mercoledì 21 maggio 2008
Meno tasse per il Sud
Via e-mail, ci è stato fatto notare che il Sud "è già una no tax region": perché in tanti non pagano le tasse. Ma un conto è un'evasione diffusa (che comunque "abbassa" i costi dell'operazione), altro trasformare la possibilità di essere esentati dalle imposte in uno strumento di attrazione di capitali.
Raccontata per sommi capi, la proposta (elaborata in "Liberare l'Italia. Manuale delle riforme per la XVI legislatura" da Piercamillo Falasca) prevede:
- un azzeramento delle imposte sul reddito delle imprese che investono in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna per 10 anni, anche per le imprese già ora presenti;
- per i 5 anni successivi, un livello d’imposta pari al 50 per cento dell’aliquota nazionale;
- l’istituzione di una flat tax del 10 per cento per i cittadini stranieri che decidano di porre la loro residenza in una regione del Sud Italia ma che producano il loro reddito prevalentemente all’estero, mutuando – con modifiche – l’esperienza britannica dei cosiddetti “non-dom”.
Ripeto. Nulla di tutto questo serve a liberare le strade di Napoli dalla monnezza, né mette alla sbarra mafia e camorra. Ma magari serve a dare al Sud un orizzonte diverso, una diversa prospettiva, una traiettoria di sviluppo. Non mi sembra poco.
domenica 16 marzo 2008
Vi sono rimedi alla razionale inefficienza della P.A. italiana?
Mentre le imprese private operanti sui mercati hanno necessità di comportarsi in maniera efficiente, di minimizzare i costi di produzione per poter remunerare attraverso il profitto i loro azionisti, le organizzazioni pubbliche sono obbligate dai politici che le controllano a sovradimensionare i fattori produttivi impiegati per permettere un uso discrezionale di quelli acquisiti in eccesso rispetto alle esigenze degli effettivi livelli produttivi (l'esempio più ovvio è l'assunzione di nullafacenti con tessera di partito). Pertanto, mentre nelle imprese è l'efficienza costo la fonte della remunerazione di chi le controlla, nelle organizzazioni pubbliche è l'inefficienza.
Se le organizzazioni pubbliche fossero efficienti, esse avvantaggerebbero i loro proprietari (i cittadini contribuenti) attraverso una minore pressione fiscale. I cittadini, tuttavia, non controllano le organizzazioni mentre coloro che lo fanno, i politici, non dispongono di diritti proprietari in grado di permettere una distribuzione ex post di dividendi; pertanto se desiderano 'remunerarsi' debbono farlo sottraendo o distogliendo risorse durante la gestione.
La causa appena indicata dell'inefficienza del settore pubblico implica un rimedio preciso: separare nettamente il ruolo della politica (che è quello di gestire il trade off tra i possibili obiettivi delle politiche pubbliche, di scegliere tra un menu di soluzioni realizzabili) e quello dell'amministrazione (che è di usare efficacemente le risorse a disposizione per realizzare le soluzioni che la politica ha scelto). Si può spiegare meglio con una metafora: il ruolo della politica è esattamente quello di un capocomitiva ad una gita, indicare la meta desiderata dai gitanti; il ruolo del capo dell'amministrazione è esattamente quello dell'autista dell'autobus. Se il capocomitiva si mette alla guida del pullman o pretende di scegliere un autista senza patente solo perchè gli è fedele, simpatico o pensa che gli permetterà tutte le soste e le deviazioni desiderate, gli esiti prevedibili sono disastrosi.
La separazione netta tra politica e amministrazione, congiunta ad una impermeabilizzazione dell'amministrazione alle pressioni illegittime della politica, è realizzabile attraverso tre provvedimenti:
1) Deministerializzare la spesa pubblica, togliendo il portafoglio a tutti i Ministeri. I Ministeri dovrebbero essere costituiti solo da: il gabinetto del Ministro, l'ufficio legislativo e un ufficio studi. I Ministeri avrebbero il compito esclusivo di proporre/definire le regole e proporre al Governo/Parlamento il budget per ogni specifica politica.
