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venerdì 9 novembre 2007

Contrordine compagni: giù le mani dal Dr. House!

Pare che l'endorsement delle idee di Moore da parte del medico più amato della TV fosse solo una bufala. Pare che, nel sesto episodio della quarta stagione, House stesse, ancora una volta, cercando di indisporre la Cuddy, suo superiore, prescrivendo "cure costose per tutti". Pare che l'affermazione fosse ironica - cosa assolutamente in linea con il personaggio - ed il Dr. House stesse in realtà scimmiottando, sbeffeggiando Sicko. Pare che quelli di via Solferino abbiano deciso di interpretare una frase fuori dal contesto. Così pare... cliccando in basso, il frammento (assolutamente spoiler-free) dell'episodio... decidete voi.

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Hat tip Tv Blog

martedì 6 novembre 2007

In difesa del Dr. House (e dei suoi colleghi)

Ok, ha detto che ha ragione Michael Moore. Ma l’hanno costretto, il Dr. House non lo pensa davvero: si sa che lo star system americano non è esattamente libertarian

Gregory House deve rimanere un’icona liberale. In un mondo in cui la regolamentazione invade sempre più ogni sfera della nostra vita, in cui il sistema sanitario non è di certo immune, e persino quello americano (che Mankiw ci ricorda non essere poi così estremista) è sommerso di linee guida, permessi, protocolli (si veda il bel focus di Pitts sull’Evidence Based Medicine). Il burbero Dr. House ci mostra come quella che è da molti intesa come una scienza esatta è in realtà lavoro di deduzione, basata sul ragionamento, sul calcolo di rischi e benefici per ogni caso specifico, per ogni singolo paziente. Ci ricorda che sono i medici a salvare i pazienti, e non protocolli basati su statistiche ed imposti da burocrati governativi.
Ancora, House in realtà non è abilitato a fare il medico: ma è un medico eccezionale. Dovrebbe farci riflettere sul valore legale dei titoli, sulle abilitazioni e sulle trafile amministrative che dovrebbero garantirci che solo i migliori vestano un camice bianco e ci somministrino le cure, mentre servono solo ad ergere barriere protezionistiche intorno a chi lavora già nel settore. In un sistema sanitario socializzato come quelli europei, le eccezionali capacità mediche di House verrebbero sprecate: invece di potersi permettere di “prescrivere cure costose per tutti”, in un sistema come quello auspicato da Moore House non potrebbe neanche fare l’infermiere. Ma un ospedale privato può assumerlo come consulente: è il mercato che riesce sempre a riallocare al meglio le risorse.

In questo momento, le serie tv più amate sono due serie mediche, tutte ambientate in ospedali americani. Ci mostrano un’efficienza, o semplicemente delle strutture, che di certo non rispecchiano le aspettative di un cittadino italiano medio che, per sua sfortuna, si avvicini ad un ospedale. Eppure, questi telefilm ci mostrano un’umanità variegata per ceto, storia, etnia mentre richiede cure di ogni genere. Non solo i ricchi-ricchissimi accedono ai servizi sanitari, come gente della schiatta di Moore vorrebbe farci credere: è il cittadino medio a farsi curare dal Dr. House o dai medici di Grey’s Anatomy.

Quest’ultima è la serie medica che più si occupa dell’aspetto amministrativo-economico della vita ospedaliera in un sistema sanitario così diverso dal nostro (a cominciare dai protagonisti, tirocinanti che si fanno ogni sorta di sgambetto per lavorare di più). Tutto è concentrato intorno al prestigio: per il buon nome dell’ospedale, il Capo fa di tutto per accaparrarsi i medici più affermati, quelli con le migliori credenziali ed i migliori risultati. Come primario, deve fare scelte economiche per assicurare questo prestigio, scegliendo, ad esempio se destinare fondi ad una maggiore specializzazione (nuovi macchinari) o maggiore incentivazione dell’assistenza di base (aumentare lo stipendio delle infermiere – non chiedetemi come va a finire ;-P !). Talvolta, alcuni interventi sono troppo costosi, o i pazienti non sono coperti: si vede come i vari medici cercano di trovare una soluzione che riduca i costi, come i casi più gravi vengano sovvenzionati dall’ospedale stesso, ancora una volta perché ne aumenteranno il prestigio, e come talvolta debba intervenire la generosità di donatori privati. Infine, per migliorare la qualità dell’ospedale, nell’ultima serie viene aperta una clinica gratuita “per i bisognosi ed i non assicurati”. Milioni di persone che muoiono senza cure, secondo Sicko. È buffo che, nella puntata in cui viene inaugurata, il vero problema è quello di trovare pazienti, tanto che due dei tirocinanti vengono mandati a “rubarli” dalla clinica vera.

