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sabato 5 gennaio 2008

Paese che vai, poste che trovi

Rosamaria Bitetti e Ugo Arrigo hanno fatto il punto sulla non-liberalizzazione dei servizi postali in Italia. Possiamo consolarci constatando che non siamo i soli, a scrivere norme sulla base delle necessità del monopolista pubblico, in questo settore.
Su lavoce.info, Michele Burda ci racconta come il governo tedesco abbia introdotto un salario minimo, solo per gli impiegati delle poste. Perché?

... in Germania i lavoratori delle poste non se la cavano male nella catena alimentare. Il prossimo anno, però, il monopolio postale si ridurrà in modo significativo, permettendo alle imprese private di competere direttamente con Deutsche Post, che detto per inciso è una società quotata al Dax e ha 500mila dipendenti. I corrieri delle poste tedesche guadagnano tuttora uno stipendio da impiegati statali e dunque il loro posto di lavoro sarà senz’altro minacciato da lavoratori con salari più bassi dipendenti da imprese private come Pin o Tnt, che incidentalmente non sono dell’Est europeo. In altri termini, la Entsendegesetz serve da cavallo di Troia per l’introduzione di un salario minimo in Germania – e comporterà probabilmente la perdita di migliaia di posti di lavoro nel settore della distribuzione postale privata.

Grande coalizione, salario minimo.

domenica 25 novembre 2007

Fine del terzismo riformista?

Sul Corriere della sera, Mario Monti giustamente plaude al coraggio di Sarkozy nell'affrontare i sindacati, e si compiace del fatto che il Presidente francese disponga di robuste riserve di consenso, pure dopo una serie davvero estenuante di proteste.
L'articolo di Monti (che in passato aveva pure criticato Sarkozy, per il suo approccio protezionista alle politiche commerciali) è interessante perché tradisce un distacco dall'aplomb tecnocratico dell'ex Commissario europeo. Monti, per due anni buoni, è andato proponendo anche per l'Italia soluzioni di "grande coalizione": in base alla bizzarra idea che un governo composto da esponenti di destra e sinistra assieme, potesse permettere alle forze politiche di condividere, pagandolo tutti assieme, il costo in termini di consenso delle riforme.
Ora Monti applaude Sarkozy che accetta un "contributo" dagli avversari, ma non cerca l'inciucio. Che è successo? Avanzo tre ipotesi:
(1) I tecnocrati riscoprono il fascino dell'uomo forte. Del resto, non è più piacevole e comodo fare il "consigliere del principe" di un principe che sa farsi rispettare?
(2) Lo scarso successo (da un punto di vista liberale) dell'esperienza tedesca suggerisce che i comportamenti degli attori della "grande coalizione" sono opportunistici: non è che si riforma con decisione per dividersi il prezzo da pagare, ma ognuno cerca di evitare che lo scotto delle riforme sia pagato dal suo elettorato, in modo che paghino gli altri. Da questo punto di vista, la coalizione che regge il governo Prodi è "grande abbastanza" da fornirci un'anteprima di come funzionerebbe una "grande coalizione"...
(3) Monti crede che l'azione di Sarkozy dimostri comunque che "nessun Paese è irriformabile", il che apre una speranza per l'Italia ma fino a un certo punto, guardando le facce dei nostri rappresentanti. E comunque rende chiaro che non è mettendo assieme due coalizioni illiberali, che si può ottenere un governo liberista.

ps: Monti dice per inciso che la sua "grande coalizione", "sul piano della pedagogia", Sarkozy ce l'avrebbe già. Ma più che un'osservazione, pare un vezzo.