martedì 27 maggio 2008

Nessuno tocchi il brevetto

Ottimo intervento di Benedetto Della Vedova sull'International Herald Tribune. Un must-read.

domenica 25 maggio 2008

Dr. Catri e Mr. Calà

Pare che venerdì alla LUISS sia andato in scena uno spettacolo straordinario durante la prolusione del presidente dell'AGCM.



Di fronte alla platea dei laureati in giurisprudenza dell'ateneo di Confindustria, Antonio Catri si è azzardato a dichiarare che nei servizi pubblici a rete «appare necessaria l'introduzione di un regime di completa separazione proprietaria tra ambiti di monopolio [...] al fine di semplificare la struttura dei costi delle imprese regolate e di eliminare gli incentivi del gestore di rete all'adozione di comportamenti e strategie escludenti, intesi a impedire, limitare o falsare la concorrenza nei segmenti di attivita' verticalmente collegati». Chapeau! Non avremmo saputo dirlo meglio.

«In questo quadro – ha proseguito Catri – appare necessario rendere Rfi del tutto autonoma da Trenitalia». Peccato che a distanza di qualche minuto il suo collega Antonio Calà si sia issato sul podio per ribadire che quanto detto non vale per il settore del gas. O meglio, vale solo in parte.

È ben vero, infatti, che finalmente all'AGCM paiono essersi liberati della sciagurata superstizione che il monopolio della rete sia garanzia di forza contrattuale nell'approvvigionamento. Però, secondo Calà, «se noi, come è giusto, chiederemo l'undbundling, lo faremo a favore di una società europea da costituire con tutti i conferimenti di tutti i proprietari delle reti e per i traders col denaro». Come come? Credevamo che le ultime lettere dell'acronimo AGCM indicassero concorrenza e mercato, non community-wide monopoly. Un network europeo (pubblico, ça va sans dire, anche se Catricalà non lo specifica) è una idea esecrabile tanto per la competitività del settore quanto per l'efficienza delle infrastrutture, e davvero non si capisce perché dovremmo barattare ventisette monopoli locali verticalmente integrati con un enorme monopolio orizzontale nella distribuzione.

Insomma, questo Antonio Calà non convince proprio, e confidiamo che l'originale sia Antonio Catri. Se, però, Calà deve essere, noi scegliamo senza indugi il vecchio Jerry.


sabato 24 maggio 2008

Quando le Poste sono deboli in geografia...

Che le Poste fossero deboli in geografia lo sapevamo già da tempo: a fine anni ottanta era noto che inviavano in aereo da Milano le corrispondenze per smistarle nei grandi centri meccanizzati del Sud (Palermo, ad esempio) e riportarle indietro in aereo alla loro destinazione finale... in Lombardia; anche in epoche molto più recenti abbiamo avuto non poche notizie di smarrimenti, ritardi colossali e posta inviata al macero nell'impossibilità di individuare la localizzazione del destinatario. Sinora, tuttavia, i problemi geografici delle Poste avevano per oggetto le buste, non i francobolli (se si eccetua il Gronchi Rosa, il quale peraltro risale al 1961, molto prima dell'istituzione di Poste Italiane S.p.A.). Da oggi, invece, sappiamo che anche sui francobolli le Poste riescono a sbagliare la geografia.
La notizia arriva dal nuovo francobollo da 60 centesimi dedicato alla Valle d'Aosta, stampato da Poste Italiane in 3.600.000 esemplari nella collana Regioni d'Italia, il quale riproduce un'immagine del Monte Cervino. Un'ottima occasione di marketing territoriale e di promozione della regione, se non fosse che il francobollo ritrae il Monte Cervino visto dal versante di Zermatt, nota località del vallese, confederazione elvetica, anzichè da quello italiano.
Il 'disguido' ha fatto comprensibilmente infuriare gli amministratori locali e gli operatori turistici della Valtournenche i quali ora, a titolo di risarcimento, potrebbero chiedere a Poste Italiane di affidare la corrispondenza destinata alla loro vallata direttamente al postino di Zermatt, con prevedibile miglioramento della qualità del recapito. L'imbarazzo è ancora maggiore se si considera che per questa tipologia di emissioni regionali è prassi delle Poste pubblicare un fascicolo esplicativo aperto da un articolo introduttivo firmato dal presidente della regione interessata. A chi lo chiederanno in questo caso? A Luciano Caveri, governatore della Valle d'Aosta, o al suo omologo svizzero?
Come è stato possibile il disguido? Sembra che le Poste avessero inviato il bozzetto al postino di Breuil-Cervinia per un controllo diretto dei luoghi ma che il plico, inoltrato attraverso la stessa rete postale pubblica, sia andato disperso.