Va bene, si tratta di fiction e non di documentari, non possiamo prenderli come prove della realtà: ma se tanta gente li guarda devono essere quantomeno verosimili, no?

lunedì 5 novembre 2007

Leggi questo, Dr House!

E' notizia di oggi che persino il Dr House, personaggio ruvido e politicamente scorretto, si lancia contro la sanità americana, apparentemente "mercatista". In un episodio della quarta stagione, il medico prescriverebbe "cure costose per tutte", proclamando che "aveva ragione Michael Moore". E' curioso che l'icona televisiva condisca la sua filippica con un "Fight the power": curioso perché non si capisce bene da che punto di vista "combatta il potere", chi propone un vistoso ampliamento della sfera d'influenza di quel potere medesimo, sulla salute dei cittadini.
Senza nulla togliere a fiction e film, consiglieremmo al Dr House la letteratura del bellissimo articolo di Greg Mankiw uscito oggi sul "New York Times". Mankiw spiega perché gli americani non devono "farsi spaventare dalle statistiche sulla salute". Il suo ragionamento collima con quanto ha spiegato Grace-Marie Turner in un utile "Occasional Paper" dell'Istituto Bruno Leoni.
Segue copiaincolla dell'articolo di Mankiw. Speriamo lo legga anche il Dr House.

STATEMENT 1 The United States has lower life expectancy and higher infant mortality than Canada, which has national health insurance.

The differences between the neighbors are indeed significant. Life expectancy at birth is 2.6 years greater for Canadian men than for American men, and 2.3 years greater for Canadian women than American women. Infant mortality in the United States is 6.8 per 1,000 live births, versus 5.3 in Canada.

These facts are often taken as evidence for the inadequacy of the American health system. But a recent study by June and Dave O’Neill, economists at Baruch College, from which these numbers come, shows that the difference in health outcomes has more to do with broader social forces.

For example, Americans are more likely than Canadians to die by accident or by homicide. For men in their 20s, mortality rates are more than 50 percent higher in the United States than in Canada, but the O’Neills show that accidents and homicides account for most of that gap. Maybe these differences have lessons for traffic laws and gun control, but they teach us nothing about our system of health care.

Americans are also more likely to be obese, leading to heart disease and other medical problems. Among Americans, 31 percent of men and 33 percent of women have a body mass index of at least 30, a definition of obesity, versus 17 percent of men and 19 percent of women in Canada. Japan, which has the longest life expectancy among major nations, has obesity rates of about 3 percent.

The causes of American obesity are not fully understood, but they involve lifestyle choices we make every day, as well as our system of food delivery. Research by the Harvard economists David Cutler, Ed Glaeser and Jesse Shapiro concludes that America’s growing obesity problem is largely attributable to our economy’s ability to supply high-calorie foods cheaply. Lower prices increase food consumption, sometimes beyond the point of optimal health.

Infant mortality rates also reflect broader social trends, including the prevalence of infants with low birth weight. The health system in the United States gives low birth-weight babies slightly better survival chances than does Canada’s, but the more pronounced difference is the frequency of these cases. In the United States, 7.5 percent of babies are born weighing less than 2,500 grams (about 5.5 pounds), compared with 5.7 percent in Canada. In both nations, these infants have more than 10 times the mortality rate of larger babies. Low birth weights are in turn correlated with teenage motherhood. (One theory is that a teenage mother is still growing and thus competing with the fetus for nutrients.) The rate of teenage motherhood, according to the O’Neill study, is almost three times higher in the United States than it is in Canada.

Whatever its merits, a Canadian-style system of national health insurance is unlikely to change the sexual mores of American youth

The bottom line is that many statistics on health outcomes say little about our system of health care.

STATEMENT 2 Some 47 million Americans do not have health insurance.

This number from the Census Bureau is often cited as evidence that the health system is failing for many American families. Yet by masking tremendous heterogeneity in personal circumstances, the figure exaggerates the magnitude of the problem.

