giovedì 31 gennaio 2008

Horror vacui

Quanta fretta nei palazzi romani. Un extraterrestre che atterrasse all’ombra del Cupolone penserebbe che la capitale sia stata invasa dai milanesi. Da una settimana esatta, dal giorno della fragorosa caduta del governo Prodi, sono tutti presi da un’inspiegabile frenesia: e nessuno perde occasione di ribadire che non c’è un secondo da perdere. La mancanza di un governo – è il grido unanime – è un lusso che il Paese non può sostenere in un momento così delicato. (Non più di altri, diremmo. La sensazione è che ogni momento sia delicato quando cade un governo.) Persino il Professore – forse nell’ingenua speranza che ciò bastasse a salvargli la poltrona – ha ammonito nel suo canto del cigno che l’Italia non potrebbe permettersi – in questo frangente di «turbolenze economiche» (!) – un esecutivo monco o, peggio, assente.

La credenza diffusa è, insomma, che il Paese – in mancanza di una guida illuminata – potrebbe rimanere vittima di chissà quali catastrofi. Certo, sulla legittimazione di questa guida le parti sono distanti. La ricompattata Casa delle Libertà è persuasa – e non a torto – che il presente sia il migliore degli scenari possibili per le eventuali elezioni, e che ogni minuto che passa equivalga ad un elettore perso. Dunque non solo spinge per il voto, ma lo vuole anche subito. Domani stesso, potendo. Quanto all’altra metà dell’arco costituzionale, PD e soci condividono – se non l’ansia da prestazione dei berlusconiani – certo la pressione dell’astinenza dal potere. Si giocano tutte le proprie carte su un governicchio a breve scadenza: dopodiché Dio vedrà e provvederà. È sulla tempistica che le divisioni miracolosamente svaniscono: anche questa è casta, verrebbe da dire, ed un governo (altrui) è pur sempre meglio di nessun governo.

Aldilà degl'interessi di retrobottega, le preoccupazioni sono giustificate? Prendiamo la Somalia, che ha sperimentato una crisi di governo… di oltre quindici anni. In questo periodo, il paese è cresciuto sorprendentemente, come certificato persino dalla Banca Mondiale. In mancanza di governo (e regolamentazioni), un numero sorprendente d'imprenditori (e tra questi una considerevole percentuale di donne) ha finanziato la costruzione di strade, scuole ed ospedali, e sviluppato il miglior sistema di telecomunicazioni di tutta l’Africa. Certo, i problemi non mancano, e la situazione è tutt’altro che pacifica – come peraltro ovvio, dato che l’ultimo governo è stato deposto da una guerra civile e non da un poeta ceppalonese. I cosiddetti “signori della guerra” costituiscono una seria minaccia. Ma la frammentazione del potere rappresente un argine tuttora piuttosto solido alle loro rivendicazioni, a dispetto delle sciagurate manovre della comunità internazionale per ristabilire un governo centrale – indovinate chi finirebbe per entrarvi?

La Somalia è un esempio troppo lontano dall’Italia, si dirà. Prendiamo allora un caso certo meno ambizioso, ma più facilmente comparabile: quello del Belgio. Le notizie dal paese di Re Alberto hanno riempito i giornali nella seconda metà del 2007, dopo che un voto combattuto ha portato alla luce le grandi contraddizioni di un paese spaccato. La crisi si è risolta, se così si può dire, con la nomina di un governo di quelli che piacerebbero a Veltroni, da consumarsi preferibilmente entro il prossimo 23 marzo. Cos’è accaduto ai belgi, in quei sei mesi di smarrimento? Sorpresa: nulla di nulla: il sole ha continuato a sorgere su Bruxelles, nessuna epidemia si è diffusa nel paese, ed i netturbini hanno continuato a raccogliere la spazzatura – quel che a Napoli non riescono ad assicurare quattro livelli di governo ben piantati.

