stato intenso e appassionante, ma il teorema dell'accusa si è un po' sfarinato, al cospetto dell'evoluzione dei mercati. Cioè (1) i competitori non sono del tutto spariti di piazza: anzi (e sono molto migliorati di qualità: parola di un fedele utilizzatore di Firefox); (2) l'intuizione di base di Microsoft era giusta. L'utilizzo di Internet non è "altro" dal nostro avere un Pc: è parte integrante di qualsiasi funzione noi si pretenda di svolgere con un computer. Pertanto, l'inserimento di un browser nel sistema operativo, che permetta di inserire la spina e navigare sul web, migliora - e di molto! - la vita dell'utente.
Ora le stesse accuse di dieci anni fa vengono riproposte, un po' fuori tempo massimo, da Opera.
La cosa più curiosa mi sembra essere la dichiarazione di Jon von Tetzchner, CEO di Opera Software:
Abbiamo presentato questo esposto a nome di tutti i consumatori che si sono stancati di avere un monopolista che fa scelte per loro. Oltre a promuovere la libertà di scelta dei singoli consumatori, siamo impegnati negli standard Web aperti e nell'innovazione cross-platform. Non ci riposeremo finché non avremo fornito giuste ed eque opzioni di scelta ai consumatori di tutto il mondo.
Ora, la distinzione consumatori-produttori è sicuramente porosa (ognuno è consumatore di qualche cosa, e produttore di qualcosa d'altro) ma che dica di portare avanti un esposto "a nome dei consumatori di tutto il mondo uniti" l'amministratore delegato di una delle imprese che trarrebbe beneficio dall'accoglimento delle sue proteste, va ben oltre qualsiasi soglia minima di pudore.
Quando parlavamo di queste cose, alcuni anni fa, tendevano a ricordare al lettore che dopotutto è meglio avere un software in più gratis che uno in meno. E' un po' difficile che dall'avere qualcosa di più a costo zero il consumatore si senta "danneggiato". Adesso credo che il problema non possa neppure porsi in questi termini: semplicemente, l'accesso a Internet noi lo pretendiamo dal nostro sistema operativo, noi compriamo un pc per accedere a Internet perbacco!, non è più un passatempo fra tanti. La questione vera è un'altra: sono o non sono i produttori liberi di definire che cos'è il prodotto che essi vendono? Cioè, posso io scarparo dire che la scarpa che intendo vendere "contiene" anche i lacci, o no? Posso io produttore di computer vendere il mio laptop assieme ad un sistema operativo, perché mi sembra che quello sia il modo più appropriato e migliore per presentarlo al consumatore e incontrarne il favore? Posso io produttore di sistema operativo valutare che nel mio OS deve starci un browser integrato, e non uno strip poker, perché penso che sia questo che il mio consumatore vuole e desidera?
Rispondiamo pure di no, ma consci che non stiamo facendo "politica della concorrenza" ma semplicemente rigettando l'economia di mercato tout court.