(P.S.: L'ultima parte del mio post è immaginaria e non dovrebbe quindi corrispondere a verità, ma mi si deve riconoscere che, almeno in Italia, è verosimile)

Nucleare e mercato

La maggior parte dei commenti al mio ultimo post sul nucleare riguardano la presunta incompatibilità tra il nucleare e il mercato. Questa posizione è stata espressa anche, tra gli altri, da Ermete Realacci e Gianni Silvestrini. La mia sensazione è che questo dibattito sia del tutto inutile e fuorviante. La vera questione non è nucleare sì o nucleare no: questo tema riguarda solo le aziende che intendono scommettere su questa opzione e i loro azionisti. La competitività del nucleare dipende da una marea di variabili, la maggior parte delle quali esogene (i prezzi del petrolio nei prossimi 30 anni, le condizioni del mercato del credito, eccetera). Una sola leva è a disposizione del governo: il rischio politico ossia, in termini più espliciti, la credibilità della politica energetica dell'esecutivo.

In altre parole, la via che dovremmo seguire non è quella dell'obbligo o del divieto - che invece mi pare sia la più gettonata - bensì quella del nucleare possibile. Qual è il fattore dominante, e quale dovrebbe essere l'impegno della maggioranza? La risposta è semplice: la creazione di un framework normativo e regolatorio chiaro e stabile (per questo dicevo che non si può pensare di procedere, su un terreno del genere, a suon di forzature parlamentari). Anche chi è contrario al nucleare per ragioni di natura economica e finanziaria non dovrebbe avere obiezioni. Quel di cui il paese ha un maledetto bisogno è di un percorso autorizzativo ben definito e di un'attività regolatoria calibrata con la possibilità che qualcuno tra gli attori operanti in Italia (oppure un nuovo entrante) voglia tentare la carta dell'atomo. L'Autorità per l'energia non ha alcuna competenza in materia di nucleare. Analogamente, l'iter amministrativo oggi esistente è stato concepito ai tempi del monopolio pubblico e non è coerente con un sistema liberalizzato.

Se il governo saprà definire il quadro generale entro cui le aziende si possano muovere, avrà reso un grande servizio al paese. L'obbligo di chi crede nel mercato è assumere una posizione in qualche modo defilata e impopolare: battersi perché il nucleare sia possibile, ma anche perché non sia erogato un solo euro di denaro pubblico (o perché l'intero costo degli impianti vada in bolletta, non in tariffa). Queste cose il mercato le vede, e provvede di conseguenza. Se, nonostante tutto, nessuno vorrà effettivamente investire sul nucleare, non sarà un fallimento del mercato, ma un fallimento di quella specifica tecnologia (così come l'assenza di competitività è un fallimento, per esempio, del solare fotovoltaico). Quello che proprio non mi appassiona è la logica del derby. Se vogliamo scannarci e urlare cori da stadio, allora non è il caso di scomodare Enrico Fermi. E' più utile e divertente sbrigarla da uomini.

