domenica 6 aprile 2008
Austrian methodology for dummies
venerdì 11 gennaio 2008
Metodologia e dintorni / 2
Anche La mia destra coglie a pretesto l'ormai famoso post di Carlo Lottieri per incalzare gli Austriaci sul terreno metodologico. Vale la pena di dissipare alcuni equivoci.
Il nostro amico pare, infatti, dare credito alla teoria che vede negli economisti austriaci dei poeti mancati che non sanno le tabelline. Non è davvero così: Murray Rothbard, per esempio, aveva brillantemente ottenuto la sua laurea alla Columbia University in matematica.
Come prezzare un'azione, si chiede La mia destra, sulla base del"paradigma tradizionale austriaco", e cioè "rifiutando sia l'uso della matematica sia l'uso dell'econometria tanto nella ricerca economica quanto nella sua applicazione pratica"?
In realtà, quello dipinto non è affatto il paradigma austriaco. Si pensi soltanto all'enfasi posta da un autore come Mises sul tema del calcolo economico. Quello che gli austriaci fanno è piuttosto distinguere nettamente tra teoria e pratica - tra teoria e storia, per ricorrere alle categorie misesiane.
Se la teoria consente "pattern predictions", e mai previsioni quantitative, è invece ben plausibile che la pratica imprenditoriale richieda l'utilizzo di strumenti matematici e l'elaborazione di dati numerici. Ma - sebbene vi siano certo delle relazioni - questo sforzo intellettuale non rientra nell'ambito della teoria economica. Così come di un cuoco che sperimenti tecniche di cottura innovative non diremmo che sta avanzando la scholarship dei chimici.
Pare dunque necessario chiarirsi le idee sui limiti della disciplina. Non è un caso che gli esempi suggeriti da Lamiadestra non riguardino nodi teorici della scienza economica, ma piuttosto problemi di politica economica o d'economia aziendale o ancora di finanza (sì, sono effettivamente due cose diverse: perché non dovrebbe valere come risposta?). Nessuna contraddizione esiste, insomma, tra l'epistemologia austriaca e l'agire concreto degli operatori del mercato.
La contraddizione esiste, evidentemente, con la pretesa che i modelli econometrici rivestano alcuna utilità per la speculazione teorica. Gli argomenti contrari sono invero tutt'altro che autoevidenti. Che la tendenza verso una matematizzazione ed un formalismo sempre più esasperati sia una evoluzione nel segno della scientificità è, ad esempio, una credenza confortante quanto apodittica dell'economia mainstream.
Evidentemente, l'approccio austriaco ha le proprie controindicazioni, ad esempio in termini di sociologia della scienza. Ma rigettarne frettolosamente le elaborazioni in virtù di un'opzione positivistica sulle cui premesse e conseguenze non si è riflettuto a sufficienza è un errore che potrebbe essere pagato a caro prezzo.
PS Una nota di colore. Thomas Carlyle diede dell'economia la definizione di "dismal science", che Lmd richiama nella sua conclusione, non in virtù dell'oggetto prosaico della disciplina, ma perché essa non era in grado di fornire fondamenta razionali al suo suprematismo razziale. Penso si possa convenire che la "scienza triste" non è così triste, dunque. Ma che per la generazione di Freakonomics l'economia sia poco più che statistica applicata... questo, un po' triste, ci sembra davvero.
giovedì 10 gennaio 2008
Metodologia e dintorni
Nei commenti su Liberalizzazioni.it ed in un successivo post sul suo blog, la blogstar italica Phastidio ha sollevato alcune perplessità sulle osservazioni di Carlo Lottieri in merito ad un recente studio di tre ricercatori di Bankitalia.
In breve, Phastidio replicava alle remore di Carlo (non tanto sui risultati quanto) sul metodo della ricerca*, riaffermando la necessità che ogni buon economista a) tenti di falsificare empiricamente le teorie e b) si serva, nel corso di tale operazione, di modelli matematici; tutto ciò di fronte alle pretese contrarie della Scuola austriaca (un'ideologia, secondo la critica frettolosa), che a tali strumenti contrappone il procedimento logico-deduttivo e l'argomentazione.
Il dibattito non è nuovo, ed ha generato incomprensioni assai profonde - a dispetto delle affinità ideologiche - tra gli studiosi favorevoli al mercato - che tipicamente amano guerreggiare su questioni assai meno rilevanti. Questo blog non è il posto adeguato per dipanare i risvolti della diatriba, e d'altro canto i nostri lettori che desiderino approfodire il tema avranno a disposizione un'ampia messe di fonti.
Giova però rilevare come la distanza apparente tra l'apriorismo austriaco ed il positivismo mainstream sia talvolta più cospicua di quella effettiva. Per citare un unico significativo esempio, James Buchanan - non certo un misesiano, seppur simpatetico nei confronti degli Austriaci - commentò un paper apparso negli anni '80 sull'American Economic Review e mirato a dimostrare gli effetti pro-occupazionali del salario minimo (!) paragonandolo allo sforzo di un fisico che sostenesse che l'acqua scorre in salita. Evidentemente sotto la scorza d'ogni economista si cela l'anima di un prasseologo! (Forse questo non vale per Phastidio, secondo cui, viceversa, «l’economia non è la legge della caduta dei gravi».)
Il senso profondo dei rilievi di Carlo stava, mi pare, nella tensione al raffinamento degli argomenti che determina la credibilità delle proprie proposte e previene le obiezioni più salienti. Insomma, poiché è della desiderabilità di determinate politiche pubbliche che, in ultima analisi, qui discutiamo, è opportuno enfatizzare la convergenza delle soluzioni, più che la divergenza dei metodi. Ma è altrettanto opportuno puntualizzare - come ha fatto Lottieri - la debolezza di alcuni passaggi logici, perché di tali precisazioni beneficia l'intero argomento.
UPDATE Interessanti note a margine da parte di Liberty First.
* Va anche precisato che le considerazioni di Carlo non sono rivolte, come Phastidio sembra ritenere, a questo particolare modello, ma allo strumento dei modelli econometrici in generale.

