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martedì 15 gennaio 2008
L'Italia meno libera di Mongolia e Belize
Secondo il nuovo Index of Economic Freedom.
giovedì 22 novembre 2007
Ricordando Bruno Leoni
A quarant'anni dalla scomparsa di Bruno Leoni (1967-2007), l'IBL organizza un importante convegno a Moncalieri, la prossima settimana.
Sul Sole 24 Ore, Salvatore Carrubba ha scritto un interessante articolo in ricordo di Leoni. Lo stesso Sole ha pubblicato ampi stralci di uno degli editoriali leoniani inclusi in un volume di prossima uscita nella collana "Mercato, diritto e libertà". E' un micro-saggio bellissimo.
ps: per inciso, nel pezzo di Carrubba, che giustamente rammenta le condizioni di assoluta ostilità nella quale intellettuali come Leoni si dovevano muovere, in Italia, manca solo un tassello, che però mi sembra di importanza non indifferente. Cioè, un'analisi più che della sordità e del provincialismo della cultura italiana in generale, un'analisi della sordità e del provincialismo della cultura liberale in particolare. E' interessante notare - come fa Carrubba - che al momento della sua morte era tutt'altro che alla periferia dei dibattiti intellettuali. Della sua "rimozione", e in generale della marginalizzazione del liberalismo liberista che ha avuto per tanti anni dopo la morte di Leoni pressoché un solo campione (Sergio Ricossa), gli intellettuali "amici" e "liberali", costantemente tentati dallo statalismo, hanno qualche responsabilità o no?
Sul Sole 24 Ore, Salvatore Carrubba ha scritto un interessante articolo in ricordo di Leoni. Lo stesso Sole ha pubblicato ampi stralci di uno degli editoriali leoniani inclusi in un volume di prossima uscita nella collana "Mercato, diritto e libertà". E' un micro-saggio bellissimo.
ps: per inciso, nel pezzo di Carrubba, che giustamente rammenta le condizioni di assoluta ostilità nella quale intellettuali come Leoni si dovevano muovere, in Italia, manca solo un tassello, che però mi sembra di importanza non indifferente. Cioè, un'analisi più che della sordità e del provincialismo della cultura italiana in generale, un'analisi della sordità e del provincialismo della cultura liberale in particolare. E' interessante notare - come fa Carrubba - che al momento della sua morte era tutt'altro che alla periferia dei dibattiti intellettuali. Della sua "rimozione", e in generale della marginalizzazione del liberalismo liberista che ha avuto per tanti anni dopo la morte di Leoni pressoché un solo campione (Sergio Ricossa), gli intellettuali "amici" e "liberali", costantemente tentati dallo statalismo, hanno qualche responsabilità o no?
venerdì 13 luglio 2007
Liberalizzazioni. Cosa resta da fare?
E' disponibile la registrazione del convegno Liberalizzazioni. Cosa resta da fare?, organizzato dall'Istituto Bruno Leoni il 12 luglio 2007, in occasione del quale è stato presentato l'Indice delle liberalizzazioni 2007. Un ringraziamento a Radio Radicale.
mercoledì 11 luglio 2007
Indice delle liberalizzazioni
È online l'Indice delle liberalizzazioni 2007, che si propone di valutare il "grado di liberalizzazione" in otto settori strategici della nostra economia e della nostra economia in quanto tale - il risultato, 52 per cento, suggerisce che qualcosa abbiamo fatto, quando proprio ci hanno tirato per i capelli, ma ancora molto resta da fare. Bisogna riconoscere, tuttavia, che tale valore, come ogni media, nasconde eccellenze (l'elettricità, 72 per cento) e disastri (le poste, 38 per cento). In generale dice però che, all'Italia, le liberalizzazioni servono, eccome. Ne parliamo domani giovedì 12 luglio al convegno "Liberalizzazioni: cosa resta da fare", a Milano.
PS Dell'Indice hanno parlato, tra gli altri, il Sole 24 Ore, il Foglio, il Giornale e Libero Mercato.
PS Dell'Indice hanno parlato, tra gli altri, il Sole 24 Ore, il Foglio, il Giornale e Libero Mercato.