Crossposted @ RealismoEnergetico

mercoledì 21 maggio 2008

Tutelare i fannulloni non è di sinistra

Qualche giorno fa, il neo-ministro Brunetta ha rilanciato la crociata contro i fannulloni. Una proposta in questo senso era stata già avanzata, senza troppo entusiasmo, dal precedente governo: la sinistra radicale l'aveva dismessa in pochi minuti, definendola "insensata" ed "inquietante".
Oggi, nella Puglia di Vendola, sinistrorso e radicale che più non si può, si compie finalmente un atto "inquietante": si licenzia un fannullone dell'Acquedotto pugliese.
Ivo Monteforte, amministratore della società, di proprietà della regione, spiega: «semplicemente, il dipendente non lavorava. O meglio, si presentava regolarmente all'Acquedotto, timbrava il cartellino e usciva con il suo compagno di squadra. Ma dopo un po' andava in un capannone e lavorava tutto il giorno con la moglie. La sera rientrava, timbrava di nuovo e se ne andava a casa». E conclude: «non tutti a sinistra sono disposti a proteggere i pelandroni».
Speriamo sia così: perché non riesco davvero a capire come quella parte del ceto politico che si propone di rappresentare i lavoratori si ostini a difendere chi, di lavoro, non vuol sentire neanche l’odore. Ergere barriere a tutela di chi non lavora già è un affronto a chi, nel mercato del lavoro non riesce ad entrarci.

Fonte, Corriere

Meno tasse per il Sud

Lo so che non è abbassando le tasse che ci si libera dalla criminità organizzata, che si trasforma il Meridione in un tempio della certezza del diritto, che si sbaraccano i rifiuti dalle strade di Napoli. Per tutti questi buoni motivi, la proposta dell'IBL (trasformiamo il Mezzogiorno in una "no tax region") raccoglie reazioni freddine.
Via e-mail, ci è stato fatto notare che il Sud "è già una no tax region": perché in tanti non pagano le tasse. Ma un conto è un'evasione diffusa (che comunque "abbassa" i costi dell'operazione), altro trasformare la possibilità di essere esentati dalle imposte in uno strumento di attrazione di capitali.
Raccontata per sommi capi, la proposta (elaborata in "Liberare l'Italia. Manuale delle riforme per la XVI legislatura" da Piercamillo Falasca) prevede:
- un azzeramento delle imposte sul reddito delle imprese che investono in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna per 10 anni, anche per le imprese già ora presenti;
- per i 5 anni successivi, un livello d’imposta pari al 50 per cento dell’aliquota nazionale;
- l’istituzione di una flat tax del 10 per cento per i cittadini stranieri che decidano di porre la loro residenza in una regione del Sud Italia ma che producano il loro reddito prevalentemente all’estero, mutuando – con modifiche – l’esperienza britannica dei cosiddetti “non-dom”.
Ripeto. Nulla di tutto questo serve a liberare le strade di Napoli dalla monnezza, né mette alla sbarra mafia e camorra. Ma magari serve a dare al Sud un orizzonte diverso, una diversa prospettiva, una traiettoria di sviluppo. Non mi sembra poco.

domenica 18 maggio 2008

Alitalia ovvero il condizionale è d'obbligo

Le affermazioni del capogruppo del Partito Democratico Antonello Soro circa la preoccupazione che Alitalia non abbia il denaro sufficiente a pagare gli stipendi di maggio sono alquanto allarmanti; tuttavia le rassicurazioni del Ministro Matteoli dovrebbero fugare ogni dubbio, anche perché i 300 milioni di Euro del prestito ponte sono una boccata d’ossigeno per la compagnia.
La situazione rimane comunque nella piena incertezza, mentre il Consiglio d'Amministrazione della compagnia rimane con il numero minimo legale di consiglieri e senza un amministratore delegato operativo.

Alitalia a fine febbraio aveva praticamente azzerato la disponibilità finanziaria netta a breve; le operazioni straordinarie di vendita di azioni AirFrance, il rimborso tributario ricevuto il 2 Aprile scorso e il prestito ponte hanno dato la possibilità alla compagnia di sopravvivere ed avere denaro sufficiente a fare fronte alle uscite dei prossimi mesi estivi. Nel periodo estivo la compagnia non dovrebbe bruciare altro denaro grazie alla positiva stagionalità del settore.

La compagnia rimane in crisi profonda ed è necessaria una ricapitalizzazione di almeno un miliardo di Euro. Il possibile rientro nel processo di vendita da parte di AirFrance è positivo, perché la compagnia francese è in grado di assicurare investimenti importanti nel vettore italiano e si configura come una soluzione di mercato. Non è possibile che i contribuenti italiani paghino la sopravvivenza di Alitalia con l’ennesimo aiuto di stato.

