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mercoledì 9 luglio 2008

Farmacie come feudi

Riceviamo e pubblichiamo una lettera che ci racconta, con un vivido esempio, le inefficienze e le ingiustizie nel nostro sistema di distribuzione farmaceutica - di recente analizzato in un bel paper di Silvio Boccalatte.


Il principale obiettivo del sistema della Pianta Organica delle farmacie è quello di assicurare una rendita di posizione ai farmacisti titolari. Certamente la principale preoccupazione non è quella di soddisfare le esigenze dei cittadini, che soprattutto nei comuni con meno di 5000 abitanti ricevono spesso un servizio di gran lunga inferiore a quello che potrebbero ricevere.
La mia esperienza è emblematica: sono un farmacista laureato ed abilitato alla professione che, dopo dieci anni di tentativi in tutta Italia, ha finalmente vinto a concorso la possibilità di aprire la tanto agoniata farmacia.
Un piccolo paese del Cremonese, con circa 400 abitanti, includendo anche le frazioni, non è esattamente un mercato facile, ma poiché amo le sfide, ho deciso di accettare la sede, tra lo stupore del sindaco e della giunta. Tutti i mei predecessori avevano gettato la spugna.

Purtoppo, neanche io potrò mai aprire una farmacia in quel paesino: pare infatti che non vi siano locali adibiti ad esercizi commerciali (C1) liberi. Questo mi è stato comunicato dal sindaco, anche se, in verità, io sono a conoscenza del fatto che questi locali ci sono e sono vuoti.

Allora mi è venuto un dubbio: non è forse possibile che il sindaco stia cercando di proteggere il farmacista del comune vicino, che attualmente gestisce un piccolo dispensario nel comune aperto solo per poche ore a settimana per arrotondare il ricco bottino? A pensar male si fa peccato però...
E' infatti prassi consolidata che i farmacisti "feudatari" propretari di farmacie in comuni di grandi dimensioni aprano dispensari nei comuni vicini. L'esistenza di un dispensario è meglio di nulla, per gli abitanti dei piccoli centri: il problema è che può impedire l'apertura di nuove farmacie. Una vecchia legge regionale, infatti, da facoltà alla Regione di non attivare una sede farmaceutica in quei comuni dove è presente e funzionante un dispensario.
Nel mio caso, la farmacia è andata a concorso "per sbaglio": all'epoca dell'istituzione del concorso non era ancora stato aperto il dispensario.

E' per me frustrante aver passato anni a partecipare a concorsi per poi vedermi negato il diritto di aprire la farmacia vinta a concorso. Purtroppo non ho potuto indicare in tempo il luogo dove aprire la farmacia, perchè non ho trovato locali liberi adibiti a C1 idonei. Il che vuol dire che non potrò esercitare questo diritto e come me tutti quelli che seguiranno in graduatoria. L'impegno ed il merito di farmacisti qualificati verrà insultato, e gli abitanti del paesino si accontenteranno di un dispensario aperto poche ore alla settimana.

Cui prodest? Il feudatario del paese accanto vedrà certamente allargato il propio feudo. Ma la Pianta Organica non doveva tutelare i cittadini?

Dr. Pietro Marino

venerdì 3 agosto 2007

Sanità, o cara

Oggi Daniele Capezzone, presidente della Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati e deus ex machina di Decidere.net, ha un articolo molto istruttivo sul Wall Street Journal. Il link è sub only, e pertanto mi permetto di fare una breve sintesi degli argomenti di Capezzone. Che sono da leggere e meditare, perché attengono uno dei più importanti servizi alla persona, specie - come giustamente egli stesso rimarca - in una fase nella quale l'invecchiamento della popolazione è una novità entusiasmante per la popolazione, appunto, ma tragica per le casse dello Stato.
Capezzone sfida a distanza Michael Moore, sostenendo che:
It is both a tragedy and an embarrassment that Europe hasn't kept up with the U.S. in saving and improving lives. What's to blame? The Continent's misguided policies and state-run health-care systems. The reasons vary from country to country, but broadly speaking, the custodians of public health budgets aren't devoting the necessary resources to get patients the most modern and advanced medicines, and are happier with the status quo. We often see news headlines about promising new cures and vaccines next to headlines about patients who can't get life-saving drugs as politicians impose ever stricter prescription controls on doctors.
The human toll can be measured in deaths and unnecessary suffering. It also costs us a lot of money. Prevention is cheaper than treatment. Modern medicine can prevent many medical complications that would otherwise require hospitalization and other expensive care. For every euro spent on new medicine, national health-care systems could save as much as €3.65 in later treatments, according to a National Bureau of Economic Research study.
This situation is especially dire in Italy. The government has capped spending on pharmaceuticals at 13% of total health-care expenditures while letting expenses for infrastructure and staff skyrocket. From 2001 to 2005, general health expenses in Italy grew by 31% while expenditure on medicines increased a mere 1.7%. Italian patients might well have been better off if the reverse was the case, but the state bureaucrats who make these decisions refuse to acknowledge the benefits of advanced drugs.
Also as a result, pharmaceutical research in Italy is falling behind even faster than in the rest of Europe. In 2004, pharmaceutical R&D spending was €3.9 billion in Germany, €3.95 billion in France and €4.78 billion in Britain, compared to only €1.01 billion in Italy.