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domenica 8 luglio 2007
Un Dpef senza liberalizzazioni
Se il governo Prodi era partito, in termini di liberalizzazioni, con un timido passo nella direzione giusta, ormai le sorti dell'esecutivo sembrano giocarsi attorno a ben altri temi. Lo dimostra anche il Dpef 2008-2011, che - a differenza del Documento di programmazione economico-finanziaria dell'anno scorso - pare una mera chiosa sull'esistente, senza accenni ad alcuna delle riforme sostanziali di cui il paese ha bisogno. Anche quest'anno, l'IBL ha diffuso un Position Paper che analizza nel dettaglio il Dpef, evidenziandone gli spunti interessanti (pochi), le ambizioni mancate (tante), le ipotesi di policy che porterebbero l'Italia ancor più lontano dalla libertà economica, comunque la si voglia definire. In particolare, le liberalizzazioni, nel Dpef, semplicemente non ci sono. E se si tiene conto che il Dpef è, normalmente, un libro dei sogni rispetto al quale la finanziaria è un incubo, non oso immaginare dove ci possa portare un Documento che, perfino come sogno, lascia a desiderare.
giovedì 5 luglio 2007
Liberalizzazioni: a metà del guado
L'Indice delle liberalizzazioni realizzato dall'IBL dipinge - utilizzando anche una metodologia di carattere quantitativo - un Paese a metà del guado: che non assomiglia più all'Italia integralmente statizzata nei servizi pubblici e in larga parte della vita economica di tre decenni fa, ma che è ancora ben lontana dall'aver sposato una prospettiva integralmente liberale.
Ma siamo a metà del guado anche in un altro, e più importante, senso.
Il consenso crescente sull'esigenza di liberalizzare l'economia italiana (un consenso autentico, diffuso nelle varie categorie, ormai ben percepito anche da ampi settori del mondo politico) continua ad essere viziato dall'idea che liberalizzare sia importante ma soprattutto per "favorire i consumatori".
L'azione dell'Antitrust ma, più in generale, lo stesso senso comune interpretato dai media vedono insomma nelle liberalizzazioni uno strumento che aiuta David contro Golia, e che quindi può anche imporre l'abolizione dei costi di ricarica delle schede telefoniche o impedire contratti di esclusiva tra imprese assicurative e agenti. Si tratta di liberalizzazioni? Per nulla: ma di azioni demagogiche (e sbagliate) che vengono presentate come legittime perché toglierebbero ai forti per dare ai deboli.
Per certi aspetti, in questa rappresentazione delle liberalizzazioni (ben presente anche nei decreti Bersani) è come se le vecchie logiche del conflitto di classe tra operai e imprenditori fossero oggi riscritte lungo l'opposizione tra consumatori e produttori.
Ovviamente si tratta di un'impostazione inaccettabile, e non solo perché il diritto non può mai sposare un gruppo contro un altro, né è moralmente difendibile una visione della società che si basi su una contrapposizione preconcetta tra quanti producono e quanti consumano.
Sarebbe invece importante che si affermasse la convinzione che tutti noi siamo, al tempo stesso, produttori e consumatori, e che un ambiente giuridico più aperto e liberale ci favorisce in entrambe le nostre attività.
Ancor più importante, però, è che si imponga l'idea che liberalizzare è necessario per restituire piena libertà d'azione a chi vuole intraprendere. Dobbiamo tutti iniziare valorizzare l'imprenditore che è in noi, fino ad oggi soffocato dalle burocrazie pubbliche e dalle bardature corporative.
Se va difesa (certamente!) la libertà del consumatore che vuole spedire lettere o acquistare elettricità rivolgendosi a un piccolo produttore privato italiano oppure a una grossa multinazionale inglese (e non già dovendo dipendere dal solito inefficiente monopolista di Stato), ancor più urgente è che si comprenda l'urgenza morale di riforme che ridiano autonomia a quanti vogliono darsi da fare per "servire il popolo".
Non è uno slogan maoista: è la natura del mercato. Che è liberalizzato o non è.
Ma siamo a metà del guado anche in un altro, e più importante, senso.
Il consenso crescente sull'esigenza di liberalizzare l'economia italiana (un consenso autentico, diffuso nelle varie categorie, ormai ben percepito anche da ampi settori del mondo politico) continua ad essere viziato dall'idea che liberalizzare sia importante ma soprattutto per "favorire i consumatori".
L'azione dell'Antitrust ma, più in generale, lo stesso senso comune interpretato dai media vedono insomma nelle liberalizzazioni uno strumento che aiuta David contro Golia, e che quindi può anche imporre l'abolizione dei costi di ricarica delle schede telefoniche o impedire contratti di esclusiva tra imprese assicurative e agenti. Si tratta di liberalizzazioni? Per nulla: ma di azioni demagogiche (e sbagliate) che vengono presentate come legittime perché toglierebbero ai forti per dare ai deboli.