Ora, non c’illudiamo certo che la ricreazione durerà più di cinque minuti: ma è chiedere troppo che la litania dell’indispensabilità di lorsignori ci sia risparmiata fino a che non suoneranno la campanella?

lunedì 28 gennaio 2008

Inferno postale

Poste italiane sembra essere al collasso. E se sul Times l’amministratore delegato sfoggia un’impresa dai profitti appetitosi, in realtà sono le pagine di cronaca ad ospitare meglio le performances di Poste. Un’impresa a cui l’onere del servizio universale garantisce una riserva monopolistica e cospicui trasferimenti statali, ma che a questi compiti, sistematicamente, disattende. I casi sono ovunque: dai paesini del leccese alla metropoli milanese. Le lettere non arrivano, e la società civile è in subbuglio. Oggi, il Coordinamento nazionale piccoli comuni italiani chiede “le immediate dimissioni dell'intero vertice di Poste Italiane”, per “la situazione di autentico disagio sociale provocato dai sevizi o disservizi di Poste Italiane” “dalle valli alpine ai monti siciliani il disagio prodotto da Poste Italiane ai cittadini e' notevole come dimostrano le migliaia di proteste che arrivano quotidianamente al Coordinamento Piccoli Comuni”.
I Piccoli Comuni fanno appello, giustamente, ad un minimo di senso di responsabilità, nel chiedere l’alternanza ai vertici: ma non servirà a nulla, se non vengono rimosse quelle condizioni che impediscono il dispiegarsi della libera concorrenza. E se non si ripensa il servizio universale in un ottica meno onerosa, ma più realistica ed adatta alle nuove esigenze dei consumatori.

Lettera aperta ai verdi...

Carlo Stagnaro pubblica, su sito di Lew Rockwell, un’interessantissima lettera aperta a nome di Ron Paul, candidato alle presidenziali americane dal programma rivoluzionario ed autenticamente liberale, indirizzata agli ambientalisti europei. Potete leggerla qui.

sabato 26 gennaio 2008

Più italiani che europei

"Altro che agenda Giavazzi". "Servono nuove politiche pubbliche". "Difendere il modello sociale europeo". "Rimettere al giusto posto il parossismo finanziario". "Quanta stupida ironia per l'Iri dei panettoni abbiamo avuto negli anni Novanta" (sottinteso: che lo Stato faccia il pasticcere è cosa buona e giusta).
Mi sono 'sintonizzato' su nessuno.tv per ascoltare il convegno di quella che mi sembrava essere la Fondazione dei più avvertiti ed adulti fra i componenti il Partito democratico, e ho sentito queste cose.
Sintetizzo uno dei discorsi più "economici": la politica degli ultimi anni è stata viziata da un bipolarismo "cattivo" e "personalistico", frutto (ovviamente) della presenza di Berlusconi ma anche (e soprattutto) dalla smania di voler trasformare l'Italia seguendo un modello "anglosassone". Ciò era dovuto ad una lettura "ideologica e distorta" della caduta del muro di Berlino. Di lì sarebbe venuto un "consenso" drogato, orientato alla "finanziarizzazione estrema", che sta a monte della crisi attuale, alle "illusioni dell'economia della conoscenza", della "economia del tempo libero", dimenticandosi quanto erano belle le fabbriche e la classe operaia. Tale "consenso" segnerebbe il provincialismo di una cultura politica italiana "provinciale perché subalterna al pensiero dei neo-conservatori". L'intervento si è concluso con un elogio del proporzionale (e della prima repubblica), contro le tentazioni "della democrazia che decide".
Così Roberto Gualtieri, uno dei "saggi" del Pd, che ha parlato subito primo di Massimo D'Alema (e, fra parentesi, ha anche rintracciato nella politica monetaria della Bce un bastione del "modello sociale europeo": interessante incrociare questo commento, con le facce di chi chiede a gran voce un abbassamento dei tassi).
Che dire? Leggendo i giornali, guardando la televisione, sentendo la radio, non mi pare vi sia questo "pensiero unico". Se c'è, non è certo un pensiero unico liberista. E' poi difficile confondere una "lettura ideologica" del crollo del muro con l'unica possibile, che pure agli eredi del pci evidentemente non fa comodo: cioè il crollo di un modello politico basato sulla pianificazione, che mostra le sue crepe pure laddove è applicata in ambiti più circostanziati ma con risultati parimenti fallimentari.
Massimo D'Alema, nel suo intervento conclusivo, parlava di cortocircuito delle classi dirigenti ed incapacità di interpretare i grandi fenomeni. Evidentemente sono realtà che riscontra pure nelle proprie vicinanze.