mercoledì 17 ottobre 2007

Lavoce.info sul caso Microsoft

Lavoce.info ha pubblicato un utile contributo di Vincenzo Denicolò sulla sostanziale obliterazione, da parte del tribunale di prima istanza, della decisione della Commissione europea su Microsoft. E' un tema del quale ci siamo occupati sia su questo blog, sia altrove, e non è il caso di ritornare sugli argomenti che all'Istituto Bruno Leoni ci paiono sensati e ragionevoli - e che invece non godono di molta fortuna, in sede europea.
L'articolo di Denicolò parte da premesse diverse da quelle di chi ha difeso Microsoft leggendo le teorie della concorrenza come se fossero, fondamentalmente, "teorie della giustizia" (ovvero pensando che in una certa misura vi sia una "teoria del titolo valido" che si applica anche alle quote di mercato - scusate la rozzezza dell'approssimazione). Tuttavia, sostiene che "la tutela della concorrenza e della proprietà intellettuale hanno, o dovrebbero avere, lo stesso obiettivo: garantire agli innovatori un livello di remunerazione appropriato a stimolare l’attività innovativa senza però escludere i consumatori dai benefici delle innovazioni". Se questo è per Denicolò l'orizzonte ideale, basandosi su una valutazione di ciò che è stato fatto nel caso Microsoft egli arriva in fretta a stilare la lista dei prossimi bersagli nel mirino della Commissione europea: "È facile stilare l’elenco dei prossimi possibili bersagli: Apple, Ibm, Qualcomm, Intel. Un elenco che ricalca pericolosamente quello delle imprese più innovative nei rispettivi settori".
Nel caso di Qualcomm (l'indagine è aperta), l’UE parla di abuso di posizione dominante perché Qualcomm chiederebbe troppe royalty per l’utilizzo del suo brevetto. E' interessante scorrere la lista delle imprese che hanno sollecitato l’indagine: vi si trovano quattro clienti di Qualcomm, fabbricanti di telefonini, e due competitori di Qualcomm, nel mercato dei chip. Il parallelo con il caso Microsoft ("mosso" da concorrenti che cercavano rivalsa) è evidente.
Oltre all'articolo di Denicolò, sono interessanti i commenti dei lettori (lo sono sempre, a dire il vero, su Lavoce). Gli argomenti dell'autore non sono stati ben ricevuti. E da più parti si vanta la migliore qualità del software libero.
Non so se sia un fenomeno prettamente italiano, ma è surreale che anche una questione complessa come questa venga ridotta a derby di calcio: la squadra del software libero contro la squadra del software proprietario, i piccoli developers contro le grandi multinazionali. In realtà i due fenomeni coesistono senza grossi problemi. Come ha ricordato Richard Epstein, tutti i sistemi di tutela della proprietà intellettuale sono composti di un mix di commons e diritti di proprietà invece stringentemente regolati. Parlando di Microsoft a Bruxelles, poi, si arriva molto vicino a discutere di segreti industriali, che reggono (reggerebbero) anche in assenza di un sistema (gestito dagli Stati) di tutela di diritti di sfruttamento monopolistico delle innovazioni.
Non c'è nulla di facile in questi problemi, e strizzarli in un post è di per sè riduttivo. Ma a leggere certi commenti sembra quasi che il fatto che Explorer sia inserito in Windows leda la libertà degli utenti di scaricarsi Firefox. Da utente Apple che scrive questo blog in una tag di "Camino", vi assicuro che non è così.
Le questioni che pone Denicolò sono molto più appropriate. Non mettono piede sul terreno della giustificazione delle teorie della concorrenza (anche se l'autore offre una prospettiva interessante, sull'intersezione di tutela della competizione e regimi di proprietà intellettuale). Ma cercano di soppesare le concorrenze dell'approccio di Bruxelles. E' vero o non è vero che le imprese che fanno innovazione sono disincentivate dal continuare a farla, nel nostro continente, dal momento che chi sul mercato arranca può rifarsi per via "europea"?
E' questa la domanda a cui rispondere. E non basta a salvarci la coscienza aggrapparci all'idea romantica per cui l'innovazione si consuma spesso e volentieri in aziende piccole, sul piano dimensionale. Perché in discussione non è il loro diritto di essere e restare piccole - e lo è solo in parte il loro diritto di provare a crescere. Il vero diritto che è in discussione è la libertà dei consumatori, di confrontarsi con una offerta che non sia manipolata politicamente.

