La politica è la continuazione della guerra con altri mezzi.A me piace molto anche questo:
Se voti, poi non hai il diritto di lamentarti.Quali luoghi comuni al contrario vengono in mente ai lettori di Liberalizzazioni?
Il blog sulla concorrenza dell'Istituto Bruno Leoni
La politica è la continuazione della guerra con altri mezzi.A me piace molto anche questo:
Se voti, poi non hai il diritto di lamentarti.Quali luoghi comuni al contrario vengono in mente ai lettori di Liberalizzazioni?
Chissà perché da noi le buone idee non partoriscono libertà, ma divieti. È indubbiamente una buona idea quella di ripopolare i centri storici con negozi e ristoranti che diffondano i prodotti tipici del territorio. Ma è una stupidaggine pensare di realizzarla espellendo dai vicoli i kebab e gli involtini primavera. [...] Il modo migliore per limitare i kebab non è vietarli, ma liberalizzare gli esercizi pubblici, così da mettere i nostri ragazzi in condizione di aprire i loro spacci di porchetta, cotoletta, pane e salame e bagnacauda.[HT: Altri mondi]
Ma è interessante prendere atto di un paio di reazioni degli sfrattati. Marysa Moroni, figlia di Primo, ha espresso preoccupazione per la sorte dell'archivio del padre, «proprietà privata mia e di mia madre». I più arditi tra gli occupanti, invece, chiedono addirittura - in spregio del buon senso, oltreché del codice - il riconoscimento dell'avvenuta usucapione dello stabile.
C'è veramente molto di surreale nel bispensiero di questi signori, che esigono la tutela dell'istituto borghese per eccellenza, il diritto di proprietà, non soltanto dopo averne postulato per decenni l'abolizione, ma dopo averlo bellamente calpestato con l'occupazione.
Coloro che urlano, come fanno alcuni energumeni armati di kefiah su Facebook, «riappropriamoci dei nostri spazi, dei nostri diritti, perchè noi non vogliamo una Milano fatta solo di palazzi grigi e di locali costosi!» dovrebbero spiegare (a) cosa facevano quando alle elementari si spiegavano gli aggettivi possessivi, e (b) se abbiano mai pensato all'innovativa soluzione di affittare uno spazio, anziché requisirlo con la forza.
Purtroppo, è sempre valido l'antico adagio: «quel che è mio è mio...».
Così l'Enciclopedia Treccani definisce la libertà economica. L'aspetto interessante è che gli autori della voce si sentono in dovere di precisare che la libertà economica propriamente detta non c'è, e se c'è mai stata non fa più per noi. E' un'aggiunta abbastanza surreale, perché teoricamente una definizione dovrebbe fornire elementi per capire cosa una certa voce significhi, non quali siano le sue implicazioni o come la sua applicazione interagisca col contenuto di altre voci. Comunque, c'è del vero, anche se involontario, in queste righe. Nel senso che la maggior parte dei cosiddetti "diritti sociali" sono incompatibili con la libertà economica, in quanto richiedono necessariamente l'introduzione di tasse e regolamentazioni altrimenti non indispensabili. Quello che qui non viene affrontato è il fatto che la libertà economica - cioè la libera organizzazione della società - sarebbe in grado di produrre un ambiente nel quale tutti questi servizi vengono offerti meglio e in regime competitivo, anziché male e in regime di sostanziale monopolio pubblico. L'esperienza quotidiana di ciascuno è che, nei settori liberalizzati, la performance è migliorata e i prezzi sono calati. Quando anche la Treccani se ne renderà conto, vivremo in un paradiso fiscale.Stranamente questi due fatti non sono messi in correlazione tra loro: nessuno sostiene che il nostro Paese sia in declino proprio a causa del fatto che è in comando politico e nessuno sostiene che per interrompere il declino è indispensabile (anche se non necessariamente sufficiente) rimettere la politica al ruolo che le è proprio e interromperne il comando sul sistema economico e sulla società civile.
Ovviamente dovrebbe essere una buona politica a perimetrare e contenere il ruolo di se stessa, liberalizzando tutte le forme di cooperazione volontaria che i soggetti privati desiderano attuare in un contesto di regole certe e meritocratiche: chi produce i risultati migliori senza 'spinte' esterne se li tiene ma la ricetta che ha usato è pubblica e chiunque può copiarla per produrre risultati analoghi (è il meccanismo dei mercati di concorrenza).