ps: non che D'Alema sia stato tanto meglio. Mondo "indifeso verso le crisi finanziarie" e "tramonto dell'acritica accettazione del modello neo-liberista". Ancora, come fa a tramontare qualcosa che non è mai sorto? (si riscatta, va detto, quando almeno ammette che "la globalizzazione non è un gioco a somma zero")

UPDATE: qui il discorso di Gualtieri.

giovedì 24 gennaio 2008

20-20-20: Il numero fatale delle liberalizzazioni

Ieri la Commissione Europea ha ufficialmente lanciato la strategia con cui dà seguito al triplice obiettivo fissato dal Consiglio di primavera, cioè il mitico 20-20-20: 20 per cento meno consumi, 20 per cento meno emissioni, 20 per cento rinnovabili. Quello che pochi hanno rilevato è come questi obiettivi siano incompatibili con un sistema di liberalizzazioni. Con atto politico e vincolante, infatti, Bruxelles fissa la quantità di energia prodotta (20 per cento meno del tendenziale al 2020, cioè all'incirca il consumo attuale): questo si chiama pianificazione della domanda. Analogamente, dice che il 20 per cento del consumo primario (cioè il 40-50 per cento dell'elettrico) dovrà essere generato da fonti rinnovabili: e siamo al command & control. Naturalmente, fonti rinnovabili voglion dire sussidi, preferibilmente nella forma di obbligo di ritiro e tariffe incentivate: e siamo alla fissazione dei prezzi.

A questo punto, è normale chiedersi che senso abbia continuare a spaccarsi la testa con la separazione delle reti, l'apertura del mercato vincolato e quant'altro. I compagni commissari hanno indicato la strada che il popolo lavoratore seguirà per vivere in un mondo migliore, senza inquinamento capitalistico. Dasvidania a tutti.

Quando la posta non è prioritaria

Il collasso nel recapito al quale stiamo assistendo in questi giorni è l’epilogo di un percorso di gestione dell’azienda pubblica che ha risanato i conti mettendo da parte la core mission.
Come è possibile che Poste Italiane abbia un Ebit pari al 16% dei ricavi contro il 13% di TNT e il 5% dell’azienda tedesca se gli italiani non ricevono corrispondenze (solo 100 pezzi all'anno pro capite, un terzo della media europea), mentre le altre aziende sono colossi internazionali? Il gruppo Poste, caso unico nel panorama europeo, non ha più il recapito come core business, (nel 2006 ha conseguito ricavi per 10,4 miliardi nei servizi assicurativi e di bancoposta e solo per 5,4 nei servizi postali) ma ai privati che lo desiderassero è vietato entrare nel mercato.
Nel 1999, recependo la direttiva europea che avviava la liberalizzazione, il mercato in Italia è stato totalmente monopolizzato in favore dell'azienda pubblica e le concessioni agli operatori privati revocate. La conseguenza è che Poste Italiane è ancora monopolista di fatto nei segmenti in cui non lo è più di diritto e dopo che il regolatore ministeriale ha trasformato (nel 2006) tutte le corrispondenze in prioritarie, abolendo il francobollo ordinario, oggi la posta… ha smesso di arrivare.
(Commento pubblicato sul Sole XXIV Ore del 23 gennaio, p. 16)

martedì 22 gennaio 2008

Come spendere i soldi degli italiani.