Il vettore nel primo trimestre ha peggiorato i propri conti avendo avuto costi per 115 Euro ogni 100 Euro di ricavi. L’offerta della compagnia è diminuita del 5,2 per cento, ma la domanda è peggiorata in maniera più rilevante essendo caduta del 10 per cento; nonostante gli aerei abbiano volato meno, i costi per il personale sono aumentati dello 0,5 per cento. La produttività del personale Alitalia è peggiorata nel primo trimestre nonostante la crisi porti sempre più vicino al commissariamento.

I vettori in questa prima parte dell’anno e ancor più nei prossimi mesi dovranno far fronte all’incremento dei costi del carburante ed Alitalia, avendo aeromobili molto vecchi e dispendiosi in carburante, sarà colpita più gravemente.

Il mercato aereo in Italia, dopo essere cresciuto del 10 per cento nel 2007, nei primi tre mesi del corrente anno il numero di passeggeri è ancora aumentato del 7,5 per cento.
Le occasioni per le compagnie efficienti rimangono molto interessanti perché il mercato è liberalizzato a livello nazionale, europeo ed Atlantico.
Il Governo Italiano deve assumersi la responsabilità di trovare una soluzione di mercato nella vendita di Alitalia, pena il commissariamento della compagnia e deve dare a Malpensa la possibilità di sostituire il vettore di bandiera tramite l’apertura delle rotte intercontinentali con nuovi accordi bilaterali. Lo scalo lombardo in parte ha già coperto la partenza di Alitalia grazie alle possibilità offerte dalla liberalizzazione europea; proprio questo processo d’apertura del mercato ha dimostrato che poco importa la nazionalità del vettore per lo sviluppo del settore.
Il mercato aereo italiano è più che raddoppiato negli ultimi 10 anni grazie alle compagnie straniere e non certo grazie ad Alitalia.

In questo clima di "condizionale d'obbligo" per Alitalia solo due cose dovrebbero essere meno condizionali: la liberalizzazione delle rotte intercontinentali non ancora liberalizzate e una soluzione di mercato per la privatizzazione di Alitalia.

Fallimenti del mercato

Intervistato sul Sole 24 ore in merito all’aumento del costo del petrolio, Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, dichiara: «siamo di fronte a un caso scolastico di fallimento del mercato».
Quando gli viene chiesto perché, continua: «perché quando hai i senatori democratici americani che propongono una legge per valutare se c'è stata una speculazione del mercato vuol dire che la tentazione di regolare i mercati è forte, troppo forte per resistere».
Ora, tutti sappiamo che i fallimenti del mercato sono uno degli escamotages inventati dagli economisti per giustificare l’intervento pubblico. Solitamente, questi economisti cercano di giustificare quando e perché ci sia un fallimento del mercato che richieda l’intervento statale. Nell’articolo del Sole, invece, il ragionamento è circolare: c’è un fallimento del mercato perché lo stato vuole intervenire! Sarebbe come a dire che c’è un tumore perché l’oncologo ha voglia di operare…
Senza contestare la teoria generale dei fallimenti del mercato, che pure è tutt’altro che solida, vediamo più attentamente i punti d’analisi.

Il cartello
Questo è un esempio banale di fallimento del mercato. e diventa ancora più banale quando si parla di petrolio: l’Opec. L’Opec è un cartello dichiarato, è formato da petrolieri avidi, e per di più mediorientali: come si fa a non odiarli? Peccato che da quando è in piedi, non sia riuscito una volta a tener fede alle dichiarazioni cartellistiche: troppo forte l’incentivo a “scartellare”. Non a caso, a Microeconomia – corso introduttivo, è l’esempio scolastico non della pericolosità dei cartelli, ma della loro instabilità (a causa del dilemma del prigioniero).

La guerra
Sicuramente la guerra è una brutta cosa. Sicuramente l’instabilità geopolitica del Medioriente rende più difficile il funzionamento del mercato. Ma non è un fallimento del mercato: è un fallimento della politica, della diplomazia, del genere umano, financo. È una causa esogena, non un fallimento del meccanismo di coordinamento delle attività umane che è il mercato. Sarebbe come a dire che se in seguito ai bombardamenti la gente muore è un fallimento della medicina moderna.