Cosa aggiungere? Che l'aumento della spesa farmaceutica pubblica non può essere una soluzione, francamente, e pertanto misure di contenimento anche drastico sono necessarie.
Il punto è che il contenimento non diventi razionamento. Perché questo sia il caso, bisogna cambiare il bilanciamento fra pubblico e privato. Togliere terreno alla sanità pubblica.
E, sul fronte della ricerca, liberalizzare. Che vuol dire, su questo fronte, ridurre il potere discrezionale delle agenzie del farmaco, e sapere che se è vero che la sicurezza nella ricerca è una domanda sociale, è pur vero che il principio di precauzione segna la morte non solo del rischio, ma anche della speranza.

sabato 7 luglio 2007

Farmaci: perché continuare a liberalizzare

L'ampliamento dei circuiti distributivi nella vendita dei farmaci da automedicazione è certamente la liberalizzazione che ha avuto maggior successo, fra quelle promosse dal governo Prodi. Secondo un'indagine realizzata dal Censis per conto dell'Anifa, il 92% degli italiani è contento della possibilità di poter acquistare i medicinali da banco al di fuori delle farmacie.
Si può dire, allora, che il ministro Bersani è riuscito a creare consenso, attorno ad una riforma che veniva pretestuosamente presentata, da principio, come un semplice "aiutino" alle cooperative amiche, a spese dei farmacisti,elettori di centro-destra.
Quella di Bersani non è stata una liberalizzazione "totale": non si può comprare l'aspirina in autogrill, o da un distributore automatico in un centro sportivo. Il suo provvedimento, però, ha messo le premesse per un graduale allargamento dei cerchi della distribuzione, garantendo la professionalità e la sicurezza che gli italiani cercano (anche alla Coop, c'è il "corner" del farmacista) e nel contempo aprendo opportunità per i farmacisti non titolari di farmacia. Cioè persone che vantano il medesimo titolo di studio, le stesse qualifiche professionali, ma hanno la sfortuna di non aver né "ereditato" né "sposato" una delle farmacie italiane - che sono stringentemente regolate, anche nel numero.
La liberalizzazione potrebbe ora continuare su uno di questi due tracciati. Da una parte, una radicale revisione della "pianta organica", aprendo il mercato a nuovi esercizi. E' improbabile, e forse non sarebbe nemmeno giusto: ci vorrebbe un processo di apertura del mercato graduale, che non produca uno shock a danno esclusivo dei farmacisti "infeudati". Vantano sì dei privilegi, ma le regole del gioco erano quelle, quando hanno cominciato a giocare.
Dall'altra, si possono portare "fuori dalle farmacie" altri prodotti, oltre ai medicinali di automedicazione, esattamente come i farmacisti hanno - giustamente - portato "in farmacia" prodotti nuovi e non strettamente attinenti al loro business. I primi candidati sono i farmaci di fascia C, quelli non rimborsati dal servizio sanitario nazionale, anche se su ricetta.
Liberalizzandone la vendita, si consentirebbero risparmi sulla quota di prezzo incassata dal distributore ultimo, a vantaggio dei consumatori che li pagano di tasca propria. La sicurezza verrebbe sempre garantita dal farmacista laureato (ma non proprietario) presente nell'esercizio di vicinato. Le farmacie propriamente dette resterebbero limitate nel numero, ma questa limitazione guadagnerebbe in legittimità, perché esse effettivamente diventerebbero (come il ministro Turco le ha più volte definite) un "presidio"dell'SSN.
A presentare una proposta in tal senso è stato il deputato radicale Sergio D'Elia. Il 10 luglio a Roma ci sarà una manifestazione di sostegno a D'Elia ed al suo emendamento. Qui potete firmare una interessante, e giusta, petizione.