Una vetrina digitale è importante per un paese a vocazione turistica, avrà pensato il ministro ai Beni Culturali Francesco Rutelli. Tanto importante da programmare di spendere 45 milioni di euro vampirizzati ai contribuenti, di spenderne effettivamente 7 per la realizzazione del sito internet http://www.italia.it/ . No, non cliccate sul link: non si aprirà nulla. Il portale, infatti, è stato chiuso dopo polemiche, indagini ministeriali, indecisioni ed incertezze nel teatrino dell’assurdo dei nostri politicanti. Che cosa resta? Ancora 38 milioni, “le risorse per riprendere il lavoro”, secondo il Capo dipartimento per l’Innovazione tecnologica, Ciro Esposito. E per generare un nuovo, dispendioso mostro.
Ma soprattutto, una perla che è rimbalzata in tutto il web, il messaggio promozionale di Rutelli, che mette anche bene in chiaro, per gl’aspiranti turisti, qual è il livello della conoscenza dell’inglese che possono aspettarsi dal Bel paese.



Esilarante, vero? 7 milioni ben spesi.

venerdì 18 gennaio 2008

In Francia è illegale spedire i libri gratis

Che di follie il mondo fosse pieno, è cosa nota. Che i cugini d’oltralpe non si tirassero indietro nella gara a chi riesce ad ideare il modo più assurdo per imbrigliare il mercato e penalizzare gli operatori migliori, è cosa che a noi italiani, che pur non siamo da meno, piace pensare.

Ma la vicenda che ha negli ultimi giorni visto protagonista la filiale francese di Amazon.com ha davvero del surreale. La nota libreria online, si è vista recentemente comminare una sanzione di mille euro al giorno, per un mese, per aver offerto ai suoi clienti la spedizione gratuita dei libri acquistati per un importo superiore ai 20 euro. La legge Lang è stata approvata negli anni 80 per difendere le librerie dalla pressione concorrenziale dei reparti lettura dei supermercati e di nuove formule di vendita, ed impone una quota massima di sconto praticabile, pari al 5 per cento. Secondo il tribunale di Versailles, il free shipping costituisce uno sconto nascosto, superiore a quello concesso, e quindi ha violato le regole della sana concorrenza, che, com’è noto, servono a tutelare i competitore meno bravi a soddisfare i consumatori piuttosto che questi ultimi.

Amazon ha però preferito pagare la multa, che sembra destinata ad innalzarsi scaduti i primi trenta giorni, piuttosto che abolire una formula giustamente apprezzata dai suoi clienti. Jeff Bezos, fondatore e chief executive dell’impresa, si è rivolto a loro, spiegandogli che "as unbelievable as it appears, the free delivery of Amazon.fr is threatened … France would be the only country in the world where the free delivery practiced by Amazon would be declared illegal", ed invitandoli a firmare una petizione per fermare questa follia.

giovedì 17 gennaio 2008

Là, dove nessun Antitrust è mai giunto prima

La signora Kroes indaga sulla farmaceutica europea. Potrebbe esserci un cartello. Perché? Perché la ricerca non produce buoni risultati.
Aspettiamo i risultati dell'indagine, ma per ora mi sembra chiaro che ci sarà da ridere. La Kroes parla di "artificiali barriere all'entrata" - espressione perlomeno curiosa, se applicata ad un settore in cui l'entrata è controllata sia dai processi autorizzativi dei nuovi prodotti, sia dalle decisioni, in termini di rimborsabilità, del maggior consumatore: lo Stato.
Altrettanto curiosa è l'idea di un cartello che serva a restringere l'offerta, nel senso di limitare la scoperta di nuove molecole. Ci sono molte ragioni per cui la farmaceutica sembra in crisi, ma che vi sia un accordo fra produttori per non dire al mondo che hanno trovato nuove cure (fonti d'introiti), per giunta a fronte di mastodontici investimenti iniziali, non è un'ipotesi molto frequentata.
Vi sono stati, in passato, casi Antitrust in cui si contestava una cartellizzazione fra produttori di medicine: per esempio per le forniture ospedaliere (imprese titolari di prodotti simili si accordano per non pestarsi i calli). Ma in quel caso, eravamo ancora nell'ambito (che all'Antitrust sta stretto) della verosimiglianza.