To start with, the 47 million includes about 10 million residents who are not American citizens. Many are illegal immigrants. Even if we had national health insurance, they would probably not be covered.

The number also fails to take full account of Medicaid, the government’s health program for the poor. For instance, it counts millions of the poor who are eligible for Medicaid but have not yet applied. These individuals, who are healthier, on average, than those who are enrolled, could always apply if they ever needed significant medical care. They are uninsured in name only.

The 47 million also includes many who could buy insurance but haven’t. The Census Bureau reports that 18 million of the uninsured have annual household income of more than $50,000, which puts them in the top half of the income distribution. About a quarter of the uninsured have been offered employer-provided insurance but declined coverage.

Of course, millions of Americans have trouble getting health insurance. But they number far less than 47 million, and they make up only a few percent of the population of 300 million.

Any reform should carefully focus on this group to avoid disrupting the vast majority for whom the system is working. We do not nationalize an industry simply because a small percentage of the work force is unemployed. Similarly, we should be wary of sweeping reforms of our health system if they are motivated by the fact that a small percentage of the population is uninsured.

STATEMENT 3 Health costs are eating up an ever increasing share of American incomes.

In 1950, about 5 percent of United States national income was spent on health care, including both private and public health spending. Today the share is about 16 percent. Many pundits regard the increasing cost as evidence that the system is too expensive.

But increasing expenditures could just as well be a symptom of success. The reason that we spend more than our grandparents did is not waste, fraud and abuse, but advances in medical technology and growth in incomes. Science has consistently found new ways to extend and improve our lives. Wonderful as they are, they do not come cheap.

Fortunately, our incomes are growing, and it makes sense to spend this growing prosperity on better health. The rationality of this phenomenon is stressed in a recent article by the economists Charles I. Jones of the University of California, Berkeley, and Robert E. Hall of Stanford. They ask, “As we grow older and richer, which is more valuable: a third car, yet another television, more clothing — or an extra year of life?”

Mr. Hall and Mr. Jones forecast that the share of income devoted to health care will top 30 percent by 2050. But in their model, this is not a problem: It is the modern form of progress.

Even if the rise in health care spending turns out to be less than they forecast, it is important to get reform right. Our health care system is not perfect, but it has been a major source of advances in our standard of living, and it will be a large share of the economy we bequeath to our children.

As we look at reform plans, we should be careful not to be fooled by statistics into thinking that the problems we face are worse than they really are.

venerdì 24 agosto 2007

"Sicko" è una buona ragione, per non liberalizzare la sanità?