2) Il budget verrebbe invece affidato ad apposite agenzie di spesa, guidate da dirigenti di carriera, e caratterizzate da unicità di obiettivi (ad esempio, nel caso dell'Università, ad un'Agenzia per l'istruzione universitaria col compito di assegnare borse agli studenti per permetterne l'iscrizione ad Atenei estromessi dal recinto delle amministrazioni pubbliche, pur se organizzati sotto forme ancora pubblicistiche).
3) E' necessario attivare un'adeguata 'scuola guida' per gli autisti delle amministrazioni pubbliche.
Questa proposta riscuoterà ovviamente unanimità di dissensi tra le nostre forze politiche, tuttavia dovrebbe essere chiaro ai partiti che un settore pubblico efficiente è una condizione irrinunciabile per consentire al paese risultati adeguati nella competizione internazionale. Per rendere efficiente il settore pubblico è tuttavia necessario che siano dei 'tecnici' a guidare l'autobus, ovviamente verso le destinazioni che i politici avranno scelto in rappresentanza dei cittadini.
Se i partiti desiderano effettivamente far fare all'Italia qualche passo in avanti dovrebbero accettare di fare qualche passo indietro.
lunedì 10 marzo 2008
Un manuale per le riforme
È con questo spirito che l’Istituto Bruno Leoni ha presentato all’opinione pubblica, nei giorni scorsi, il proprio Manuale delle riforme per la XVI legislatura, un volume destinato a costituire - nelle nostre intenzioni - una sorta di programma chiavi in mano disponibile a chiunque voglia farlo proprio.
Un elenco, cioè, di soluzioni abbastanza efficaci da risultare politicamente appetibili, ma anche sufficientemente incisive da permettere - se attuate - quel cambio di rotta di cui il paese ha un così palese bisogno.
Il Manuale affronta i più rilevanti temi di politica economica con cui il prossimo governo si dovrà confrontare: dal destino del patrimonio pubblico alle improrogabili riforme fiscali, dall'esecuzione di un disegno organico di liberalizzazioni ai problemi più urgenti del lavoro, dagli enigmi legati alla crescita del Mezzogiorno agli accorgimenti indispensabili per agevolare l'innovazione e l'imprenditoria.
Si tratta, insomma, di un tentativo di enucleare tutte quelle misure volte, come abbiamo voluto ricordare sin dal titolo, a liberare l'Italia dalle innumerevoli zavorre che ne frenano lo sviluppo. Abbiamo pensato di riassumere le proposte più ficcanti in un elenco di dodici punti:
- Abolire la legge Finanziaria
- Semplificare il fisco
- Una no tax region al Sud
- Legge Biagi nella PA
- Un testo unico sul lavoro
- Abolizione dell’Inail
- No al valore legale del titolo di studio
- Finanziamento dell’educazione
- Concorrenza nella sanità
- Privatizzazioni
- Liberalizzare i servizi pubblici locali
- Certezza dell’autorizzazione
Alla stesura del Manuale hanno collaborato esperti del livello di Ugo Arrigo e Giuliano Cazzola, Giuseppe De Filippi e Giampaolo Galli, Giuseppe Pennisi e Michele Tiraboschi.
Le prime reazioni sono certamente incoraggianti. Non osiamo pensare che il nostro programma verrà immediatamente tradotto in azione politica, e forse questa non è neppure la sua funzione essenziale: viceversa, se esso continuera a fungere - prima e dopo il voto - da pungolo per una discussione informata, avrà svolto un ruolo davvero necessario.
Il testo integrale di “Liberare l’Italia. Manuale delle riforme per la XVI legislatura” è liberamente scaricabile dal sito dell'Istituto Bruno Leoni.