Per certi aspetti, in questa rappresentazione delle liberalizzazioni (ben presente anche nei decreti Bersani) è come se le vecchie logiche del conflitto di classe tra operai e imprenditori fossero oggi riscritte lungo l'opposizione tra consumatori e produttori.
Ovviamente si tratta di un'impostazione inaccettabile, e non solo perché il diritto non può mai sposare un gruppo contro un altro, né è moralmente difendibile una visione della società che si basi su una contrapposizione preconcetta tra quanti producono e quanti consumano.
Sarebbe invece importante che si affermasse la convinzione che tutti noi siamo, al tempo stesso, produttori e consumatori, e che un ambiente giuridico più aperto e liberale ci favorisce in entrambe le nostre attività.
Ancor più importante, però, è che si imponga l'idea che liberalizzare è necessario per restituire piena libertà d'azione a chi vuole intraprendere. Dobbiamo tutti iniziare valorizzare l'imprenditore che è in noi, fino ad oggi soffocato dalle burocrazie pubbliche e dalle bardature corporative.
Se va difesa (certamente!) la libertà del consumatore che vuole spedire lettere o acquistare elettricità rivolgendosi a un piccolo produttore privato italiano oppure a una grossa multinazionale inglese (e non già dovendo dipendere dal solito inefficiente monopolista di Stato), ancor più urgente è che si comprenda l'urgenza morale di riforme che ridiano autonomia a quanti vogliono darsi da fare per "servire il popolo".
Non è uno slogan maoista: è la natura del mercato. Che è liberalizzato o non è.
lunedì 2 luglio 2007
Un blog per parlare di liberalizzazioni
In un Paese come l'Italia, in cui la parola "mercato" continua a suscitare paura, le "liberalizzazioni" sono paradossalmente popolari. Questo vecchio sondaggio di "Repubblica" racconta di un tasso di approvazione per le iniziative del ministro Bersani superiore al 60%. Anche Lorenzo Miozzi del Movimento consumatori, in questa dichiarazione, ricorda giustamente come i maghi dei sondaggi siano generalmente d'accordo, sul fatto che le liberalizzazioni abbiano prodotto consenso per l'esecutivo. Eppure, aggiunge Miozzi, le stesse "lenzuolate" non sono uscite indenni dal passaggio parlamentare.
Noi dell'Istituto Bruno Leoni siamo considerati degli "estremisti" del libero mercato. Noi preferiamo pensare di essere persone coerenti. E proprio per questo siamo convinti che, per liberalizzare davvero, sia importante fare chiarezza sul significato di questo verbo. Che cosa sono le "liberalizzazioni"? Tutti i provvedimenti del governo sono incasellabili sotto questa etichetta? Quanto è libero il mercato, in Italia, in diversi settori? Che cosa resta da fare?
Ne parleremo in questo blog, ne parliamo quotidianamente sul nostro sito e coi nostri interventi sulla stampa. Ma riteniamo importante soprattutto produrre analisi sempre meglio fondate, per dare un ancoraggio più saldo alla discussione. Per questo, abbiamo realizzato la prima valutazione del grado di liberalizzazione dell'economia italiana, che presenteremo a Milano il prossimo 12 luglio. E' il nostro "Indice delle liberalizzazioni", cugino primo dell'Index of Economic Freedom. Se ce lo consentiranno le nostre forze (per darci una mano, clicca qui) sarà un appuntamento annuale.
Stay tuned.
Noi dell'Istituto Bruno Leoni siamo considerati degli "estremisti" del libero mercato. Noi preferiamo pensare di essere persone coerenti. E proprio per questo siamo convinti che, per liberalizzare davvero, sia importante fare chiarezza sul significato di questo verbo. Che cosa sono le "liberalizzazioni"? Tutti i provvedimenti del governo sono incasellabili sotto questa etichetta? Quanto è libero il mercato, in Italia, in diversi settori? Che cosa resta da fare?
Ne parleremo in questo blog, ne parliamo quotidianamente sul nostro sito e coi nostri interventi sulla stampa. Ma riteniamo importante soprattutto produrre analisi sempre meglio fondate, per dare un ancoraggio più saldo alla discussione. Per questo, abbiamo realizzato la prima valutazione del grado di liberalizzazione dell'economia italiana, che presenteremo a Milano il prossimo 12 luglio. E' il nostro "Indice delle liberalizzazioni", cugino primo dell'Index of Economic Freedom. Se ce lo consentiranno le nostre forze (per darci una mano, clicca qui) sarà un appuntamento annuale.
Stay tuned.
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