Il ministro Livia Turco ha visto, assieme con il regista Michael Moore, il film “Sicko” e si augura che facciano lo stesso anche molti italiani affinché “vedendo questo film riscoprano un tesoro che abbiamo di cui parliamo male e che spesso bistrattiamo”. Il tesoro in questione sarebbe il nostro sistema sanitario.
Quindi, se seguiamo bene il ragionamento del ministro, il film di Moore servirebbe per rendersi conto che altri se la passano peggio di noi, e pertanto stare zitti e quieti su quelle che ci sembrano essere le inefficienze dell’SSN.
Secondo Livia Turco, nel film “in modo obiettivo si racconta cosa significa il sistema assicurativo, che ha il profitto come obiettivo e quindi seleziona patologie e interventi da effettuare”.
In modo obiettivo? Pare piuttosto grave che un ministro della Repubblica faccia un’affermazione tanto pesante su di un altro Paese, senza apparentemente essere a conoscenza del fatto che il film di Michael Moore contiene alcune gravi imprecisioni, ed è stato seriamente contestato. A titolo esemplificativo, qui un articolo di Michael Tanner, qui un articolo di Michael Moynihan, e qui un articolo di Grace-Marie Turner.
Al di là della relativa “obiettività” di Moore, è fondamentalmente sbagliato dipingere il sistema americano come se non consentisse l’accesso dei più poveri alla sanità. Al contrario, un buon 20% della popolazione USA già ora dipende dallo Stato per le proprie cure. Si tratta delle persone sopra i 65 anni, a carico del programma “Medicare”, e degli indigenti, a carico del programma “Medicaid”. Questi “40 milioni di americani” senza assicurazione medica bisogna quindi guardarli da vicino: si tratta di larga misura di persone che volontariamente decidono di non assicurarsi, e, in alcuni casi, di persone che non sono tanto povere da essere fra gli assistiti da Medicaid, ma per diversi motivi non dispongono di una copertura.
Più in generale, però, Livia Turco sbaglia nel sostenere che quello che Michael Moore racconta sia un “sistema assicurativo”. In realtà, la situazione degli Stati Uniti non è poi così distante dalle nostra: lo spiega bene un bel libro di Arnold Kling (che di “Sicko” dice una cosa tanto ovvia quanto vera: “contrasting French yuppies with American homeless people does not really prove anything”), che Rosamaria Bitetti ha appena finito di tradurre per l’IBL e pubblicheremo nei prossimi mesi.
Kling sottolinea a ragione come il sistema sanitario americano sia caratterizzato anch’esso dall’esenzione dal pagamento diretto dei costi, da parte degli assicurati. La spesa privata non è in larga misura “diretta” ma mediata dalle contribuzioni dei datori di lavoro. E’ molto simile ad un sistema di welfare finanziato attraverso i contributi, solo che gestito – nella parte delle decisioni circa l’erogazione dei servizi – da parte di soggetti privati. Ma, sottolinea Kling, una copertura di una vasta gamma di rischi sanitari “non assicurabili” a rigore non è un’assicurazione. L’assicurazione dovrebbe essere un qualcosa grazie alla quale si finanzia oggi la possibilità di avere un aiuto quando domani si fosse colpiti da una necessità imprevista: esattamente com’è l’assicurazione contro il furto d’auto, per intenderci.
Il modello americano si caratterizza certamente per la presenza di compagnie di assicurazioni e strutture ospedaliere private, mantenendo quindi un minimo di pluralismo sul lato dell’offerta. Ma la natura "totale" della copertura assicurativa, rispetto ai rischi sanitari, la rende diversa dalle assicurazioni "private" che conosciamo. Lo si può considerare un sistema di mercato?
Solo in parte, secondo Kling. Quel che più conta, esso sta “scoppiando” per gli stessi motivi per cui sta scoppiando il nostro sistema sanitario: trend demografici che vedono una popolazione in rapido e vistoso invecchiamento (per fortuna), con tutta una serie di bisogni prima inediti in fatto di cure, che un sistema basato su una copertura “sconnessa” dal finanziamento diretto da parte dei pazienti non può sostenere... senza andare in bancarotta.
Mancando l'acquisto diretto delle cure, manca - per così dire - un sistema di prezzi per l'utente finale-consumatore-paziente. Tale assenza impedisce valutazioni costi-benefici "localizzate".
Ci sono problemi di iniquità di qui come di là dell’Atlantico: per esempio, “Medicare” copre i seniors indipendentemente dalle loro possibilità economiche. Anche da noi, Gianni Agnelli aveva un medico della mutua, e poteva approfittare della rimborsabilità dei farmaci.
Kling sostiene che l’alternativa di mercato onsisterebbe di un sistema nel quale la maggior parte delle spese per la sanità siano pagate direttamente dai pazienti (che possono permetterselo); le assicurazioni fossero vere assicurazioni che servono a tutelare da eventi catastrofici e non a "coprire" consumi sanitari di vario genere; lo Stato garantisse una “rete di sicurezza” a vantaggio di coloro che veramente non possono accedere alle cure in altro modo.
Quando gli Stati Uniti avranno adattato un sistema simile, e questo per qualche motivo avrà fallito nel garantire cure mediche di qualità, e Michael Moore ci farà un film-denuncia, Livia Turco avrà tutto il diritto di biasimare “il sistema assicurativo che ha il profitto come obiettivo”. Ma fino ad allora, meglio farebbe il nostro ministro della sanità a riflettere sulle similitudini fra il nostro SSN ed il modello USA. Sono le cose che abbiamo in comune (l'esenzione dei pazienti dal sostenere i costi, l'imponente regolazione), non quelle che ci dividono, a porre un’ipoteca sul futuro della sanità di qui e di là dell’Atlantico.

P.S.: Curiosamente, in occasione di un suo intervento pubblico, peraltro molto duro contro l'industria assicurativa, un altro ministro, Pierluigi Bersani, aveva espresso un'opinione sostanzialmente positiva circa il ruolo delle assicurazioni private nella sanità del prossimo futuro.