martedì 18 settembre 2007

Caso Microsoft: concorrenza o potere

La bocciatura del ricorso di Microsoft al Tribunale di prima istanza significa molte cose. Per gli azionisti di Microsoft, significa dover drenare risorse dagli investimenti, per collocarle sotto la voce "guai con la giustizia". Per le imprese innovative ed i consumatori, significa quello che ha ricordato Massimiliano Trovato. Per i competitori che non riescono a vincere sul mercato, vuol dire - come ha ben spiegato sul Wall Street Journal Ronald Cass - avere ormai la certezza che per battere i più bravi, in Europa, è meglio spendere in avvocati che in ricerca e sviluppo. Per i lettori italiani, vuol dire prepararsi a leggere una valanga di interviste a Mario Monti - uomo non privo di un certo talento per l'autocelebrazione.
Il primo ad intervistarlo è il Corriere della sera, direi giustamente, visto che il quotidiano di Via Solferino ha fatto in questi anni su Monti un investimento importante: sia come commentatore che come riserva della Repubblica, visto che credo lo abbiano candidato a tutto, eccezion fatta (forse) per la presidenza dell'associazione Marinai d'Italia di Sesto San Giovanni.
Interrogato da Dario Di Vico, Monti ritorna su cose che ha già detto in passato e chiarisce i termini della questione. Il primo punto, fondamentale, è quello riassunto dal titolo ("L'Europa è un potere forte"). Dice Monti:
Dimostrando di saper agire anche nei confronti delle grandi aziende del Paese più potente si dimostra che la politica della concorrenza non è un'ideologia che punta a sacrificare i bastioni dell'impresa europea, ma tutela i consumatori europei a 360 gradi. L'Europa è un grande mercato del quale nessun colosso al mondo può fare a meno. La Ge o la Microsoft sono costrette a fare i conti con la Commissione perché non possono permettersi di non essere presenti sul mercato europeo. E ciò dimostra che anche questa è la vera forza dell'Europa unita e non solo il valore delle sue imprese produttive.
In un'intervista in cui l'ex Commissario avrebbe dovuto spiegare come l'Antitrust Ue "non punisce le aziende" ma "restituisce lo scettro ai consumatori", è un'ammissione paradossale. Ma che risplende in tutta la sua chiarezza nello scambio successivo, con Di Vico.
E Nicolas Sarkozy che l'ha voluta nella suo board di consulenti cosa penserà di questa sentenza?
Se fossi un francese sarei orgoglioso di un'Europa che sa farsi rispettare Oltreatlantico.
Riepiloghiamo il senso delle due risposte estrapolate dall'intervista: (1) la "forza dell'Europa" più che nell'insieme "delle sue imprese produttive" sta nel lobbismo regolatorio della Commissione (grandi multinazionali Usa "sono costrette a fare i conti con la Commissione perché non possono permettersi di non essere presenti sul mercato europeo"). Il che, fra parentesi, ci spiace per il Professor Monti, ma equivale ad ammettere che la Commissione interpreta l'antitrust come un surrogato della politica industriale (cosa che Monti stesso, poche righe prima, si affaticava a smentire, salvo smentirsi elegantemente da solo); (2) un Commissario che sa "farsi rispettare Oltreatlantico", in un continente caratterizzato da protezionismo ed antiamericanismo, sta accumulando capitale politico. Mal che vada, l'età della pensione è allietata dalle allegre sessioni della Commissione Attali.
Ricapitolando: l'Europa è un potere forte, ma sfortunatamente privo di cannoni. La tutela della concorrenza può fare le veci della politica estera - basta colpire opportunamente aziende che battono bandiera nemica.
Il resto dell'intervista è propaganda nemmeno troppo argomentata. Solo un'ultima considerazione. Sul bundling, Monti dice che è "vero che quando si acquista un auto si trovano già dentro radio e accendino ma non c'è nessun costruttore di auto che abbia il 96% del mercato", e giustifica la sanzione del bundling in nome del disincentivo ad entrare in un mercato che la sola esistenza di posizioni dominanti produrrebbe. Nel sottotitolo dell'intervista, si legge che "la regolazione dei mercati serve a dare lo scettro ai consumatori".
Ecco, il fatto che un ex Commissario europeo non sappia o non si sia reso conto che quella situazione dominante, quel 96%, è precisamente il risultato non dell'arbitrio dei regolatori ma delle libere scelte quotidiane dei consumatori, mi sembra grave.