Investimenti
Tabarelli continua spiegando che i paesi produttori, una volta nazionalizzate le imprese, hanno perso la possibilità di usufruire della tecnologia estrattiva più avanzata, controllata dai paesi occidentali. Verissimo. Sarebbe forse più corretto dire che nazionalizzando i pozzi di petrolio, questi paesi hanno impedito la gestione da parte delle imprese più efficienti e l’hanno affidata a dei, ehm, “campioni nazionali”: ma è un fallimento del mercato o della politica?

La peste verde
Le chiacchiere ambientaliste con cui i governi dei paesi occidentali, ed in particolare l’utopica Europa del 20-20-20, amano trastullarsi stanno dando informazioni sbagliate ai produttori: fanno credere che fra qualche anno non avremo più bisogno di petrolio, e «per questo stanno spremendo quello che si può spremere per ricavare più possibile da ciò che hanno». Che l’idea di sopravvivere con i biocarburanti o l’idrogeno (e per trasformare l’idrogeno in una fonte di energia non bastano maggiori investimenti e più ricerca: bisogna abolire la seconda legge della termodinamica) sia una follia è vero. Ma, ancora una volta, chi ci ha infilati in questa follia? Il mercato, o la politica che sta drogando il mercato con decenni di incentivi all’energia verde?

Il costo marginalmente basso
Uno dei motivi per cui il caro-prezzi energetico, che si riverbera su tutti gli altri settori produttivi, è un fallimento del mercato è perché… «la benzina costa ancora meno dell'acqua. Considerando anche la tassazione elevata, il costo è ancora marginalmente basso... ». L’osservazione si commenta da sé.


Il prezzo del petrolio sta salendo. E salirà ancora, probabilmente, perché la domanda aumenta. Non è il mercato che può ridurre la domanda - a meno che non vogliamo augurarci che si personifichi e vada ad ammazzare un qualche miliardo di asiatici in paesi che stanno crescendo ed, orrore!, vogliono la macchina e l’elettricità in casa come noi. Il mercato non può nemmeno moltiplicare i pozzi di petrolio. Tutto quello che può fare è comunicare, attraverso i prezzi, ai produttori che c’è più gente che vuole questi prodotti: e lo sta facendo benissimo. È colpa del mercato se una serie di cause politiche non rendono possibili gli investimenti? È colpa delle sette sorelle se non gli vengono concessi i permessi per fare il loro lavoro ed aumentare l’offerta?

Qualche giorno fa, alla presentazione di un bel libro del prof. Clò, qualcuno ha detto che non possiamo fare affidamento sul mercato, per assicurarci la sicurezza energetica, perché basta un nulla per farlo crollare. L’esempio utilizzato era l’uragano Katrina, che ha allagato alcuni stabilimenti di raffinazione, mettendo in ginocchio la produzione americana. Ovviamente, se l’uragano si fosse chiamato Natasha ed avesse colpito gli stabilimenti dell’Unione Sovietica dei bei tempi, questi non si sarebbero allagati…
Anche in questo caso, invece, il mercato è stato impeccabile: aumentando i prezzi dell’energia, ha subito attirato investimenti e permesso di risistemare gli impianti in meno di due mesi.
Cosa vogliamo di più, per dichiarare che non c’è un fallimento del mercato? Che impedisca il maltempo?

Crossposted@realismo energetico

mercoledì 14 maggio 2008

Lenzuolate parigine

Le lenzulate à la Bersanì arrivano a Parigi. Il ministro delle Finanze Christine Legarde ha annunciato che la parziale liberalizzazione degli esercizi commerciali sarà l'elemento più importante del progetto di modernizzazione economica del paese. La notizia è buona, ma agrodolce. Nel senso che è senza dubbio rilevante ridurre la burocrazia nell'apertura e nella gestione dei negozietti, così come introdurre la libera negoziazione tra i negozianti e i loro fornitori o semplificare l'avvio di piccoli supermercati. Ma pensare che sia questo il problema, o presentare una tale misura - lo ripeto, che apprezziamo e appoggiamo e invochiamo - come il perno del lavoro di modernizzazione dell'economia, fa una grande tristezza. E ci consola, perché nonostante l'Italia sia quello che è, c'è chi sta peggio di noi.

sabato 10 maggio 2008

Anche le banche piangano

Alitalia italiana, banche e petrolieri pagheranno il conto. Il buon giorno si vede dal mattino.