Altrettanto ovviamente una cattiva politica si guarderà bene dal limitare se stessa e liberalizzare il Paese. La aiutano lo statalismo di ritorno uscito dal vaso di Pandora aperto dalla crisi finanziaria internazionale, il colbertismo tricolore del Ministro Tremonti (interventismo alla francese condotto con truppe burocratiche all'italiana) e il nazionalismo economico in salsa aeronautica sperimentato dal nostro Presidente del Consiglio col progetto FranCaistein. L'incertezza riguarda pertanto la velocità del declino dell'Italia nei prossimi anni, non il fatto se proseguirà o potrà essere interrotta.
A dimostrazione della previsione è sufficiente guardare alle nostre 'élites' nazionali:
Gli intellettuali sono efficaci non quando producono idee interessanti ma quando, avendole prodotte, sono in grado di diffonderle. In Italia, purtroppo, non sono in grado di farlo:
I dirigenti pubblici sono in molti casi un sottoprodotto interno della politica nostrana, politici trombati alle elezioni o sulla via del pensionamento; in tutti i casi dipendono dalla classe politica che essendo mediocre deve per forza dotarsi, se vuole controllarli, di dirigenti ancora meno validi. In conseguenza o sono davvero mediocri oppure debbono comportarsi come tali per poter fare carriera.
Per gli enti locali un tentativo di riforma importante era stato avviato dalla cosiddetta “Bassanini 2”, la L.127 del 1997, che stabiliva per le amministrazioni comunali superiori ai 15 mila abitanti e quelle provinciali la possibilità di introdurre al vertice dell'amministrazione un Direttore generale; l'intento era di realizzare una gestione manageriale dell'ente, volta a esiti efficienti. Dieci anni dopo la riforma Forum P.A. ha realizzato una ricerca per verificare in che modo il provvedimento Bassanini è stato applicato. I risultati sono sconfortanti: solo due comuni su dieci hanno adottato la figura del Direttore generale, quattro hanno affidato l'incarico al Segretario generale (figura la cui competenza tradizionale è la verifica delle legittimità degli atti, non dei loro esiti in termini di efficienza) e altri quattro non si sono avvalsi della riforma. Anche se la propensione a utilizzare un Direttore differente dal Segretario generale sale per i comuni capoluogo e per quelli di maggiori dimensioni, non si hanno inoltre garanzie (e permangono molti dubbi) sulle effettive competenze delle persone nominate, poiché la legge lasciava ampia discrezionalità ai Sindaci e ai Presidenti delle Provincie nella scelta delle persone.
Sui dirigenti privati si potrebbero avere aspettative migliori ma una recente indagine della Fondazione Rodolfo Debenedetti, così sintetizzata da Alberto Statera, smentisce questa possibilità.
Su 603 manager intervistati dalla Fondazione, ben 439 dichiarano di godere di un sistema di bonus aggiuntivo rispetto alla retribuzione. Ma quando i ricercatori chiedono: "A quali fattori è legato l' ammontare del bonus?" la grande maggioranza, quasi il 75 per cento, risponde "a discrezione dell' azienda". Come dire che vince la fedeltà, diventa ricco più che il manager performante il manager "yesman". "Nella sua azienda chiede ancora la ricerca sono previste riunioni di valutazione del management?" Per il 46,4 per cento la risposta è "no", tanto che quasi nessuno crede che esistano meccanismi di promozione accelerata per i manager particolarmente bravi.
Tocca a questo punto agli imprenditori: storicamente in Italia la grande impresa è pubblica e la stagione delle privatizzazioni degli anni '90 non ha rivoluzionato il quadro; anzi, alcuni tra i maggiori imprenditori hanno investito nella privatizzazione di imprese regolate (utilities), riducendo la loro propensione al rischio d'impresa e accrescendo la dipendenza da chi scrive le regole che interessano i diversi settori. Pensare che i piccoli e medi imprenditori possano essere più indipendenti dei grandi dalla politica sarebbe illusorio.Sulla mediocrità della classe politica è inutile sprecare parole ma anche in questo caso una sintesi può essere data dalle statistiche: la percentuale più alta di laureati tra i parlamentari è stata registrata all'Assemblea Costituente; da allora è continuamente diminuita sino a raggiungere il minimo nell'attuale legislatura, per la cui elezione è stato tolta agli elettori la possibilità delle preferenze (al fine di non correre il rischio che potessero sindacare sulle competenze dei candidati).
E' possibile a questo punto pervenire ad una sintesi dell'Italia sul finire del primo decennio del nuovo millennio: manager yesman dipendono da imprenditori privati i quali dipendono per i loro successi economici dalla peggiore classe politica dell'occidente la quale controlla l'amministrazione pubblica attraverso dirigenti yesman di sua diretta emanazione.
Se l'Italia in queste condizioni non declinasse dovremmo proprio stupirci.