lunedì 17 settembre 2007

Fool Monti Kills Bill Reloaded

Il giorno del giudizio per Microsoft è dunque arrivato. Ed è un giudizio tutt’altro che benevolo. Il Tribunale di Primo Grado dell’Unione Europea, esprimendosi sulla decisione del 2004 con cui la Commissione sanzionava il colosso di Redmond per abuso di posizione dominante, ha avallato pressoché integralmente le misure prese dall’allora commissario Mario Monti. In particolare, il giudice d’appello ha confermato la scenografica multa di 497 milioni di euro, ma – quel che è più grave – non ha sentito l’esigenza di portare alcuna innovazione ai due motivi al cuore del provvedimento del 2004.

In primo luogo, viene mantenuto l’obbligo di licenziare ai concorrenti le porzioni del codice sorgente di Windows che governano i protocolli di comunicazione – così da rimuovere gli ostacoli alla completa interoperabilità tra il sistema operativo ed il software dei concorrenti. La contraddizione con il ruolo riservato alla tutela della proprietà intellettuale in numerosi documenti UE è del tutto evidente. Ma v’è qualcosa di più: non si tratta tanto d’affermare la paternità di qualcosa che già noto, opzione la cui legittimità è invero ampiamente dibattuta, ma semplicemente di rispettare la libertà degli individui – e per estensione delle imprese – di tenere alcune informazioni per sé. Come è stato detto, parliamo della libertà dello chef di preservare i segreti delle proprie creazioni. Insomma, è questa una misura che ha più del rapimento di persona che non della vigilanza sulla concorrenza.

In secondo luogo, inoltre, la software-house dovrà continuare a distribuire copie di Windows sguarnite del lettore multimediale di famiglia, in modo tale da non intralciare l’emersione d’una concorrenza apprezzabile nel settore. Peccato che un espediente del genere contrasti, ancora una volta, con i fondamenti della teoria economica ed in particolare con un’adeguata comprensione della funzione imprenditoriale: che è proprio quella d’innovare, dando voce e venendo incontro ai desideri dei consumatori ed alle loro esigenze, ad esempio attraverso l’ideazione di nuovi prodotti o l’integrazione di nuove funzioni in quelli già esistenti.

Ciò non bastasse, si comparino le statistiche di vendita del Windows evirato ed il gradimento – per dire – di un programma come iTunes, irrinunciabile complemento del fenomeno iPod, o di un software versatile come Flash, che risiede alle fondamenta del frequentatissimo Youtube e dei suoi svariati emuli. Alla luce di tale confronto, si può affermare che il provvedimento sia stato inutile. Ma questa è solo la migliore delle ipotesi, perché tale giudizio trascura le implicazioni sul piano degl’incentivi all’innovazione. È poi utile osservare come la presa di posizione della Commissione tradisca la sempre più evidente trasfigurazione del diritto della concorrenza da strumento di tutela per i consumatori a ciambella di salvataggio per le imprese sconfitte.

Insomma, quella appena scritta a Bruxelles non è una bella pagina per l’Europa, che avrebbe bisogno di un’iniezione di liberismo e non della consueta dose di dirigismo in salsa brussellese: come ha ricordato Alberto Mingardi, “non si diventa l’economia basata sulla conoscenza più dinamica al mondo, come affermano gli obiettivi di Lisbona, se diritto e politica ignorano mercati e innovazione”.

* Il titolo del post è un plagio di questo paper di Roberto Pardolesi ed Andrea Renda. Hat tip: Rosamaria Bitetti.

venerdì 14 settembre 2007

Microsoft: il punibile e l'intoccabile

Tra pochi giorni, come prontamente ricordato da Massimiliano Trovato, la vicenda Microsoft approderà ad una conclusione. Si vocifera che in virtù della sentenza, il colosso sarà obbligato a difforndere parte dei suoi codici da un lato e libero di agire sul versante del bundling dall'altro. Disastro. Nel male si realizzerà il peggio.

Se c'è una cosa, che almeno dal punto di vista teorico, poteva trovare sostegno e dunque essere considerata come punibile, questa era il bundling. Se infatti il mercato, come ripetuto più volte, ha dimostrato di aver minimizzato i potenziali effetti negativi della vendita a prezzo zero del lettore multimediale in combinata con il sistema operativo; è comunque vero che il bundling - di per sé - può provocare effetti negativi (di carattere dinamico) al percorso evolutivo dei mercati e della pressione competitiva. Dunque, sempre spaziando nel mondo ipotetico dei ceteris paribus e della concorrenza potenziale, se qualche cosa di punibile in tutta la vicenda ci fosse anche stata, questa sarebbe stata il bundling.

Ciò che invece non andrebbe mai toccato o minacciato è la proprietà intellettuale. Questo sarebbe un colpo maldestro dalle conseguenze irreparabili. Obbligare Microsoft a diffondere i codici equivarrebbe a praticare un foro al serbatoio del capitalismo. Ed intralciare il passo al capitalismo, non mi sembra sia tra le priorità delle Istituzioni Europee preposte alla tutela della concorrenza.

sabato 8 settembre 2007

Microsoft: il giorno del giudizio

Il count down è cominciato: il 17 settembre il Tribunale di Primo Grado si pronuncerà sul provvedimento del 2004 con cui la Commissione Europea ha condannato Microsoft a distribuire una versione di Windows sprovvista del Media Player, la cui annessione al sistema operativo avrebbe ostacolato lo sviluppo di players concorrenti, ed a rilasciare ai competitori le specifiche dei protocolli di comunicazione integrati in Windows, la cui segretezza avrebbe garantito al gigante di Redmond la possibilità d'estendere il suo dominio al mercato dei server; ed a staccare, incidentalmente, un assegnino di 497 milioni di euri.

Il tema è stato al centro d'un incontro IBL che ha visto la partecipazione di Alberto Mingardi, Federico Vasoli e Paolo Zanetto. (I loro interventi sono disponibili sul nostro sito per il download e la riproduzione con uno qualsiasi dei numerosissimi player multimediali disponibili sul mercato, a riprova della rara lungimiranza di Mario Monti.)

Difficile azzardare previsioni, sebbene alcuni media abbiano ipotizzato un 1-1 con Microsoft vincente in merito alla questione del bundling, e soccombente in relazione al tema dell'interoperabilità. E non sono mancate le speculazioni sul canto del cigno di Bo Vesterdorf, presidente del Tribunale, che lascerà l'incarico all'indomani della sentenza.

La rilevanza del verdetto non può però essere sovrastimata, perché si tratta di un primo riscontro giurisdizionale sull'adeguatezza delle misure del 2004*, e perché da essa dipenderà l'evoluzione del diritto della concorrenza nel vecchio continente.

Temi quali la possibilità per le imprese d'innovare, la libertà di determinare le proprie strategie commerciali, le esigenze di tutela dei segreti industriali, riceveranno a seguito della decisione della Corte un restatement il cui orientamento marcherà necessariamente la cifra dei prossimi interventi dei mastini della concorrenza di stanza a Bruxelles.

Non resta dunque che sperare che prevalga la saggezza di chi ritiene la regolamentazione antitrust un baluardo contro le ingessature del mercato e non un paracadute per le imprese
castigate dai consumatori.

APPROFONDIMENTI

Alberto Mingardi e Paolo Zanetto si sono occupati della vicenda in tre Briefing Papers:
Antitrust: il nuovo attacco alla libertà d'impresa
Super Mario contro Microsoft: cronaca di una condanna annunciata
L'evoluzione del "caso Microsoft"

Un loro recente Focus analizza, inoltre, l'ultimo Statement of Objections della Commissione, verosimile preludio ad una nuova controversia:
Bruxelles contro Microsoft: ultimo atto?

* Giova ricordare che mentre negli Stati Uniti il Department of Justice istruisce la causa ma la giurisdizione spetta al giudice ordinario, in Europa la Commissione ha la responsabilità di entrambe le funzioni.